Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente.

Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza.

Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova.

Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita.

Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere.

Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita «non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi».

Papa Francesco (Esortazione apostolica “Gaudete et Exultate”)

IN QUESTA PAGINA TROVERAI LE STORIE DI TANTI GIOVANI CHE NON HANNO AVUTO PAURA DI PUNTARE IN ALTO, E CHE VOGLIONO DIRE ANCHE A TE OGGI CHE LA SANTITÀ È DAVVERO POSSIBILE!!!!!


DAVID BUGGI: UNA STORIA DI PASSIONE E RISURREZIONE

Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». (Papa Francesco, GE 6)

 
David Buggi nasce il 6 novembre 1999.

È un ragazzo assolutamente normale, con una vita da adolescente che cerca di scoprire il vero senso della vita: frequenta il post cresima della parrocchia e fa parte del Cammino Neocatecumenale. Ha tanti interrogativi, tante domande, un cuore e una mente che sono costantemente alla ricerca della felicità vera e anche di ciò che la può ostacolare. Questo suo desiderio temerario lo porta a confrontarsi con i temi che la società contemporanea e i giovani come lui difendono spesso come verità assolute, dinanzi alle quali non ci si interroga più, ma si aderisce seguendo ciò che più piace, invece di scorgere e scegliere ciò che è bene e assicura una gioia piena.

Vuole viaggiare, difendere la verità che ha cominciato ad assaporare leggendo il Vangelo. Chi lo segue in questo discernimento lo invita invece a rimanere a casa, nel quotidiano, perché ancora sprovvisto degli strumenti per potersi difendere in ciò che gli sembra essere il cammino giusto per essere un giovane realizzato. Scopre allora, in seguito ad un momento di preghiera, come dietro la proposta di chi lo accompagna ci sia anche la voce di Dio perché coincideva perfettamente ad una Parola letta casualmente nella Bibbia: “Il Signore esisteva veramente, agiva nella mia vita, parlava alla mia vita”.

Un giorno David inizia ad avvertire un indolenzimento ad una gamba, subito pensa alla troppa attività sportiva dell’ultimo periodo (gioca nella nazionale Under 19 di hockey subacqueo). I dolori però aumentano sempre di più, la notte fatica a dormire e gli antidolorifici provocano un effetto quasi nullo. Partono catene di preghiere, in molti offrono messe e penitenze. Il responso medico che arriva è tra i peggiori: osteosarcoma aggressivo con una soglia di dolore massima.

Come tutti i giovani, chi in un modo e chi in un altro, arriva ad arrabbiarsi con Dio: “Perché io prego per una cosa e Tu me ne fai accadere un’altra? Perché proprio a me tutto questo? Perché non mi vuoi aiutare? Che senso ha pregare se poi succede l’esatto opposto?”

Ma David non molla anche se il male inizia a cavalcare velocemente. Nonostante le grandi difficoltà, continua a cercare conforto nella Chiesa e non smette di chiedere aiuto a svariati sacerdoti. Un giorno uno di loro gli dice: “David, affida tutta la tua malattia a Dio”. Ma lui ha un rifiuto categorico, in cuor suo capisce immediatamente che ciò significa accettare la possibilità di morire, però capisce anche che è una sfida d’amore. Nonostante le prove, sente che questa è l’unica via per realizzare il suo sogno di felicità: riesce a consegnare la sua malattia a Dio tra le lacrime, ma anche con una gioia mai sperimentata finora. Da lì ha inizio quello che lui chiama “l’anno più bello della sua vita”.

Le ultime settimane sono tremende: il tumore ormai ha avvolto quasi tutti gli organi vitali. David soffre molto, fatica a respirare, ma non si lamenta mai. Dona tutto di sè, riversa il suo dolore nella Croce e in ogni istante offre il suo sacrificio a Dio Padre.

Nelle ultime ore della sua vita, centinaia di ragazzi sfilano per la sua stanza d’ospedale. David respira a fatica, non riesce più a parlare. I ragazzi lo salutano e don Pierangelo Pedretti, la sua guida spirituale, parla per lui: si erano messi d’accordo quando lui era ancora in grado di parlare. Con la lucidità di chi ha una vita spirituale seria, e con la chiarezza di chi sta guardando in faccia la morte, David li aveva mandati a chiamare, uno per uno, spiegando a don Pierangelo quale fosse il nodo problematico più importante che ognuno di loro doveva sciogliere. Chi un’affettività disordinata, chi la ribellione, chi la droga… sapeva leggere dentro i cuori, e nel momento di morire prega per ognuno di loro. Per dare l’ultimo, faticoso respiro, aspetta che l’ultimo della lista – aveva fatto una lista con i loro nomi – se ne sia andato dall’ospedale. Allora capisce che può morire, perché aveva fatto tutto. È il 18 giugno 2017, giorno del Corpus Domini. Sul suo volto sembra stampata quella frase che andava ripetendo a chiunque incontrasse: “Ma se sono felice io, come non puoi esserlo tu?”

David ha saputo, seguendo Gesù, offrire anche lui il suo corpo, accogliendo la sofferenza. Ha combattuto come un soldato, ha vinto perché ha continuato a credere all’amore di Dio, ha continuato ad annunciare che Cristo è risorto, fino alle ultime ore della sua vita, e morendo ha offerto tutte le sue sofferenze per la conversione dei giovani.

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“Pregate, pregate molto, ma non affinché io guarisca, poiché non è questo l’importante, ma che sia fatta la Sua volontà. Perché se sarà così, in ogni modo andrà, io avrò vinto.”

“Qualsiasi cosa, anche se può sembrare orribile, la più brutta, se è la Sua volontà è la cosa più bella che può succederci.”

“Il Signore non ti chiede mai di fare un sacrificio senza restituirti cento volte tanto.”

“Io il Signore lo immagino così: come un Padre che vuole che io sia solo felice e fa di tutto per rendermi felice!”

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Guarda la testimonianza di David.

Guarda la testimonianza dei genitori di David a Bel tempo si spera.

EMANUELE MARIA MARCHETTI: UN ANGELO SULLA TERRA

Nei processi di beatificazione e canonizzazione si prendono in considerazione i segni di eroicità nell’esercizio delle virtù, il sacrificio della vita nel martirio e anche i casi nei quali si sia verificata un’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte. Questa donazione esprime un’imitazione esemplare di Cristo, ed è degna dell’ammirazione dei fedeli. (Papa Francesco, GE 5)

Dopo 8 anni di attesa, finalmente il 13 febbraio del 1990 nasce Emanuele Maria, da subito considerato un dono del Cielo. Fin da piccolo ha ascoltato la Parola di Dio, la madre infatti ogni sera gli leggeva un passo del Vangelo e lui con interesse faceva una piccola risonanza sulla Parola. In occasione della Prima Comunione, subito dopo la prima confessione, dice ai genitori: “Sono felice, nel cuore sento tanta gioia”.

Emanuele cresce, da adolescente è pieno di impegni, frequenta il Liceo Scientifico ed è appassionato di musica. È amante dello sport, gioca nell’A.S.D. Giovanile Chieti e frequenta la Comunità Neocatecumenale nella sua parrocchia.

È un ragazzo scherzoso, con pregi e difetti, ma con un cuore profondamente mite, disponibile e umano, al punto da sacrificare tutto di sé per aiutare il prossimo; come qualcuno l’ha definito: “Lele è sempre stato un angelo”.

Durante l’incontro con Kiko, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, nella GMG di Colonia, sceglie di iniziare un percorso di discernimento presso il Centro Vocazionale. Tra combattimenti e dubbi, dopo due anni di percorso, si sente chiamato al Matrimonio cristiano e nel 2007 a Loreto conosce Jessica, che diviene presto la sua fidanzata.

Emanuele ha tanta cura di Jessica, rispetta i suoi genitori, e spesso le ricorda: “Devi lasciare le tue sicurezze perché non è diplomandoti con 100 che avrai la Vita Piena!”

Terminato il liceo, dice a Jessica: “Ho deciso, voglio fare Scienze Infermieristiche, così posso aiutare gli ammalati. E poi potrei avere subito un lavoro, così possiamo sposarci”. 

Nel cuore di Emanuele cresce il desiderio di fare la volontà di Dio, desiderio che lo accompagnerà anche nei momenti più difficili. Inizia a frequentare l’università e il tirocinio, testimoniando senza timore la sua fede a colleghi e professori. Con gioia e dedizione si prende cura dei pazienti, soprattutto dei casi più complessi, come quello di Gabriele, con un piede diabetico, che nessun infermiere vuole medicare. Il 7 giugno 2009, dopo il tirocinio, confida a Jessica di avere un dolore dietro il ginocchio sinistro. La prima risonanza non mostra nulla di strano ma i dolori continuano. Con altri controlli si intravede una neoformazione, ed Emanuele inizia già ad assumere la morfina. A Milano, nell’agosto del 2009 viene definita la diagnosi: Sarcoma di Ewing di IV grado plurimetastatico a fegato, polmoni, costole, parte del bacino, femore sinistro e rachide cervicale.

La diagnosi infausta sconvolge tutti. Viene subito programmata la chemioterapia e la dottoressa gli spiega tutti gli effetti collaterali, tra cui l’infertilità, proponendogli di congelare il liquido seminale, così da poter avviare in futuro una fecondazione artificiale. Emanuele si rifiuta: “No, preferisco lasciar fare alla Provvidenza”, e poi confida a Jessica: “Per me fare un figlio è una “liturgia” e non posso pensare di concepire un figlio in provetta”.

Ritorna a Chieti e inizia la chemio, seguita dalla radioterapia. La malattia e i farmaci gli causano dolori atroci e innumerevoli effetti collaterali. Emanuele non si lamenta, non fa pesare nulla a chi gli è accanto, anzi è lui ad incoraggiare tutti. Presto comprende che non riuscirà a sposarsi, ma è pronto a fare la Volontà del Padre. Nonostante i suoi sforzi per condurre una vita normale, spesso è costretto a restare a casa.

Poco prima di aggravarsi, durante la Celebrazione dell’unzione degli infermi dice ai presenti:
“…mi sta spogliando da tutte le mie sicurezze facendomi vedere che solo Lui basta. Ho sempre amato giocare a calcio, ora non posso, a 19 anni mi trovo costretto a letto con dolori atroci e nemmeno le medicine mi fanno effetto, Jessica lo sa perché sta ai piedi del letto e non può far nulla; non ho mai amato la scuola, ma dopo aver iniziato Scienze Infermieristiche ho sentito un forte amore per questa vocazione; ora non posso andare a fare tirocinio né seguire le lezioni; ho sempre avuto un bel fisico e mi sono sempre amato, il Signore mi ha messo in umiltà. Oggi davanti a voi sono senza capelli, debole ma forte! Io sono certo che questo cancro ha un senso, per mia madre, mio padre, per Jessica, mio fratello, mia sorella… per tutti! So che questa sofferenza non è inutile, non maledico Dio perché mi fa vedere il suo amore. Mio padre e mia zia non si parlavano da 15 anni, grazie a questo cancro si sono riconciliati e ora mia zia è qui. Io, oggi sono nudo.. sono sempre stato il dio della mia vita, e ora il Signore mi sta facendo capire che Lui è l’unico”.
Emanuele Maria muore in ospedale l’8 dicembre 2009, accompagnato dalle preghiere di amici e parenti che hanno riempito l’intero reparto.

La sig. Melania, infermiera, ha commentato: “Sono tanti anni che lavoro in ospedale, una morte così non l’ho mai vista!”

Jessica racconta: “Il funerale è stato un Matrimonio. Ho scelto gli stessi canti che avevamo scelto per le nozze. […] Non è stato un funerale, è stata una Pasqua!”

Isacco, amico d’infanzia: “Lele mi ha fatto capire, dopo 19 anni di vita in una famiglia cristiana, che Dio esiste! Mi ha tolto ogni minimo dubbio. Come può qualcuno non credere davanti a una testimonianza come quella di Lele?”

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Guarda la puntata di Nel cuore dei giorni sulla vita di Emanuele.

        

 

MARTINA CILIBERTI: UNA GUERRIERA SORRIDENTE

Soprattutto siamo invitati a riconoscere che siamo «circondati da una moltitudine di testimoni» (Eb 12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta. […] Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore. (Papa Francesco, GE 3)

 
Martina Ciliberti ha vissuto a Mariglianella, piccolo comune nelle vicinanze di Napoli. La sua seconda casa negli anni dell’adolescenza è stata per lungo tempo – a causa di un tumore – una stanza dell’ospedale Gemelli di Roma. Amante della vita, della sua famiglia, della musica, dei social, delle serie tv, adorava il mare e non smetteva di sorridere, neanche nei giorni più duri. In ospedale ha maturato l’amore per lo studio, la lettura, il disegno e la scrittura. Ha lottato con passione e determinazione fino al 10 marzo 2017.

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“Il dottor Giorgio mi fece accomodare vicino a lui; da quel gesto capii tutto. Ci disse che qualcosa non andava, che qualcuno era tornato senza alcun permesso, quando nessuno lo avrebbe voluto, ma lui era di nuovo lì. In quel momento mi sentii davvero male, non riuscivo a metabolizzare, chiesi di uscire. Andai vicino al muro e iniziai a piangere e a urlare. Mi sentivo davvero disperata. Quell’“alieno cieco e privo di emozioni” stava provando ancora una volta a strapparmi via da una cosa che io amavo sempre di più: la mia vita. Quella vita che aveva acquistato un valore aggiuntivo dopo i dieci mesi che erano appena trascorsi. Mi ritrovavo lì a dover riaffrontare un’altra battaglia, la guerra era ancora aperta. Ricordo le tante lacrime, i calci e i pugni contro quel muro. Seduta sul divanetto c’era Stella, che non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo perché stava aspettando notizie. Non so dove trovai la forza e il coraggio per rientrare a parlare con il dottore; forse era proprio la rabbia di voler capire come fosse possibile tutto ciò. Ricordo che il dottore ci disse che il male era ritornato e questa volta le cure sarebbero state ancora più dure; ci disse che solo nel 15 per cento dei casi si presentava una recidiva e io ero proprio in quel 15 per cento… Mi chiese se volevo restare subito per il ricovero o tornare a casa per ritornare in ospedale il lunedì. Io dissi di voler rimanere per iniziare quanto prima. Ricordo che appena finii di parlare con il dottore chiamai Lina, la mamma di Ciro, perché ero disperata. Non sapevo come e con quali parole comunicare a Ciro tutto quello che era accaduto, non riuscivo a trattenere le lacrime, ma trovai il coraggio di chiamarlo e dirgli: «Amore, c’è bisogno di combattere: il mostro è di nuovo qui». In quel momento avevo solo tante domande con quasi nessuna risposta. L’unica cosa che sapevo era che il mostro era tornato: non aveva ancora capito con chi aveva a che fare!

I miei e mia sorella erano distrutti. La prima volta era stato brutto, ma la seconda volta lo era ancora di più: sapevo già cosa avrei dovuto affrontare. Ricordo che quella sera tornai dal dottor Giorgio e gli dissi che in quel momento avremmo potuto piangere, ma già dal giorno dopo dovevamo mettere le armi in campo e avremmo dovuto iniziare a combattere. Il dottore si alzò e mi abbracciò. In quell’abbraccio sentii il calore di un padre, non di un medico. […]

[…] Quella chemio fu fortissima. Sembrava che mi strappasse via ogni briciola di forza e di speranza. Ricordo che con quel tipo di protocollo stavo davvero male. Nel corso della mia malattia ho sempre avuto la forza di mutare una lacrima in un sorriso, ma quella volta avevo un dolore così forte che piangevo e chiedevo aiuto a Dio. Sono sempre stata pronta ad affrontare tutto, chemio, siringhe e qualsiasi dolore, senza aver paura di niente, ma quella volta era davvero tutto insopportabile. Ero triste perché di solito ero sempre disponibile per gli altri ammalati, ma questa volta non ci riuscivo. Poi, col tempo, mi tornarono le forze e a mia volta provavo a dare sostegno a Federica, Giulia e agli altri bambini. […]

[…] Da sempre, in quel reparto, cercavo di strappare un sorriso, una risata partendo dai più piccoli sino ad arrivare agli adolescenti come me. Molte volte ero proprio io ad avere paura, ma davo coraggio a chi ne aveva come me o di più, facendo anche finta di avere la certezza che sarebbe andato tutto bene. Quella “finta” sicurezza mi portava poi a convincermi di ciò che dicevo. Facevo con gli altri ammalati ciò che volevo venisse fatto a me.”

(tratto dal libro Martina. La lotta coraggiosa di una guerriera sorridente)

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“Dio è sempre con me. Lui è sempre al nostro fianco, in mille avversità, non a farle passare subito ma a darci la forza e il coraggio per oltrepassare tutto.” (Martina)

“Se si vuol vincere nella vita, non bisogna mai smettere di lottare. Un messaggio che vorrei dare a tutti voi ragazzi è quello di non sprecare mai un giorno della vostra vita, perché come dicevo prima, ci sono persone che lottano ogni giorno per andare avanti e lo fanno sempre con il sorriso. Quindi voi che siete fortunati VIVETE E SORRIDETE.” (Martina)

“Le cose vanno affrontate con il sorriso, perché dalla paura nasce la tua forza. Bisogna avere pazienza e tanta forza. Raggiungi il traguardo se sei davvero convinto di raggiungerlo.” (Martina)

“Dopo la tempesta esce sempre il sole.” (Martina)

“Martina ha vissuto poco più di diciassette anni, ma ha dato valore e senso a ogni giorno della sua vita. Ci sembra incredibile che in così pochi anni abbia saputo divenire la persona forte e determinata che era. Mai si è arresa di fronte alla malattia e alle infinite difficoltà che l’hanno accompagnata; mai si è lasciata abbattere di fronte alla fatica, al dolore, agli ostacoli, e se pure aveva qualche momento di debolezza era passeggero, Martina risorgeva più forte e determinata di prima. È stata lei a dare forza, coraggio e speranza alla famiglia, nonostante fosse la più piccola; è stata lei ad aiutare gli altri a crescere nella fede, nel coraggio, nella determinazione. Dopo essere stati accanto a lei, tutti si sentono diversi, capaci di far fronte alla vita in piedi, con lo sguardo rivolto verso l’alto.” (Stella, sorella di Martina)

“Martina ha insegnato a tutti noi, grandi e piccoli, ad andare avanti nonostante le difficoltà che quotidianamente la vita ci impone di affrontare. Un messaggio di speranza di una ragazzina di appena diciassette anni, che ha lottato fino alla fine contro un nemico più grande di lei. Martina era una leonessa. Una guerriera.” (Daniela, insegnante di italiano e storia nel reparto di Oncologia pediatrica del “Policlinico Gemelli” di Roma)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera del 19 aprile 2019 sulla storia di Martina.
 
 

SONIA CUTRONA: UNA VITA COME DONO D’AMORE

Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. […] Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4). (Papa Francesco, GE 1-2)

 
Sonia Cutrona nasce il 17 aprile 1973 a Ramacca (Catania).

Fin da piccola si distingue per il suo carattere sorridente e buono, simpatico e vivace, sempre solidale con tutti, sia a casa che a scuola.

Grazie ai suoi genitori, nasce in lei un vivo desiderio di conoscere e amare Gesù, che incontra spesso nella preghiera e nella Messa festiva, a cui è fedelissima. Questo sarà il suo stile di vita: in semplicità e letizia, “cresce in età, sapienza e grazia” a immagine di Gesù, abitata dalla sua presenza, partecipe delle realtà più belle e grandi: la fede, la bellezza della natura, l’amicizia per tutti, soprattutto per chi soffre.

A 14 anni inizia a frequentare il Liceo presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, dove si fa testimone di Gesù ai compagni, con la sua gioia, la sua parola buona, la sua capacità di voler bene, l’aiuto dato a tutti con generosità.

Crede al valore inestimabile della purezza, della verginità, della fedeltà a Gesù, che incontra spesso nella Confessione, nella Comunione eucaristica e nella meditazione del Vangelo e, come Don Bosco, Maria Mazzarello, i Santi salesiani che ha conosciuto nella sua scuola, sa e crede che la vita è dono di amore.

A 15 anni le viene diagnosticato un sarcoma, ma lei, forte della sua fede, non si arrende e sorride: “Dio è con me, Gesù non mi abbandona”.

Va a Lourdes per chiedere alla Madonna il miracolo, perché vuole guarire e torna a casa carica di serenità e di pace, certa che la Madonna non l’abbandonerà mai. Il Rosario diventa la sua preghiera prediletta, di tutti i giorni.

Fin quando può, frequenta la scuola, preoccupata di studiare, di non perdere tempo, di aiutare le compagne, di nascondere più che può il dolore ai suoi cari.

Prima delle feste di Natale del 1989, va a scuola per l’ultima volta. Tutti le fanno festa. Lei, sorridente, dà l’impressione di una grande gioia che le sale dal cuore e a ognuno lascia un biglietto dove ha scritto: “Ti voglio bene”.

Dal suo letto diffonde serenità e pace attorno a sé, ripetendo sovente, con il suo sorriso rassicurante: “Non preoccupatevi, io sto bene, non ho niente”. Si preoccupa dei genitori, della scuola, degli altri.

Ormai sa che la sua vita sta per finire su questa terra, ma non dispera e con una certezza incrollabile e una forza incredibile, nonostante i dolori insopportabili, continua a sorridere e a dire: “Il Signore è buono e non mi abbandonerà, ne sono certa!”

Spesso ripete sottovoce, lentamente, questa preghiera: “Gesù, io ti guardo con occhi di fede… con occhi di speranza attendo da Te un futuro migliore per il mondo intero… Gesù, io ti guardo con occhi di amore che si uniscono a Te e vorrebbero esprimerti la profonda attrattiva che mi porta a Te… Gesù, io ti guardo con occhi di gioia che trovano in Te una felicità sconosciuta sulla terra, felicità dal sapore di Cielo”.

Sonia muore il 18 giugno 1990, a 17 anni.

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“Non è giusto essere felici da soli, ma purtroppo, dico purtroppo, lo siamo. Sono sicura che rendendo gli altri felici, la nostra felicità si innalza fino alle stelle, perché l’ho già provato.” (Sonia)

“Alcune persone si sacrificano anche lasciando la famiglia, partendo per le missioni… Ma so che anch’io posso fare il mondo più bello: basta un po’ di buona volontà e tantissima fede in Colui che ci ha creati, perché dobbiamo sempre tenere in mente che siamo figli dello stesso Padre, Dio.” (Sonia)

“Tu sai che io soffro molto, ma nonostante questo io riesco a vivere, a sorridere, a stare calma.” (Sonia, all’amica Cinzia)

“Sonia ci ha fatto comprendere che la nostra vita non ci appartiene, che in qualunque momento possiamo essere chiamati a rendere conto al Signore.” (Maria, amica di Sonia)

“Sonia ci ha voluto bene, anche nei momenti infelici. Pur nella sofferenza, cercava di sorridere e avere premure per tutti.” (amici di Sonia)