Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


TIZIANA MERCURIO: LA SOFFERENZA OFFERTA PER LA SALVEZZA DELLE ANIME DEL PURGATORIO

Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità. (Papa Francesco, GE 32) 

 
Tiziana Mercurio nasce il 2 giugno 1980 a Benevento.

Ragazza bella ed elegante, fin da piccola ama trascorrere le sue giornate in compagnia della sorella e dei cugini.

Un giorno, proprio uno dei suoi cugini, si rivolge alle due sorelle con questa domanda: “Sapete chi è Gesù?”. Inizia così, per Tiziana e la sorella, la ricerca del volto di Dio: cominciano a frequentare la parrocchia e a partecipare agli incontri dei giovani. Più tardi, entrano a far parte della Milizia Francescana di S. Massimiliano M. Kolbe, dove si innamorano sempre più di Gesù e di Maria, fino a prendere la decisione di consacrarsi alla Vergine ogni 8 di dicembre.

Tiziana conduce una vita serena e spensierata, fino a quando, all’età di 17 anni, viene colpita da una grave malattia. Dopo una serie di rigorose cure, Tiziana guarisce.

Scrive Tiziana: “Cosa vuole il Signore da me? Io non ho provato mai a chiedere al Signore cosa vuole da me. Mi è sempre difficile dirlo, come mi è difficile dire: «Sia fatta non la mia ma la Tua volontà». Forse per paura di donarmi qualcosa di brutto. Allora mi convinco quando Lui dice: «Se mi ami, prendi la Mia Croce e seguimi!». Questa convinzione mi ha portato a chiedere al Signore un patto. Era un giorno di gennaio del 2001, ed io leggendo un libro che trattava delle anime del Purgatorio, riflettei molto profondamente, e poi trovandomi sola nella mia stanza, vicino alla figura di Gesù Misericordioso, dissi: «Gesù, donami una grande sofferenza ed io la offro per le anime del Purgatorio, specialmente per quelle che si trovano nell’oscurità, lontano da te, affinché possano goderti, nella tua luce splendente»”.

Dopo qualche settimana, la malattia ricompare.

Continua a scrivere Tiziana: “[…] qualche settimana dopo, ricomparve dopo tre anni la mia malattia; però questa volta è stata molto lunga l’attesa della mia guarigione e ho dovuto lottare parecchio per sconfiggere il male. Ma ero sicura di non essere sola, perché anche se ho fatto la mia scelta, cioè quella di soffrire per anime sofferenti, Gesù mi è stato vicino e pure le stesse anime, che ancora oggi ringrazio. Quella forza non l’avevo mai avuta e non me ne sono mai accorta. È come se Gesù mi dicesse: «Coraggio, alzati e cammina» […]. È lì che ho capito che in ogni sofferenza Gesù è con noi, soffre con noi, piange con noi e guarisce insieme a noi. Dopo questa esperienza ho capito tante cose che prima non sapevo, anzi erano un mistero. […] ho anche scoperto che Lui da me voleva qualcosa che ci univa, e questo qualcosa era la salvezza delle anime del Purgatorio. Così, come santa Rita, san Francesco o padre Pio che spendevano tanto tempo vicino al Signore per attendere una sua sofferenza, anche io ho atteso la mia. Oggi non so cosa Gesù vuole da me; io vorrei essere uno strumento di pace non solo nella mia famiglia, ma in tutto il mondo”.

Seppur consumata dal dolore, Tiziana non perde mai il suo sorriso, la sua purezza e la sua bellezza non vengono mai meno. Con tutte le sue forze, lotta per la vita, senza mai smettere di sognare di sposarsi, arrivando vergine al matrimonio.

Tiziana riesce a vincere la malattia, che però le lascia un danno al polmone sinistro: non può fare tanti sforzi, perché fa molta fatica a respirare. Si sente molto scoraggiata, ma “il Signore non mi ha abbandonato e non penso che lo farà proprio adesso. La preghiera è l’unica arma che mi è rimasta e spero che Lui ascolti il mio grido perché sono stanca di lottare, di soffrire”.

Le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno, tanto che non ha più neanche la forza di parlare.

Purtroppo alcune crisi respiratorie la indeboliscono sempre più.

Tiziana muore il 20 agosto 2006, all’età di 26 anni.

(testi tratti dal libro Una santa della porta accanto. Tiziana. L’offerta di una giovane)

———————————

Guarda il video sulla storia di Tiziana realizzato dalla Comunità Mariana “Le Cinque Pietre”.

MANUEL FODERÀ: IL PICCOLO GUERRIERO DELLA LUCE

Ci occorre uno spirito di santità che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di santificazione. (Papa Francesco, GE 31) 

 
Manuel Foderà nasce il 21 giugno 2001 a Calatafimi (Trapani).

È un bambino calmo e ubbidiente, esuberante e intelligente, sensibile verso i meno fortunati, con il desiderio di fare l’attore da grande.

All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, all’età di soli quattro anni, Manuel si ammala di uno dei peggiori tumori infantili, chiamato neuroblastoma. Superato l’iniziale turbamento e smarrimento, Manuel e i suoi genitori iniziano a lottare con forza, sostenuti dalla preghiera di amici, sacerdoti e suore. Seguono diversi ricoveri e cicli di chemioterapia.

Manuel inizia a costruire un’amicizia profonda con Gesù e Maria, tanto da parlarci a tu per tu: ogni sera, Manuel prega il Rosario e quotidianamente si reca nella cappellina dell’ospedale per incontrare il suo Amico segreto: si distende sul tappeto davanti all’altare e rimane lì, immobile, per lungo tempo, assorto in preghiera.

Questo suo intenso rapporto con Gesù porta Manuel a desiderare ardentemente di fare la Prima Comunione, pur avendo solo sei anni: “[…] ho bisogno di “mangiare” il mio Amico e poi parlargli cuore a cuore”. Scrive Manuel nel suo quadernetto: “Il momento più bello della nostra amicizia è quando lo mangio. Dentro di me è come se entrasse una bomba di Grazia e di benedizione che mi fa stare meglio e protetto, perché Lui mi ama molto di più di quanto io lo possa amare”.

Il suo amore per Gesù Eucarestia è talmente grande che Manuel desidera condividerlo con tutti. A tal proposito, fa scrivere a sua madre questa lettera:

“Carissimi amici, vi voglio parlare di come Gesù è presente nell’Eucarestia. Sapete: Lui vi vuole tanto bene e si fa sentire e vedere nella santa Comunione. Non ci credete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualche cosa di meraviglioso succederà, perché quando lui entra diventa una “bomba di Grazia” che vi fa sentire protetti e al sicuro. Rimanete in compagnia con Lui. Questo è il momento più bello perché nella Comunione Lui vi dà la sua santa benedizione. Se state male, Lui vi darà la forza di sopportare ogni sofferenza. Se siete tristi, vi darà la forza di sorridere. Se siete annoiati, Lui vi darà la sua gioia. Se siete pieni di rabbia e nervosi, Lui vi darà la forza di calmarvi. Tutto questo potrà accadere solo se avrete fiducia in lui perché lui vi ama molto più di quanto voi lo possiate amare!
Con affetto, Manuel”.

Durante una recita di Natale a scuola, Manuel svela il segreto della sua vita: “Volevo parlarvi di un amico proprio in gamba che ho incontrato da un po’ di tempo. È un amico davvero speciale. Avete mai incontrato qualcuno in gamba? Si vorrebbe stare con lui, conoscerlo meglio, non lasciarlo più. Se poi scoprite che vi vuole un mondo di bene, allora la cosa è fatta. Si diventa amici per la pelle, inseparabili. A me è successo proprio questo. Mi ha dato la sua mano e io mi sono fidato di lui. Ed è stato così che Lui è entrato nel mio cuore per sempre. È un Amico che non si vede, ma c’è! Non mi lascia mai solo. Mi tiene stretto al suo cuore e mi dice: «Il tuo cuore non è il tuo ma il mio, e io vivo in te!» È un amico davvero, davvero speciale”.

Manuel sente che Gesù lo chiama a compiere una missione del tutto speciale: la “Missione Luce”, in qualità di “guerriero della luce”. Scrive al vescovo di Palermo: “Sto lavorando molto per la mia “missione della Luce”; sto cercando di far conoscere meglio Gesù agli altri e farli innamorare di Lui” e al vescovo di Agrigento spiega il metodo da lui adottato: “Sai come? Con le preghiere che scrivo e che invio per email, per posta, oppure con un messaggio audio del cellulare! Come Madre Teresa, anch’io ho detto a Gesù che voglio essere non una matita, come diceva lei, ma una penna cancellabile tra le sue mani perché, se cambia idea o sbaglia, può usarmi come vuole Lui”.

In un’altra occasione, confida alla madre: “[…] Gesù mi ha detto che devo […] cercare di dare delle piccole gioie agli altri bambini ricoverati e alle loro mamme”. Manuel impara così che si è felici solo se si fanno felici gli altri: “La vita è un dono e bisogna viverla bene”.

Tutti sono affascinati dalla sua bontà e spiritualità, dalla sua serenità e coraggio. Manuel ripete spesso: “Ogni giorno bisogna viverlo bene perché è un dono del Signore”.

Manuel sente crescere sempre più il desiderio di incontrare il suo Amico dal vivo: “Spero che la mia fine sia vicina. Le sofferenze sono troppe grosse. Non ce la faccio più a restare sulla Terra. Ti voglio bene, Gesù. Non vedo l’ora di venirti a trovare nel regno dei cieli. A presto”, scrive nel suo quadernetto.

In uno dei suoi ultimi giorni di vita, Manuel sussurra queste parole: “Voglio andare da Gesù per dargli una mano a convertire i cuori induriti” e “Con la morte inizia un’avventura meravigliosa che sarà eterna”. E a sua madre confida questo suo desiderio: “Racconta la mia vita agli altri. Tutti dovranno conoscere la mia storia! Gesù mi ha fatto una vita proprio strana e speciale, tu devi essere la mia testimone”.

Dopo cinque anni di cure oncologiche, il 20 luglio 2010 Manuel nasce in Cielo, all’età di soli 9 anni.

“I miei occhi vedono ciò che gli altri non vedono,
perché nel buio della mia vita,
per alcuni vuota e insignificante,
io vivo cose bellissime.

La sofferenza per me è stata un dono di Dio,
perché ho imparato a soffrire le stesse piaghe di Gesù
e con Lui nel cuore io scopro, ogni giorno,
qualcosa di più nuovo, di più grande, di più bello.

Ogni cosa diventa un dono speciale, diventa Grazia.
Poter ammirare la bellezza della natura mi emoziona
perché è un’opera d’arte del mio Signore
che ha dipinto paesaggi bellissimi per me.

Poter amare gli altri con tutto il mio cuore
e la mia vita mi rende felice.
Sentirmi amato, accarezzato, abbracciato
è la gioia più grande.

Il ritorno a casa dopo lunghi ricoveri in ospedale,
un semplice sorriso, una telefonata,
un regalo tanto desiderato,
mi fanno capire che Gesù mi ama molto
e non mi abbandona mai
perché Lui è roccia, rifugio e salvezza.

Così vive un vero guerriero della Luce,
pronto a combattere,
a lottare con la spada della fede,
l’unica arma potente che sconfigge sempre il male!”

Manuel

(testi tratti dal libro Manuel e il segreto della felicità)

CARLOTTA NOBILE: NELLA MALATTIA LA LUCE DELLA FEDE

Un impegno mosso dall’ansietà, dall’orgoglio, dalla necessità di apparire e di dominare, certamente non sarà santificante. La sfida è vivere la propria donazione in maniera tale che gli sforzi abbiano un senso evangelico e ci identifichino sempre più con Gesù Cristo. (Papa Francesco, GE 28) 

 
Carlotta Nobile nasce il 20 dicembre 1988 a Roma.

Dalla profonda sensibilità e intelligenza, sin da piccola si nutre di cultura, musica, libri e arte in una famiglia normalmente cattolica.

Inizia presto ad annotare i suoi pensieri, dai quali si evince una grande inquietudine interiore. Scrive a 8 anni: “La mia storia sarà diversa”.

Giovanissima, Carlotta comincia a studiare il violino arrivando a conseguire, nel giugno 2006, a soli 17 anni, il Diploma presso il Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore; negli stessi giorni consegue anche la maturità classica con la votazione di 100/100.

Nell’anno accademico 2006/2007 frequenta sia i Corsi di Alto Perfezionamento in Violino presso l’Accademia Internazionale di Portogruaro che quelli di Perfezionamento in Violino presso la Scuola di Musica di Fiesole, studiando contemporaneamente anche a Londra.

A settembre 2007 si iscrive al corso di Laurea Triennale in Studi Storico-artistici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, laureandosi l’11 gennaio 2011 con il massimo dei voti e la lode; subito dopo frequenta brillantemente il corso di Laurea Magistrale nello stesso indirizzo presso la medesima Università.

Nel frattempo, Carlotta partecipa a diversi concorsi violinistici nazionali e internazionali, risultando vincitrice in numerose occasioni e suona in varie formazioni da camera esibendosi presso importanti istituzioni nazionali e internazionali, diventando presto una talentuosa violinista di fama nazionale.

Nel 2010, a soli 21 anni, viene nominata direttore artistico dell’Orchestra da camera dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento.

Parallelamente agli impegni musicali e universitari, Carlotta coltiva una grande passione per la scrittura: a dicembre 2008 esce il suo primo libro, “Il silenzio delle parole nascoste” e a settembre 2012 il secondo, dal titolo “Oxymoron”.

Nell’ottobre 2011, all’età di 22 anni, le viene diagnosticato un melanoma: la reazione iniziale è la rabbia per quello che viene percepito come un irrazionale e ingiusto errore del destino, a fronte di una vita sempre dedita allo studio e alla disciplina di sé. Ma, in poche settimane, lo stato d’animo di Carlotta passa dalla rabbiosa domanda del “Perché a me?” a quella del “Perché non a me?!”, davanti alla constatazione della sofferenza altrui, soprattutto dei bambini col suo stesso male.

Inizia così per Carlotta un percorso faticoso e doloroso, fatto di cure e vari interventi, ma tutto ciò non le spegne il sorriso e la voglia di vivere. Nonostante la malattia, prosegue la sua carriera musicale e artistica, alternandosi spesso tra ospedali e concerti.

La malattia non si arresta, ma Carlotta non si dispera: nell’aprile 2012 apre la sua pagina Facebook “Il Cancro E Poi_” e ad agosto dello stesso anno il blog dal medesimo titolo “Il Cancro E Poi_”, lasciandoli entrambi anonimi perché “odio sentirmi compatita, odio chi mi reputa indebolita, io forte così non mi sono sentita mai. E posso campare cento anni o dieci, ma amo la mia vita ora più di quanto l’abbia amata mai. E non voglio che il cancro mi fermi. In nessun modo. Voglio solo che mi faccia crescere, voglio solo che mi formi”, scrive ad un’amica.

Attraverso il web, Carlotta dà una particolare lettura della malattia: il suo è un percorso interiore di approfondimento e di cura di sé, una preziosa occasione di crescita personale; Carlotta impara ad amare i propri limiti e a smettere di inseguire l’illusione della perfezione.

“Io non so più neanche quanti centimetri di cicatrici chirurgiche ho. Ma li amo tutti, uno per uno, ogni centimetro di pelle incisa che non sarà mai più risanata. Sono questi i punti di innesto delle mie ali.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_)

“Perché vuoi dimostrare prima di tutto a te stessa che si può avere un melanoma metastatico che non si arrende, eppure VIVERE, con tutto ciò che questa parola vuol dire. Vivere tutte le gioie, i progetti, i dolori, le lacrime che la vita di 23enne ti regala ogni giorno. Perché c’è un E POI per cui non smetterai mai di combattere, perché nessuno può toglierti l’assoluta certezza che – nonostante tutti i tagli, le cicatrici, gli aghi nelle vene, i controlli, i liquidi di contrasto, gli interventi e i dolori – c’è una gioia immensa che ti aspetta, c’è il tuo più grande sogno che ti guarda da un tempo futuro e non vede l’ora di raggiungerti. Perché tutto quello che stai vivendo ti verrà un giorno riscattato. Perché in fondo il modo che hai ora di guardare alla vita non potevi che raggiungerlo così.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_, 5 agosto 2012)

Il 4 marzo 2013 Carlotta ha una crisi cerebrale. Improvvisamente e misteriosamente, al risveglio dal coma, Carlotta riceve la Grazia e il dono della Fede. Inizia così, per Carlotta, un cammino di abbandono totale a Gesù e di accettazione della Croce. Carlotta racconta così l’evento che l’ha segnata nel profondo:

“E in un attimo capisci che è stato proprio quel cancro a GUARIRTI L’ANIMA, a riportare ordine nella vera essenzialità della tua vita, a ridarti la Fede, la speranza, la fiducia, l’abbandono, la consapevolezza di essere finalmente diventata chi per una vita intera hai fatto di tutto per essere e non eri stata mai: una donna SERENA! Capisci che è stato il cancro a permetterti finalmente di amare te stessa in un modo incondizionato, con tutti i tuoi pregi e tutti i tuoi limiti, a godere di ogni più piccolo istante, ad assaporare ogni attimo, ogni odore, ogni gusto, ogni sensibilità, ogni parola, ogni condivisione, ogni più piccolo frammento di infinito condensato in un banalissimo e preziosissimo istante. Capisci che è stato il cancro, con il suo tormento, con le sue aggressività, con le sue asprezze a portarti infine la LUCE. […] Io sono guarita nell’anima. In un istante, in un giorno qualunque, al risveglio da una crisi. Ho riaperto gli occhi ed ero un’altra. E questo è un miracolo.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_, 5 aprile 2013)

Il 24 marzo 2013 Carlotta ascolta l’invito del nuovo Papa Francesco rivolto ai giovani a portare la Croce con gioia. Carlotta fa sue queste parole:

“Caro Papa Francesco, Tu mi hai cambiato la vita. Io sono onorata e fortunata di poter portare la Croce con Gioia a 24 anni. So che il cancro mi ha guarita nell’anima, sciogliendo tutti i miei grovigli interiori e regalandomi la Fede, la Fiducia, l’Abbandono e una Serenità immensi proprio nel momento di maggior gravità della mia malattia. Io confido nel Signore e, pur nel mio percorso difficile e tormentato, riconosco sempre il Suo aiuto.”

(Carlotta Nobile, Lettera a Papa Francesco, 12 aprile 2013)

A maggio 2013 le condizioni di Carlotta peggiorano: nonostante i forti dolori, le metastasi e le ferite martoriassero sempre più il suo corpo, Carlotta vive un paradossale stato di grazia, di fiducia, di serenità, di accettazione e di gratitudine a Dio, nella preghiera e senza mai un lamento.

Nell’ultima notte della sua vita, quella tra il 14 e il 15 luglio 2013, il padre di Carlotta sente la figlia ripetere, sussurrandole con tono sereno e con lo sguardo rivolto verso il soffitto, queste parole: “Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio”.

Poco dopo la mezzanotte del 16 luglio 2013, giorno della Madonna del Carmelo, dopo due anni di battaglia, Carlotta muore all’età di 24 anni.

A febbraio 2018, Carlotta viene inserita tra i “Giovani Testimoni” del Sinodo dei Vescovi.

(biografia, testi, foto e video tratti dal sito https://carlottanobile.it/)

———————————

Guarda il cortometraggio sulla vita di Carlotta Nobile realizzato dalla Pastorale Universitaria dell’Arcidiocesi di Benevento.

———————————

Se vuoi conoscere meglio la storia di Carlotta, ti consigliamo la lettura del libro di Andrea Maniglia: Lo Spartito di Dio – biografia di Carlotta Nobile, edito dalla Tau.

MARCO GALLO: UNA VITA ALLA RICERCA DEL MISTERO

Forse che lo Spirito Santo può inviarci a compiere una missione e nello stesso tempo chiederci di fuggire da essa, o che evitiamo di donarci totalmente per preservare la pace interiore? Tuttavia, a volte abbiamo la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace interiore. Si dimentica che «non è che la vita abbia una missione, ma che è missione». (Papa Francesco, GE 27) 

 
Marco Gallo nasce il 7 marzo 1994 a Chiavari (GE).

Fin da bambino manifesta un forte desiderio di vita, un’apertura ad ogni aspetto della realtà, una curiosità per il Mistero.

Crescendo, si fa un ragazzo vivace, dinamico, curioso, sportivo, a volte impulsivo ed esuberante, un vulcano di idee e di iniziative.

Nella mente di Marco adolescente si affollano tanti “perché”: “Nel riflettere sulle domande ultime, voglio seguire questo metodo: utilizzare la mia ragione e la mia fede nel modo opportuno come strumento per trovare la verità. Se si vive la fede attraverso la ragione, cercando la verità in ogni idea anche negando l’idea stessa, alla fine si arriva alla verità”.

A 13 anni scrive: “Prepotente è il bisogno di significato per ogni uomo. Ciascuno desidera trovare il senso alle cose, alla gioia, al dolore, alla paura, al bene e al male e al desiderio di felicità. […] Io, nella mia persona, sento ogni giorno il bisogno incontenibile di dare un significato, anche ad una sola giornata. Rimanere fermi, annoiarsi, non avere uno scopo significa annullare la giornata, che quasi non merita di essere esistita; questo viola il valore della vita”.

Alla fine della terza media, nonostante la sua giovane età, inizia a comprendere che per ottenere il massimo è necessario il sacrificio: “È possibilissimo soffrire il dolore del sacrificio e contemporaneamente essere felici”. Capisce che la vita che il mondo gli propone, per lui fatta di cartoni, computer e giochi, non gli basta più: Marco freme per non perdere tempo, come dice ad un amico: “Non ragionare secondo il teorema: «La vita è lunga», perché ti accorgerai che è molto breve”.

Nelle sue giornate così normali quanto intense, progressivamente scopre una Presenza capace di imprimere alla sua vita un desiderio di essenzialità sempre più grande. L’affezione a Cristo inizia a fiorire e Marco si trasforma, cambia: aumenta in lui il desiderio irresistibile di cogliere il senso della vita, di capire il significato del destino, di conoscere e amare Gesù.

Il 19 marzo 2011, a 17 anni, Marco scrive: “Esclusa una falsa o distratta via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo. Il mio ideale è Cristo: la sua veridicità mi si continua a mostrare. Da questo momento mi sacrificherò interamente alla ricerca della felicità e vedrò se la mia vera vita è in Lui o no”.

Gli amici vedono in Marco un uragano di vita. A tutti si fa chiaro il suo amore per il Mistero: senza paura di essere deriso o di non essere capito, Marco ne parla con tutti: “[…] devo mettere al centro di tutto Gesù! Non importa di cosa si tratti o con chi tratti, al centro c’è Gesù! […] Non posso fermarmi!”.

Marco vuole gustarsi ogni attimo della vita, alla ricerca del Mistero: “Il tempo è giusto per quello che è, perché ci è dato per incontrare il Mistero vivente nella realtà, Gesù. Chi pensa di potere comprendere il Mistero da solo è uno sciocco, perché c’è sempre un altro, e l’altro ci aiuta, solo affidandoci arriviamo da qualche parte. Il punto che nella vita c’è un Mistero è fondamentale; e comunque, solo il nostro desiderio di felicità è già un mistero. Voglio stare di fronte alla realtà confrontandola con Gesù. L’umanità ci tiene svegli se siamo leali con noi stessi. Lealtà: noi siamo qui e abbiamo intravisto qualcosa: il punto è riconoscere il proprio bisogno, capire cosa vuoi. Si può essere leali in qualsiasi situazione. Una promessa per cercare di dire sì sempre”.

Marco arriva all’inizio del suo ultimo anno di scuola, “come se l’acuirsi del suo desiderio si palesasse in una fioritura del suo modo di essere. Acquisisce un entusiasmo per la vita sorprendente […]. Era diventato completamente, incondizionatamente libero in quello che faceva. […] Parlava con una familiarità del Mistero, questa la parola a lui più cara nell’ultimo periodo […] ”, ricorda sua sorella maggiore.

La mattina del 5 novembre 2011, mentre si reca a scuola in motorino, Marco viene investito da un’auto e muore.

La sera prima dell’incidente, Marco aveva scritto sul muro della sua camera, accanto al Crocifisso: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. All’indomani della sua morte, queste parole appaiono per tutti un monito per volgere lo sguardo a quel Mistero che Marco aveva inseguito per tutta la sua vita.

(testi tratti dal libro Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare)

FRANCESCA PEDRAZZINI: MAMMA OLTRE IL MISTERO DELLA MORTE

Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione. (Papa Francesco, GE 26) 

 
Francesca Pedrazzini nasce il 24 gennaio 1974 a Milano.

Dal carattere forte e dall’umorismo spiccato, Francesca conduce una vita normale, fatta di famiglia, casa, scuola, parrocchia. Ama disegnare, leggere e stare con gli amici.

Frequenta il liceo scientifico VIII a Milano dove incontra l’esperienza di Gioventù Studentesca e vi partecipa attivamente.

Dopo il diploma, si iscrive a Giurisprudenza alla Cattolica dove instaura numerose amicizie che dureranno tutta la vita e dove continua il suo impegno attivo ed entusiasmante in Gioventù Studentesca.

Francesca vive tutto con grande intensità. Ricorda una sua amica: “La vita della Franci si è sviluppata sempre per superlativi assoluti. Era tutto “issimo”, nel bene e nel male. Molto più nel bene. […] Si entusiasmava delle cose, sempre. Ma non era superficialità né una questione di temperamento: era la sua tensione. Desiderava essere felice in tutto. Pure nel piccolo particolare”.

In università, Francesca incontra Vincenzo. Si innamorano e il 7 dicembre 1995 si fidanzano. Ricorda Vincenzo: “Francesca aveva un modo di vivere, una passione irrefrenabile per le cose e per la vita, che volevo condividere”.

Gli anni passano tra feste, vacanze, compleanni. Il 15 aprile 1998 Francesca si laurea, l’anno seguente si laurea Vincenzo e il 9 settembre 2000 si sposano. Dopo due anni nasce Cecilia, seguita da Carlo e Sofia.

Nel frattempo, Francesca diventa insegnante di diritto alle superiori, scoprendo così la sua vera vocazione lavorativa: si immerge con tutta se stessa in questa nuova esperienza, conquistando tutti, alunni e colleghi.

Francesca cerca la felicità ovunque, si rapporta con le cose e con le persone in modo profondo e allegro insieme. È una donna come tante altre, con i suoi sogni e i suoi problemi.

A metà febbraio 2010, di ritorno da una vacanza con la sua famiglia, Francesca avverte un fastidio al seno destro. È un tumore, piccolo, ma che deve essere asportato. Subito la stanza dell’ospedale si riempie di parenti e amici. Francesca è sopraffatta da così tanto affetto.

L’operazione riesce bene. All’inizio della primavera successiva i medici comunicano a Francesca: “Complimenti, è guarita”. Francesca scrive riguardo alla malattia: “È stata un’esperienza importante per me, mi ha fatto capire quanto ho bisogno di tutto, tutto, persino del mio corpo, che consideri sempre come tuo ma evidentemente non lo è, e di quanto sono un bisogno. Ho vissuto tutto serenamente, sperimentando che davvero siamo sospesi su un pieno su cui possiamo appoggiarci, e non su un vuoto o un dubbio, e questo, nel momento della prova, è molto evidente, perché quando hai paura le tue forze vengono meno e quindi ti accorgi di più che la tua forza è un Altro, cioè se sotto hai un materasso su cui riposare o non hai niente. Non sarebbe stato possibile senza tutto quello che ho vissuto prima, è stata una grande verifica della fede che regge rispetto alla vita. Comunque non mi sono mai sentita una sfigata, ma semmai una preferita. Penso sempre ai dieci lebbrosi, a non essere come i nove che non sono tornati indietro perché la guarigione a loro è bastata. Ma prego sempre di essere come il decimo, che è tornato perché ha capito che la Sua presenza era un dono molto più grande dell’esser guarito. Se no a cosa vale l’esser guariti? Tanto non è che ti va sempre bene e comunque tra cent’anni non ci siamo più… è troppo chiaro che la vita è una chiamata. Non me lo voglio dimenticare questo periodo, nonostante l’invito di tanti a distrarsi, a dimenticare… Invece no. La vita è proprio un’altra cosa. È guardare fino in fondo la circostanza fino a scorgere nel suo fondo il Volto di chi ti chiama… Anzi, io mi cruccio di essere già distratta! Mi sono resa conto che devo rimettermi al lavoro con più energia di prima, perché niente ti garantisce, neanche una sberla così, serve tutta l’energia della mia libertà per vivere davanti al Mistero”.

Francesca riprende così la sua vita normale, fatta di famiglia, lavoro, amici e vacanze.

Tutto fila liscio, anche gli esami di controllo a cui Francesca si sottopone regolarmente vanno bene. A settembre, però, i valori risultano sballati, i marker tumorali sono alti. Servono altri controlli. Francesca è preoccupata, ha paura. Alle amiche dice: “Io la croce non la voglio”.

La diagnosi arriva qualche giorno dopo: metastasi alle ossa e al fegato. Per Francesca inizia un cammino di affidamento al Signore. A quelle stesse amiche dirà: “Amica, io sono in pace, perché Gesù mantiene la promessa di renderci felici. Fai con me questa strada e lo vedremo, ne sono certa”.

Il cammino è faticoso, le chemio sono pesanti, le giornate passano tra letto e divano. Racconta Vincenzo, il marito: “C’erano volte che si chiedeva: «Ma perché proprio io? Perché ha scelto me?» E io mi ricordo che in un momento così, le ho risposto: «Franci, questa è la strada su cui ci ha messo il Signore, dobbiamo fidarci. La tua vita è appesa a un filo, ma come quella di tutti in fondo: nessuno sa quanto ci è dato da vivere». Non so da dove mi sia venuta la forza di dire una cosa del genere, perché ero veramente schiacciato. Dicevo queste cose, e un secondo dopo ero a terra. Ma ringraziavo di riuscire a dirle, anche se non so come. Perché le servivano”.

I dolori sono forti, ma Francesca chiede di ridurre gli antidolorifici “perché se no sono rimbambita, e io voglio capire cosa dicono i miei figli quando mi parlano”.

Racconta Vincenzo: “Per me è stato fondamentale guardare i nostri bimbi, perché loro hanno vissuto questa situazione con una libertà invidiabile, che io desideravo per me. Si accorgevano di tutto, chiaro. E certamente chiedevano: «Quando guarisce la mamma?». Ma non hanno mai avuto un momento in cui rifiutavano quella condizione. La mamma stava così, punto. E loro accettavano questa cosa come un dono, tanto quanto era la mamma prima, quando stava bene. Lo hanno fatto con una serenità che veramente ti stupiva”.

Durante la fase della malattia, Francesca sperimenta la disperazione, la fatica, l’angoscia. Scrive ai suoi amici: “Appena gli esami vanno male mi assale un’angoscia tremenda, per me ma più che altro per mio marito i miei figli e la mia famiglia ed è una cosa che non riesco a vincere. Il futuro mi terrorizza, mi si spezza il cuore a pensare ai miei figli crescere senza mamma (la Sofia ha solo tre anni!!) e mio marito invecchiare da solo. Sono scenari tragici ma c’è poco da ridere e io ci penso tanto. Tutto sommato la più fortunata sarei io, che ho finito la mia prova. Lo so che la paura non è contraria alla fede, anche Gesù ha avuto paura sulla croce, ma è brutta e io non voglio vivere quello che mi resta (saranno tre mesi, tre anni o trent’anni??? e chi lo sa??) con questa paura nel cuore, determinata dalle circostanze, come se l’abbraccio di Cristo per me e i miei non potesse sconfiggerla. Io voglio avere una fede che davvero c’entra con la vita e questo non vale forse di più nella prova suprema? Se no cerchiamo sempre la soddisfazione dove la cercano tutti; magari gli altri la cercano nei soldi e nel potere e io la cerco nella salute, che sarà senz’altro un bene più nobile ma non è comunque quello che ti dà la soddisfazione. Sono stata sana fino ad ora, ma l’insoddisfazione so bene che cosa sia…”.

Poi però arriva la serenità e la certezza che nulla è perduto. Francesca mette tutto nelle mani del Signore, con sempre meno rabbia e paura. Ricorda una sua amica: “La salvezza. Lei cercava quella, non la guarigione. Domandava il miracolo, certo. L’abbiamo fatto tutti con lei. Ma lei voleva la salvezza: sapere che la morte non è la fine, che non diventiamo nulla. E che la vita vale la pena di essere spesa”.

Ai suoi colleghi, Francesca invia questa mail: “Per quanto mi riguarda, non vi nascondo che è una prova davvero durissima. Cerco di vestire i panni della combattente ma non sempre ci riesco, la tensione è alta e la vita stravolta in un attimo… Però ci sono anche tante certezze. Prima tra tutte, quella che la Madonna non ci abbandona mai e ci porta in braccio nei momenti più duri, e poi che la promessa di felicità con cui siamo stati messi al mondo, ci siamo sposati e abbiamo battezzato i nostri bambini resterà ferma per sempre, quelle che siano le vicende della vita, perché le promesse le ha fatte Chi tutto può. Questo mi libera tanto dall’angoscia che provo guardando mio marito e i bambini, perché è proprio evidente che la vita è un mistero e gli altri non li facciamo felici noi con i progetti anche buoni che abbiamo in serbo per loro, ma ci sono stati donati e un dono restano, anzi sono la prova e l’anticipo del bene che ci è stato promesso”.

La serenità di Francesca si diffonde intorno a lei e contagia tutti. Francesca è accompagnata ogni giorno dalla certezza che le viene dalla fede, la certezza di Cristo che continua a starle accanto.

Nonostante le sue condizioni di salute non siano buone, i medici consentono a Francesca di andare in vacanza in Grecia con la sua famiglia. Francesca è felice, vuole gustare la sua vita fino in fondo: passare del tempo con suo marito e i suoi bimbi è ciò che desidera fare più di qualsiasi altra cosa.

Al ritorno dalla vacanza, però, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Francesca sa di essere ormai alla fine. A suo marito confida: “Vince, io sono tranquilla. Non ho paura, perché c’è Gesù. Ora non sono neanche angosciata per te e per i bimbi: so che siete nelle mani di un Altro. Non sono triste. Sono certa di Gesù. Anzi, sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando. Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio il contrario…”.

Francesca saluta tutti: fratelli, genitori, amici, uno ad uno. Saluta anche i suoi bimbi, uno ad uno: “Tra poco la mamma andrà in cielo. In un posto bello, dove c’è Gesù. Avrete un po’ di nostalgia, ma non preoccupatevi: io vi proteggo dal cielo. Mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una bella festa, perché è una bella cosa da festeggiare”.

In ospedale, tutti sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel letto, a parlare, ridere, piangere, pregare.

Francesca è serena, in pace. Ad un’amica confida: “Io non ho paura. Il Signore mi ha regalato tutto il tempo perché potessi affidare ogni giorno i miei cari alla Madonna. E così è stato. Non ho più paura. La prima paura che mi ha abbandonato è stata quella di morire, poi ero in pena per Vince, i bimbi… Ma ogni giorno è servito. Li ho affidati tutti. Il tempo è prezioso. Non ho paura”.

Il 23 agosto 2012 Francesca entra in coma. Ricorda Vincenzo: “Alla fine ho cominciato a sentire una fitta al petto ad ogni suo respiro. Era come se respirassi con lei, con la stessa fatica. È proprio vero che quando si è sposati in Cristo si diventa una cosa sola”. Poi le dà un bacio e le sussurra all’orecchio: “Non avere paura”. Francesca per un attimo si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: “Io non ho paura”. Sono le sue ultime parole.

Francesca muore così, all’età di 38 anni: contenta, curiosa, certa, radiosa.

Il funerale è una festa, proprio come Francesca aveva desiderato e chiesto. Federico, il fratello di Francesca, ricorda così quel giorno: “È stato uno dei giorni più belli della mia vita. C’era una commozione grandissima, ma con una gioia immensa. Quando salutavo la gente, ero contento. Era palese. Lì ho realizzato che eravamo presi da qualcosa di forte, capace di vincere tutto”.

(testi tratti dal libro Io non ho paura. La storia di Francesca Pedrazzini)

CRISTIAN MAFFEI: LA MALATTIA COME TERRA DI MISSIONE

Poiché non si può capire Cristo senza il Regno che Egli è venuto a portare, la tua stessa missione è inseparabile dalla costruzione del Regno: «Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti. Cristo stesso vuole viverlo con te, in tutti gli sforzi e le rinunce necessari, e anche nelle gioie e nella fecondità che ti potrà offrire. Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno. (Papa Francesco, GE 25) 

 
Cristian Maffei nasce il 28 febbraio 1991 a Reggio Emilia.

Chiamato da tutti Chicco, è un ragazzo come tutti gli altri: ama suonare la chitarra, andare a mangiare al McDonald, giocare alla playstation e a calcio.

Fin dall’infanzia la vita di Cristian è segnata da malattie e lutti: sua madre è affetta da una grave malattia psichica e suo padre muore per un tumore, quando Cristian ha 9 anni.

Divenuto adolescente, Cristian si rende conto che non c’è tempo da perdere: si impegna con tutto se stesso nella vita scolastica e in quella parrocchiale, partecipando attivamente e sempre volentieri alle iniziative pensate per i giovani delle superiori fino a diventare lui stesso educatore dei più piccoli.

In parrocchia Cristian conosce Mariachiara: “Siamo sempre stati amici perché eravamo in gruppo insieme in parrocchia, poi ci abbiamo messo un anno per metterci insieme… un anno un po’ travagliato ma ce l’abbiamo fatta. Ci siamo messi insieme nel giugno del 2009, stavamo finendo la quarta superiore”, ricorda Mariachiara.

Cristian riesce a cogliere il bene in ogni cosa, è felice. La tempesta però è in arrivo.

Nei mesi tra il 2009 e il 2010, un’altra malattia e altre due morti colpiscono la famiglia di Cristian, ma lui sa di non essere solo in tutto questo dolore, e invece di provare rabbia e disperazione, inizia a pregare tutti i giorni. Cristian chiede a Dio il dono di una vita serena.

Nell’agosto 2011, Cristian inizia ad accusare alcuni fastidi alle gambe e alla schiena: gli viene diagnosticata la sclerosi multipla (successivamente, però, i medici diranno che si trattava solo di un’infiammazione al midollo). Cristian si sente smarrito, ferito, abbandonato, solo. È la notte della fede.

Scriverà tre anni più tardi: “Ho assaggiato per tutta la vita la morte e la sofferenza nella mia famiglia. Una certa solitudine in questo. E dopo sofferenze inimmaginabili, quasi come un disegno di Dio, sono stato chiamato io a soffrire nel fisico, partendo da tre anni fa quando, oltretutto, rimasi profondamente ferito da Dio”. Cristian arriva a mettere in discussione Dio: cosa vuole da lui, dopo le tante prove vissute negli anni precedenti? Cristian desidera solo una vita normale: vuole laurearsi, creare una famiglia con Mariachiara…

Dice don Pietro, parroco di Cristian: “Cristian non ha mai mistificato la sofferenza, né l’ha accolta subito con eroismo superficiale. Ha visto arrivare la sofferenza nella sua vita come un macigno ingiusto e immeritato. Si è ribellato, ha lottato mesi contro questa dura realtà della vita. Ha sopportato bene la morte del papà e la malattia della mamma, ma così era troppo!”.

Cristian però non si arrende. Terminato il ricovero in neurologia, raggiunge i suoi amici a Madrid, alla Giornata Mondiale della Gioventù e, una volta tornato a casa, insieme a Mariachiara si dà da fare in parrocchia come educatore dei ragazzi più giovani e nelle attività del Movimento Giovani, del Movimento Familiaris Consortio. Cristian si mette alla ricerca del bene più grande.

Tra studio e vita di coppia, Cristian prosegue la sua ricerca spirituale. La sua preghiera si fa sempre più intima: “Con il Signore posso protestare, posso dirgli quali sono i miei limiti, posso dirgli tutto. Dov’è che possiamo trovare una relazione così?”.

Nel marzo 2013, la mamma di Cristian si ammala di tumore. Cristian scrive: “…la mia testa, la mia mente e il mio corpo sono ora pieni di confusione, domande, dubbi, paure, morte, paura della vita, paura della morte, paura di dover nuovamente affrontare una perdita in famiglia e non poter fare niente per evitarla. È quasi come se qualcosa o qualcuno aspettasse la mia ripresa per colpirmi, giusto per farmi riassaporare fin dall’inizio o quasi i dolori, la solitudine, l’amarezza, la tristezza del quotidiano. Prego il Signore affinché possa portare a compimento la mia vita, che sento simile se non uguale a quella di Giobbe, non perdendo la speranza. C’è sempre speranza, Dio non mi abbandonerà mai, Lui è con me fino alla fine. Se è vero che la santità la viviamo in vita, credo di avere intrapreso un cammino su quella strada. Aiutami Signore a non corrompermi”.

Il 18 dicembre 2013, Cristian dà l’ultimo esame della triennale. È felice. Nello stesso giorno, però, avverte un forte mal di testa, che nei giorni successivi peggiora, accompagnato da nausea, vomito, problemi alla vista e stato confusionale.

La Tac rivela un tumore maligno al cervello, Cristian deve essere operato. Tutti, amici, parenti, sacerdoti, iniziano a pregare per lui. L’intervento riesce bene.

Cristian confida a sua sorella: “Perché? Perché a me? Io voglio solo laurearmi, avere una famiglia e fare una vita tranquilla, chiedo troppo?”. Ma non perde tempo e su Facebook invita i suoi amici a pregare.

Segue il trasferimento all’Istituto Nazionale Tumori di Milano e due cicli di chemioterapia. Cristian non perde mai la sua ironia e simpatia, rallegrando tutti coloro che lo vanno a trovare.

Ma la situazione presto peggiora. Il 21 marzo 2014 Cristian ha un arresto cardiorespiratorio: viene rianimato, intubato e ricoverato in terapia intensiva. Le preghiere si intensificano.

Ricorda Mariachiara: “Stare ai piedi di quella croce era davvero difficile, ti sentivi impreparato e inadeguato… ripetevo a don Pietro: se solo potessi prendere io un po’ di questa sofferenza…”.

Dopo una settimana, Cristian si sveglia. Ricorda Mariachiara: “Pasqua del 2014 è stata la Pasqua più bella che ho vissuto, sono arrivata alla messa della notte talmente contenta che era una cosa inspiegabile. Tante volte nei giorni prima avevo visto Chicco in croce: non riusciva a parlare, a respirare, la sua croce era il suo letto e tutti i cavi a cui era attaccato. È stato un calvario nel vero senso della parola, poi davvero in pochissimo è risorto. Mi ricordo che in quella messa dicevo: Grazie Gesù, ora ho capito davvero che cos’è la Pasqua”.

Dopo questo evento, la fede di Cristian e di chi gli sta intorno si fa più profonda. Se fino a quel momento lui e sua sorella, di fronte alle esperienze di malattia vissute negli anni precedenti, si dicevano: “Fino a quando? Capitano tutte a noi!” ora si affidano a quel Dio in cui, nonostante tutto, hanno sempre creduto e scelgono di stare nel presente, felici. Scrive Cristian: “Uno si fa un sacco di progetti su quello che è Dio, su quello che Dio ha pensato per lui, che in realtà è quello che uno ha pensato per se stesso. In un certo senso è una falsa vita che una persona immagina per sé e quindi immaginandosi questa falsa felicità è come se si cancellasse Dio”.

Cristian e Mariachiara iniziano a offrire la loro sofferenza. Ricorda Mariachiara: “Spesso io e Chicco ci siamo chiesti il motivo, il perché delle tante prove che abbiamo dovuto affrontare: perché una vita così provata, perché accadono le disgrazie, perché piove sempre sul bagnato, ecc… Ci chiediamo dov’è Dio in certe situazioni… La domanda è sempre: perché? Il perché di tutte queste prove credo non lo sapremo dire mai… Abbiamo però imparato che è molto più bello e fecondo domandarsi “per chi” vivere ogni situazione, anche la più faticosa e dolorosa”.

L’8 aprile 2014 Cristian viene dimesso. Due mesi dopo sua madre muore. Scrive Cristian: “Se è vero che crediamo nella Resurrezione è giusto essere tristi per la perdita di una madre che sempre ha sofferto in terra fisicamente e che ora è nella Tua beatitudine?”.

Cristian riprende la sua quotidianità fatta di studio, preghiera e cure.

L’11 ottobre lui e Mariachiara si fidanzano, affidando il loro futuro a Dio. Cristian prega così: “Chiedo al Signore che il fidanzamento con Mery possa essere per noi segno tangibile del nostro amore: per noi prima e per gli altri. Abbiamo affrontato molte sfide insieme, probabilmente più di quanto tante coppie affrontino nell’arco della loro intera vita. Io non so ancora se il Signore mi concederà di formare una famiglia, ma so che il mio amore per Lui in Mery non avrà fine”.

Il 26 novembre Cristian sta di nuovo male: il tumore è ritornato. Stavolta però le speranze di guarigione sono nulle, ma Cristian è sereno; non vuole essere compatito, desidera portare frutto e si fa prossimo agli altri, affinché anch’essi portino frutto a loro volta. Vive la malattia come un’occasione di annuncio.

L’11 dicembre 2014 Cristian si laurea e il 23 dicembre viene operato per rimuovere la recidiva.

Senza perdere tempo, Cristian si iscrive alle lezioni della laurea magistrale, ma il 26 gennaio 2015 la Tac rileva una seconda recidiva. Cristian sa che ormai è prossimo alla morte, ma il suo amore per la vita e il suo desiderio di viverla fino in fondo non lo mollano.

Dopo aver festeggiato il suo 24° compleanno, a fine febbraio, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Mariachiara veglia al suo fianco, pregando senza sosta. Da ogni parte si eleva una preghiera continua e tanti si riuniscono attorno al letto di Cristian. Racconta Don Pietro: “Si è respirato l’amore fraterno perché nessuno diceva sua proprietà quel momento. Ognuno viveva la pienezza nel dono, e tutti vivevano la pienezza perché c’era qualcuno che si occupava di te. La presenza di Chicco era una luce che non accecava o attirava a sé, ma apriva gli sguardi ai fratelli. E così vedevi chi era intorno a Chicco, vedevi gli altri. E ognuno era visto da tutti gli altri. Tutti erano guardati ed amati, nessuno era invisibile”. Un’amica di Cristian ricorda: “Potevamo vedere un amico che se ne andava ma in realtà il nostro sguardo, quando lo guardavamo, non era uno sguardo verso Chicco ma era uno sguardo insieme verso quello che era il significato di Chicco, il messaggio che Dio ha potuto portare a tutti noi tramite lui. Una sofferenza felice, credo sia questo, in breve, ciò che io ho imparato”.

Dell’ultima settimana di vita di Cristian, Mariachiara ricorda: “In quella settimana il nostro corpo era fisicamente al suo fianco ma stavamo vivendo qualcosa di non umano. Se mi devo immaginare il Paradiso me lo immagino così: una comunione di anime come in quella settimana. Chicco non parlava più, i suoi occhi erano chiusi, ma è come se per mano sua il Signore riponesse continuamente letizia in noi. Davvero per noi è stata una fatica bellissima accompagnarlo sul Calvario, accettando di non capire niente. È stato come se quell’ultima settimana avesse tolto tutte le fatiche e le cose che non ci tornavano perché davvero abbiamo sperimentato la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi, su quel letto agonizzante. Spero che Maria sia arrivata sotto alla croce piena di domande poco chiare a cui non riusciva a dare risposta. Questo stare a contemplare la croce del figlio, non le avrà chiarito nessun dubbio, ma le avrà dato la certezza che siamo fatti per l’eternità e questa salvezza esiste davvero”.

Cristian muore il mattino di sabato 28 marzo 2015. Ricorda una sua amica: “Attraverso il Calvario di Chicco il Signore ha tessuto rapporti, rafforzato amicizie e convertito cuori. A me piace pensare che fin dal primo giorno sia stato strumento del Signore: la sua storia, il suo dolore non potevano essere vissuti nella solitudine e nel silenzio poiché la malattia è stata testimonianza della sua fede e ha lasciato il segno in persone che altrimenti non avrebbero mai avuto motivo di porsi domande e mettersi in discussione”.

(testi tratti dal libro Chicco. Quando il seme muore. La vita di Cristian Maffei)

MARIANNA BOCCOLINI: UNA VITA VISSUTA FINO IN FONDO

Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purché tu non abbandoni la via dell’amore e rimanga sempre aperto alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina. (Papa Francesco, GE 24) 

 
Marianna Boccolini nasce il 7 maggio 1992 a Narni.

Fin da piccola è dotata di una particolare sensibilità d’animo e di una grande capacità di meravigliarsi davanti alle cose e alle persone che la circondano.

Marianna ama la natura, la storia, l’arte, il cinema e la musica leggera, ha molti amici con i quali esce la sera. Marianna è amata per la sua capacità di intessere relazioni autentiche, di portare gioia, di aiutare i compagni più deboli o emarginati, di favorire l’unità tra le persone.

A scuola, nonostante le ripetute assenze dovute alla sua salute cagionevole, ottiene sempre risultati eccellenti. Così dice di lei una sua insegnante: “Marianna era piena di grazia, con il suo sorriso timido e il suo sguardo profondo. Un animo gentile e una bellezza rara, fuori dal tempo, così diversa e distante dalla volgarità e dall’aggressività di oggi”.

Marianna, dai 9 ai 18 anni, tiene un diario segreto: i suoi scritti rivelano la sua apertura mentale e di cuore, i valori umani e di fede che incarna con coerenza in tutti gli ambiti della sua vita, dalla casa alla scuola, dagli amici alle sue passioni.

All’età di 11 anni, Marianna ha già chiaro quale sarà il suo futuro: “Quando sarà il momento, sceglierò la via che ha seguito mia madre, quella della medicina. Oggi, il mio sogno è poter curare gli altri, aiutarli fino in fondo e ricercare nei laboratori i vaccini e le medicine apposite per ogni tipo di malattia”.

Marianna riconosce che la sua vita è un tesoro unico e bellissimo, un dono prezioso da gustare con gratitudine: “Grazie, Dio, per i doni della Terra, per la salute, per la gioia che ho, ma, innanzitutto grazie per aver dato a tutti noi il dono della vita. Io ti lodo, Signore, e ti ringrazio per questo dono insuperabilmente bello e prezioso e io ti prego perché tutti si rendano conto di quello che hanno e perché imparino ad amarlo e apprezzarlo. Amen. Il fine di questa Preghiera è quello di spingere tutti noi ad apprezzare la vita donataci da Dio per ciò che è veramente: una cosa di valore inestimabile a cui dobbiamo tenere molto perché la vita è una sola e non si può avere due volte ed è per questo che si deve riuscire a viverla serenamente poiché la pace, la gioia, la bontà inizia nei piccoli luoghi, inizia da noi”, scrive a 11 anni.

Due anni più tardi scrive: “Questo è quello a cui aspiro di più, vivere una vita che valga la pena di raccontare, o comunque abbastanza dignitosa da poterlo fare. Mi preparo ad affrontare le difficoltà di questa con serenità e forza e continuare in quello in cui credo e ho passione, fino ad ottenerlo, così da non dovermi recriminare nulla quando sarò adulta”.

A 14 anni scrive: “Saper guardare le piccole cose con attenzione apprezzandole ognuna come un grande dono di Dio così come saper guardare serenamente alle grandi cose della vita non potrà che condurre lontano, nel Regno dei cieli”.

Marianna vive ogni momento come se fosse l’ultimo: “Come vivrei questo momento se oggi fosse l’ultima volta che incontro questa persona? E se questo scritto, o questo regalo o questa attività, fosse l’ultimo della mia vita?”.

Nell’estate del 2010, Marianna sente che la sua vita sta per giungere alla fine e lo confida più volte a sua madre. La notte del 18 agosto 2010, di ritorno da una serata in compagnia dei suoi amici, l’auto sulla quale Marianna viaggia insieme ad altri due suoi amici si schianta contro un pilastro, a pochi chilometri da casa. Marianna muore così, improvvisamente, all’età di 18 anni, lasciando nei cuori di chi l’ha conosciuta il ricordo della sua bellezza semplice e della sua straordinaria gioia di vivere.

(testi tratti dal libro Un mondo a colori. La storia di Marianna)

———————————

Guarda il docufilm sulla storia di Marianna Boccolini.

ANTONIO CARRETTA: NELLA MALATTIA, LA FORZA DI UN GUERRIERO

Anche tu hai bisogno di concepire la totalità della tua vita come una missione. Prova a farlo ascoltando Dio nella preghiera e riconoscendo i segni che Egli ti offre. Chiedi sempre allo Spirito che cosa Gesù si attende da te in ogni momento della tua esistenza e in ogni scelta che devi fare, per discernere il posto che ciò occupa nella tua missione. E permettigli di plasmare in te quel mistero personale che possa riflettere Gesù Cristo nel mondo di oggi. (Papa Francesco, GE 23) 

 
Antonio Carretta nasce il 19 maggio 1991 ad Altamura, in Puglia.

Fin da piccolo, frequenta con impegno e dedizione la scuola e il catechismo, diventando presto un ragazzo educato, disciplinato, studioso, discreto, umile, attento all’altro, rispettoso, intelligente, allegro, sempre sorridente, di poche parole ma sempre disposto ad ascoltare e aiutare gli amici in difficoltà.

Dall’animo buono e gentile, Antonio dimostra una disarmante gioia di vivere e un apprezzamento per le piccole cose di tutti i giorni; ha idee molto chiare sulla persona che vorrebbe diventare e su ciò che vorrebbe fare della sua vita.

A giugno 2014, Antonio inizia ad accusare alcuni dolori alla schiena, che si fanno via via sempre più intensi, finché il 23 luglio viene ricoverato al Policlinico di Bari per una diagnosi di cancro.

Antonio inizia la chemioterapia. I primi mesi sono duri, difficili: anemia, crisi respiratorie, emorragie… ma Antonio non si abbatte, affrontando ogni difficoltà con determinazione e coraggio, pazienza e tenacia. Mai un lamento, mai una lacrima, solo un’immensa voglia di vivere e di affrontare quel male.

Dopo alcuni mesi, la situazione migliora: Antonio riprende le forze, torna a casa e, senza perdere tempo, si rimette a studiare, felice di essere ritornato alla normalità e di poter nuovamente uscire con i suoi amici.

A settembre 2015, la malattia si ripresenta; stavolta, però, ogni tentativo di cura risulta vano. Si tenta allora per una cura sperimentale a Forlì, ma alla vigilia della partenza Antonio peggiora. Nei mesi successivi i dolori aumentano a dismisura, Antonio alterna momenti di lucidità a momenti in cui è assente.

Gli ultimi tre giorni sono per lui un’agonia.

Antonio muore il 24 novembre 2015, all’età di 24 anni.

A distanza di due anni dalla morte, per ricordare Antonio come esempio per gli altri, l’università ha rilasciato il titolo di laurea specialistica in sua memoria.

Ricordano due amiche di Antonio:

“Nonostante la malattia, proprio in quei momenti hai dato vita al tuo grandissimo coraggio. Eri tu che incoraggiavi noi, eri tu che anche durante le tue agonie continuavi a studiare per portare a termine gli esami, continuavi ad avere sempre mille progetti per te e per il tuo futuro; eri tu che ti scusavi se non eri tanto presentabile da farti vedere, eri tu che ti preoccupavi di noi e ti informavi sempre di come trascorrevamo la nostra vita; eri tu che ci supportavi, eri tu che davi forza a noi… quella forza sovrannaturale che sprigionavi ogni volta che ci guardavi con i tuoi enormi occhioni verdi! Mi reputo una persona veramente molto fortunata ad aver conosciuto un ragazzo come te, il nostro grande guerriero, il nostro unico eroe, colui che ci ha insegnato veramente che cosa significhi lottare, avere fiducia, avere coraggio, essere temerari, non abbattersi mai”.

“Rivedo quel sorriso sempre stampato sul suo volto, ricordo tutta la forza che ha sempre avuto e la fede che non lo ha mai abbandonato. […] Ringrazio te per avermi insegnato l’arte di vivere il dolore nella fede. […] Hai dato la dimostrazione, nei gesti essenziali, di quanto amore hai avuto per la vita, la fede, la famiglia e l’amicizia”.

Dagli scritti di Antonio:

“Motivo centrale della nostra esistenza non è aspettare gli eventi straordinari per vivere, ma piuttosto vivere con straordinarietà l’ordinarietà, poiché quelle azioni che ci sembrano ripetitive e monotone richiedono il nostro massimo impegno”.

“Io cercherò di spingermi fin dove posso arrivare quotidianamente e cercando di fare i progressi migliori. Viviamo in un mondo che va di fretta e devo cercar equilibrio tra esso e la lentezza che questa malattia comporta. […] Perché viviamo, se non per lottare, sperare, avere sogni, progetti? I mali ci sono, ma si combattono, sono tollerabili, si combatte per avere il meglio”.

“Mi sono prefissato di vivere la mia vita per un unico scopo: essere orgoglioso di me stesso, perché Dio possa essere soddisfatto della sua creatura e portarmi con sé nel suo regno, in paradiso”.

“La forza per affrontare tutto è la volontà d’animo e la fiducia”.

“Non abbiamo tutto il tempo del mondo”.

“Non c’è motivo di avere paura nella vita perché togliamo spazio a ciò che di bello possiamo avere”.

(testi tratti dal libro Antonio Carretta. Il guerriero con il sorriso)

MARGHERITA FILIPPINI: UNA LUCE NELLA QUOTIDIANITÀ

Per riconoscere quale sia quella parola che il Signore vuole dire mediante un santo […] bisogna contemplare l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona. (Papa Francesco, GE 22) 

 
Margherita Filippini nasce il 14 novembre 1986 a Montecchio Emilia (RE).

Ragazza vitale, luminosa ed entusiasta, è una stella della pallavolo reggiana. Oltre allo sport a cui si dedica con grande passione, è impegnata nella parrocchia di Sant’Anselmo a Reggio Emilia come educatrice dei più piccoli.

Il suo amore per i bambini la porta ad iscriversi alla facoltà di Scienze della formazione; nel frattempo, con il desiderio di prendere la sua vita sul serio, inizia un percorso di discernimento vocazionale diocesano, durante il quale incontra Pietro. Insieme svolgono attività di volontariato presso la Casa della Carità della Beata Vergine della Ghiara e in varie esperienze all’estero con l’associazione “Reggio Terzo Mondo”.

Nel 2009, Margherita si reca in Kosovo, in una scuola materna, per preparare la tesi di laurea. Al ritorno, lei e Pietro decidono di sposarsi l’anno successivo; nel frattempo, Margherita insegna per un anno nella scuola parrocchiale di San Pellegrino, a Reggio Emilia.

Il 3 luglio 2010 Margherita e Pietro si sposano; il giorno dopo si recano al Pronto Soccorso perché il dolore alla spalla che Margherita sente già da un po’ è troppo insistente e i due sposi devono partire per il viaggio di nozze. I medici prescrivono a Margherita alcuni antidolorifici e le prenotano una Tac per il 16 di agosto.

Al ritorno dal viaggio di nozze, Margherita si sottopone ad alcuni esami che rilevano la presenza di un linfoma: inizia così un lungo cammino di cure, durante il quale Margherita si affida alle preghiere di sacerdoti, amici e familiari.

Dopo un iniziale sconforto, Margherita affronta la malattia con coraggio, senza rinunciare allo studio, all’amore per suo marito e alla compagnia dei suoi amici. Sa che le possibilità di guarire sono poche e allora cerca di salutare ogni persona e di riconciliarsi con chiunque si fosse arrabbiata per qualche motivo.

Fino all’ultimo Margherita fa del suo meglio: suona la chitarra nelle Messe che vengono celebrate in casa sua e, insieme al marito Pietro, accoglie con gioia chiunque le fa visita.

Con suo marito, prepara ogni particolare del rito delle esequie. Sul ricordino fa scrivere: “Margherita, sposa di Pietro per sempre”.

Nelle ultime settimane, il quadro clinico peggiora, ma Margherita non perde mai il sorriso, che regala sempre ad amici e conoscenti.

Pochi giorni prima di morire, Margherita confida alla sorella Caterina: “Libera, mi sento libera, non sono più schiava di niente, io mi affido e mi affido a Dio! Sono fortunata perché ho avuto il tempo di prepararmi a morire. Ho potuto pensare, ho potuto pregare, ho potuto incontrare persone care, ecco, ho avuto il tempo di prepararmi”. Alla sorella minore Elisabetta invece confida: “Sai, anche quando sembra che ti capiti la disgrazia più grande, alla fine, è sempre un regalo!”.

In una lettera scrive: “Ieri leggevo un testo di fr. Roger. Diceva: “I giovani che vivono nella speranza irradiano intorno a loro una luce”. Mi è sembrato talmente bello il pensiero di poter irradiare una luce intorno, solo vivendo la mia quotidianità con speranza, talmente bello da farmi sorridere il cuore!”.

Circondata dall’affetto dei suoi genitori, dei suoi fratelli, di suo marito, Margherita consegna la sua anima al Padre il 20 luglio 2012, all’età di 25 anni.

Il suo funerale è una festa, come Margherita stessa aveva desiderato: “Non voglio piagnistei!”.

Sul sagrato della chiesa, Pietro, vestito con lo stesso abito del matrimonio, accoglie la bara di Margherita e la benedice. Durante l’Offertorio, viene appoggiata alla bara una foto ingrandita delle loro nozze; così Pietro illustra questo gesto: “Portiamo all’Offertorio una foto del nostro matrimonio, il segno del nostro sacramento e della promessa che abbiamo deciso di fare insieme, di non mollare mai e di continuare nonostante tutto quello che ci sarebbe capitato. Un po’ questo l’abbiamo fatto e vorremmo che fosse così per tutti quelli che scelgono la via del matrimonio”.

(testi tratti dal libro Testimoni di luce)

MARCELLO VEZZANI: UNA VITA DI CORSA

Il disegno del Padre è Cristo, e noi in Lui. In definitiva, è Cristo che ama in noi, perché «la santità non è altro che la carità pienamente vissuta».1 Pertanto, «la misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua».2 Così, ciascun santo è un messaggio che lo Spirito Santo trae dalla ricchezza di Gesù Cristo e dona al suo popolo. (Papa Francesco, GE 21) 

 
Marcello Vezzani nasce il 13 luglio 1979 a Correggio (RE).

Ultimo di tre figli maschi, cresce in una famiglia cristiana unita, nella quale i rapporti tra i fratelli, e tra i figli e i genitori, sono vissuti alla luce della fede.

Marcello viene battezzato il 26 agosto e da quel giorno la Grazia di Dio inizia a formare la sua personalità e la sua esistenza.

Cresce nella comunità parrocchiale di Madonna di Fatima, dove si impegna come catechista, educatore e animatore, prestando un servizio costante e generoso.

Ancora bambino si iscrive all’Azione Cattolica e inizia a far parte della banda cittadina, diventando percussionista ufficiale; quando può porta i tamburi all’oratorio per insegnare ai bambini questo affascinante strumento.

Da adolescente, poi, inizia il suo servizio costante, premuroso e gioioso alla Casa della Carità: con gli ospiti trascorre i periodi di vacanza insieme e qualche volta ne porta alcuni all’oratorio o alla Messa della domenica.

Ragazzo dalla fede entusiasta, dalla bontà contagiosa, dalla generosità trasparente e dallo sguardo illuminato, Marcello “corre” sempre, desideroso di non perdere neanche un secondo di tutto ciò che vive: ogni impegno, dallo studio alla parrocchia, al servizio nella Casa della Carità e nella banda cittadina viene vissuto da Marcello con profonda passione e dedizione.

Per lui l’Eucarestia è tutto! Per questo fa di tutto per potersi nutrire del Pane della vita: quasi ogni sera, di ritorno dall’università, si ferma in chiesa per partecipare alla messa feriale.

Oltre alla parrocchia, Marcello è molto presente e attivo anche nella vita sociale del paese e non perde mai l’occasione per un confronto anche a livello politico dove, sempre con bontà e fermezza, interviene portando la propria testimonianza cristiana.

Con tutti Marcello è luminoso, solare e sorridente: un segno dell’amore di Dio. Sempre disponibile, quando c’è qualcosa da fare non si tira mai indietro, portando avanti con serietà ogni suo impegno.

Marcello è affascinato dal mondo, è innamorato della creazione: ogni cosa per lui è fonte di ammirazione e di stupore.

Coltiva molte amicizie, è amato e stimato da amici, compagni di studio e professori: per tutti quelli che incontra è un modello da imitare.

Giovedì 5 giugno 2003, Marcello lascia di corsa l’Università a Modena, perché deve suonare nella banda: ha finito con la sua professoressa la tesi di laurea e deve correre a casa per annunciare ai genitori la sorpresa: si laureerà a luglio! Ma un collasso lo stronca proprio davanti alla sede del 118 del Policlinico, a nulla vale il soccorso portato immediatamente: Marcello cade a terra stringendo al petto la sua tesi, ma è già in Paradiso! La corriera che da Modena sosta davanti a casa sua, questa volta non lo porta a casa.

Così Marcello è stato chiamato improvvisamente alla vita eterna, all’età di 23 anni. In quel giorno, la liturgia presentava queste parole di Gesù: “Padre, voglio che anche quelli che ci hai dato, siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24).

Il 23 marzo 2005, alla presenza di familiari, parenti e amici, si è svolta, nell’Aula Magna del dipartimento di Chimica dell’Università di Modena, la cerimonia di proclamazione della laurea post mortem in onore di Marcello.

“[…] Quando prego devo partire dalla certezza che Dio è mio papà, che mi vuole bene, che vuole il mio bene e che mi porta a volte nell’attesa e nell’insistenza a maturare il bene. Se sono onesto e insistente nel chiedere, ma la mia preghiera tarda ad essere esaudita, il tempo dell’attesa mi fa maturare e mi accorgo se sto domandando una cosa non buona. Il Signore accoglie la mia lode ma come vuole Lui. Se non ho questo spirito la preghiera è soddisfazione di un mio capriccio. Bisogna chiedere con forza, con convinzione. Nel profondo di noi stessi, crediamo davvero che possano avvenire miracoli? Quante volte abbiamo toccato con mano che con fede si possono ottenere miracoli. Eppure quante volte noi con il nostro bisogno di sicurezze umane mandiamo all’aria la nostra fede. Sognare in grande vuol dire avere questa fede “impassibile” e osare nel domandare. Se avremo la fede del bimbo sicuro del suo papà, senza cercare guadagni personali, allora la preghiera potrà essere decisiva” (articolo scritto da Marcello per il bollettino parrocchiale).

____________________________

1 BENEDETTO XVI, Catechesi nell’Udienza generale del 13 aprile 2011: Insegnamenti VII (2011), 451.
2 Ibid.: 450.