Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


LORENA D’ALESSANDRO: LA GIOVANE MISSIONARIA DELL’AMORE

Chiediamo al Signore la grazia di non esitare quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti; chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e di rinunciare a fare della nostra vita un museo di ricordi. In ogni situazione, lasciamo che lo Spirito Santo ci faccia contemplare la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa, invece di stancarsi, potrà andare avanti accogliendo le sorprese del Signore.

(Papa Francesco, GE 139)

 
Lorena D’Alessandro nasce il 20 novembre 1964 a Roma, nella Borgata La Rustica.

Primogenita di tre figli, fin da piccola inizia a frequentare la parrocchia, nonostante la famiglia non sia molto religiosa.

A soli 10 anni viene ricoverata al Policlinico Gemelli, dove subisce un trapianto osseo a causa di un tumore alla gamba sinistra. Due anni dopo, il tumore si ripresenta e i medici, in accordo con i genitori di Lorena, decidono di amputarle la gamba pur di salvarle la vita.

Ricorda così la mamma di Lorena: “Non so ancora oggi spiegarmi come Lorena accettò tutto questo, io mi ribellai tremendamente. Era lei che consolava me, il papà e tutti, e per ognuno aveva una parola di speranza e di fiducia. Ci diceva: «State tranquilli, sono sempre la stessa, sto bene, farò tutto ugualmente anche con una gamba ortopedica»”.

Gli anni passano: Lorena studia al liceo classico, fa la catechista, suona e canta nell’animazione della Messa ed entra a far parte del gruppo parrocchiale del Rinnovamento dello Spirito Santo.

Lorena ha fretta di fare, di rendersi utile: sa che da un momento all’altro il tumore potrebbe nuovamente manifestarsi.

I suoi amici la ricordano sempre impegnata, sensibile e pronta ad aiutare gli altri; ammirano il suo coraggio e la sua disponibilità.

Nel 1980 Lorena inizia a scrivere il suo diario spirituale: “Ho capito che la mia felicità è e sarà sempre nel servire la felicità degli altri; io potrò aiutare il mondo se agisco con amore, a forza di amore, a colpi di amore; sento fortissimo in me il desiderio di darmi agli altri; voglio bene a tutto il mondo. Sono tanto provata, ma ho Gesù con me e vicino a me, colui che non mi tradirà mai… perciò perché avere paura? Nel dolore ho capito che la cosa più importante è vivere l’amore, d’amore per il Signore e per i fratelli”.

Lorena manifesta il desiderio di laurearsi in medicina per partire missionaria e curare i sofferenti, soprattutto i bambini. Così scrive nel suo diario: “Voglio partire missionaria. Andare da chi può avere bisogno di me. Il mio sguardo è la dove i bimbi muoiono aspettando forse anche il mio aiuto!”.

Nell’estate del 1980, al rientro da un pellegrinaggio a Lourdes, la sera dell’8 settembre, Lorena scrive il suo testamento, in cui dà anche precise disposizioni per il suo funerale.

Io, Lorena D’Alessandro, esprimo, nel pieno delle mie facoltà mentali, le ultime volontà (che vi prego di rispettare).
Il mio corpo dovrà essere tumulato nella terra, in una bara, il più semplice possibile.
Non voglio fiori al mio funerale, i soldi che devono essere così inutilmente spesi, siano inviati come aiuto alle missioni dei padri Benedettini Silvestrini.
Vorrei che il rito fosse concelebrato dai sacerdoti della mia parrocchia […]; sull’esempio di tutti loro ho capito cosa vuol dire vivere in Cristo e per Cristo.
Vorrei che ad animare il rito fossero i miei fratelli catechisti: cantino inni di gioia perché la morte è una liberazione, è un passare alla gioia eterna.
Non voglio assolutamente che si porti lutto. Non servitevi di banali atti esteriori, ma serbate il mio ricordo nel cuore; non piangete, ma gioite per me, perché finalmente, se il Signore mi riterrà degna, potrò partecipare alla gioia eterna.
Se le condizioni della mia morte lo richiedessero, sia autorizzata l’autopsia.
Dono tutti i miei organi, se le malattie che ho avuto lo permetteranno, a chi soffre.
[…]
Lascio (come scrisse Follereau) tutto il bene che ho fatto, lascio i poveri del mondo, lascio chi soffre nello spirito e nel corpo, alle preghiere di tutti.
Scusatemi se chiedo molto, ma vi scongiuro di rispettare quanto ho scritto.
Con infinito amore Lorena.

Lorena registra anche alcune considerazioni a voce:

[…] Se io farò della mia vita una vita d’amore, vale la pena di vivere, se alzo gli occhi dalla triste realtà di un momento, vale la pena di vivere, se penso alla mia comunità e allo splendido cammino che stiamo facendo insieme, vale la pena di vivere! Sì, vale la pena di vivere una vita, fatta di imprevisti e di paura, fatta d’odio e d’amore, fatta di guerre e di pace, fatta di gioia, fatta di te, o Signore! Questa è la mia vita, queste tutte le mie incertezze, questi tutti i miei dubbi. Questa sono io, una ragazza di 16 anni, con tanta esperienza alle spalle, che i casi della vita hanno maturato forse troppo in fretta. Fino a tre anni fa la mia vita era un’esistenza che il mondo definisce normale! Poi è successo qualcosa, qualcosa che mi ha fatto capire quanto fossero futili tutte le cose che fino allora avevo fatto, qualcosa che mi ha fatto capire che c’è un Qualcuno più importante di tutto e di tutti, c’è il MIO DIO! Tre anni fa, a causa di un tumore, di un tumore osseo, mi è stata amputata la gamba sinistra. Questo è il fatto che io ritengo più importante, oltre che più felice, in tutta la mia vita. Da quel momento ho capito che non era gioia correre, che non era gioia saltare, che non era gioia in qualche modo imporsi ai danni degli altri. No, non era questo. Era gioia vivere con te, con te, Signore. Ho capito che la cosa più importante era vivere d’amore, vivere per amore, vivere con amore! Solo così, solo così si può cambiare il mondo amandolo per quello che è, amandolo come è. […]

Nel gennaio 1981 il tumore riappare al polmone sinistro con metastasi diffuse. I medici danno a Lorena tre mesi di vita, ma Lorena non si perde d’animo: scopre il vero senso della sofferenza e continua a sorridere alla vita, infondendo coraggio a chi gli sta accanto; non si chiude in se stessa, ma si apre alla carità, abbandonandosi con fiducia alla volontà di Dio; non fa pesare sugli altri la sua malattia e, sostenuta dalla preghiera e dai sacramenti, testimonia gioiosamente la fede tra i suoi coetanei.

Tutti rimangono colpiti dalla serenità con cui Lorena affronta la malattia.

Lorena vive intensamente gli ultimi tre mesi della sua vita terrena: vive le sofferenze come partecipazione alla croce di Cristo.

Il 3 aprile 1981, Lorena incontra “sorella morte”, a soli 16 anni.

L’8 aprile 2003, presso il Vicariato di Roma, si è chiusa la fase diocesana della causa di Beatificazione e il 20 maggio 2023 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Lorena veniva dichiarata Venerabile.

(fonte: https://www.santiebeati.it, https://www.causesanti.va/it.html, http://www.lorenadalessandro.org/)

LUCA PASSAGLIA: UN PICCOLO PRODIGIO DI DIO

Quante volte ci sentiamo strattonati per fermarci sulla comoda riva! Ma il Signore ci chiama a navigare al largo e a gettare le reti in acque più profonde (cfr Lc 5,4). Ci invita a spendere la nostra vita al suo servizio. Aggrappati a Lui abbiamo il coraggio di mettere tutti i nostri carismi al servizio degli altri. Potessimo sentirci spinti dal suo amore (cfr 2 Cor 5,14) e dire con san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cor 9,16). Guardiamo a Gesù: la sua compassione profonda non era qualcosa che lo concentrasse su di sé, non era una compassione paralizzante, timida o piena di vergogna come molte volte succede a noi, ma tutto il contrario. Era una compassione che lo spingeva a uscire da sé con forza per annunciare, per inviare in missione, per inviare a guarire e a liberare. Riconosciamo la nostra fragilità ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione.

(Papa Francesco, GE 130-131)

 
Luca Passaglia nasce il 29 marzo 1999 a Pavullo nel Frignano, in provincia di Modena.

Appena dopo la nascita, i suoi genitori lo affidano alla Vergine Maria e, fin da subito, lo coinvolgono nei loro momenti di preghiera quotidiana. Ricorda così la mamma di Luca: “Non lavorando fuori casa, avevo tempo, al mattino, di portare Luca con calma a fare visita a Gesù in chiesa. Ricordo che il bimbo sovente raccoglieva tante margheritine da portare alla Madonna, amava correre verso le varie statue ed accendere tante candeline. Da quando aveva circa un anno iniziammo a portarlo anche alla Messa della domenica perché era molto tranquillo e non disturbava nessuno. Quando andavamo a fare la comunione, man mano che diventava grande, ci faceva molte domande e noi cercavamo di rispondere nel modo che ci sembrava più consono ad un bimbo piccolo, pensando però sovente ed erroneamente, che un bambino così piccolo non avrebbe potuto comprendere molto… Quando gli rispondevamo che andavamo a ricevere Gesù, lui ci sorrideva”.

Per il resto, Luca è un bambino come tutti gli altri: ama disegnare e giocare con le costruzioni. Sua mamma lo ricorda così: “Luca era un bambino riflessivo e calmo, buono e sorridente, trasmetteva tanta serenità a chi lo incontrava. Non era affatto capriccioso e ubbidiva spontaneamente alle nostre correzioni. Un giorno il papà gli chiese: «Luca, ma perché tu mi dici sempre di sì quando ti chiedo le cose?». Luca serenamente gli rispose: «Papà, perché io voglio farti contento!». […] È da questa semplicità che il nostro piccolo imparò presto il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Gloria al Padre, l’Angelo di Dio, la sequenza intera dello Spirito Santo e la Salve Regina, la sua preghiera preferita”.

Luca si rivolge spesso alla Madonna con queste parole: “Ti voglio bene Madonnina, fai la nanna vicino a me”.

Tutto sembra andare bene, ma “i primi sintomi del male accaddero il 22 maggio 2002, giorno di Santa Rita. Luca non riusciva più a camminare e aveva forti dolori alle gambe, che lo facevano piangere continuamente notte e giorno. Furono quindi dei sintomi così violenti e inaspettati che lasciarono presagire a me e a mio marito qualcosa di grosso. […] Luca, passando davanti alla Cappellina dell’ospedale, mi disse: «Mamma andiamo a tenere compagnia a Gesù, se no piange». […] Lì subito compresero che si trattava di una rarissima forma tumorale della prima infanzia, con metastasi in tutte le ossa e nel midollo, il neuroblastoma. Dopo lo shock iniziale, mio marito ed io per una grazia speciale, solo per grazia, anche se desolati, accettammo la croce, nella sua nudità e nella sua freddezza, senza tante chiacchiere, come un compito da svolgere, come la volontà di Dio che è sempre da fare nel bene e nel male. […] Luca soffriva immensamente e non parlava più, era tutto un lamento e tante piccole goccioline di sudore gli fuoriuscivano dalla pelle del viso quando era angosciato e dolorante. Voleva essere costantemente tenuto in braccio, lo vedevo deperire vertiginosamente. Prima di entrare nel reparto di oncologia pediatrica Luca mi disse con forza: «Mamma dammi la statuina della Madonnina che voglio darle un bacio». Immediatamente iniziò per lui, per la sua guarigione, come una cordata di preghiera che coinvolse anche persone all’estero: amici, sacerdoti, monasteri di clausura, gruppi di preghiera parrocchiali e persino diversi amici non praticanti”.

Luca rimane in ospedale per lunghi nove mesi, durante i quali si sottopone a diversi cicli di chemioterapia, ad un intervento per l’asportazione di una massa tumorale nel surrene destro e ad un trattamento di autotrapianto di midollo osseo. Luca sopporta tutto con grande serenità, senza lamentarsi mai, infondendo coraggio a chi gli sta vicino.

Ricorda ancora la mamma di Luca: “Era lui a dare sempre la forza a noi con la sua serenità e dolcezza. Accettava sempre con mansuetudine, a differenza nostra che sovente diventavamo nervosi e impazienti, tutti i sacrifici che stava vivendo. Era sempre attento alle sofferenze degli altri bambini e capitava che spontaneamente, sentendo le loro grida di dolore, pregasse per loro l’Angelo di Dio. Altre volte, quando dovevamo lasciare la stanza dell’ospedale, voleva che lasciassi l’immagine della Madonna di Medjugorie nella camera: «Così potrà aiutare un’altra mamma che verrà qui dopo di noi»”.

Nella primavera del 2003, Luca viene dimesso dall’ospedale e, nel giro di pochi mesi, riprende a camminare e a correre. Impara a leggere e a scrivere, inizia a frequentare la scuola materna e continua a crescere nella fede. Alcuni fine settimana, insieme alla sua famiglia, va a visitare qualche Santuario per rafforzare lo spirito.

Tutto sembra tornato alla normalità, ma “in ottobre, in piena notte, Luca si svegliò urlando dal male. Da lì a venti giorni eravamo di nuovo daccapo e tornammo nell’ospedale di Torino. I dolori ossei che la prima volta lo colpirono alle gambe, questa volta erano localizzati nelle braccia e nelle spalle. Purtroppo il tumore a quel punto iniziò a prendere possesso dei polmoni, in particolar modo di quello sinistro. «Mamma, non ne posso più» mi disse un mattino dispiaciuto di dover andare in ospedale”. È la prima volta che Luca si lamenta.

Grazie ad un libretto sulla vita dei Pastorelli di Fatima, Luca riesce a dare un senso al suo dolore. Ricorda così sua mamma: “In quell’epoca una nostra amica portò al bambino, di ritorno da Fatima, un libretto sulla vita dei pastorelli e sul compito che la Madonna aveva assegnato ai bambini: offrire le proprie sofferenze più piccole per la conversione dei grandi peccatori. Non so fino a che punto, a quattro anni e mezzo, Luca avesse la percezione della cattiveria del mondo, visto che era cresciuto in un ambiente sereno, dove tutti si comportavano con lui molto bene anche per via della sua malattia. Ma amava molto che gli leggessi quel libro e penso che qualcosa riuscì veramente ad interiorizzare, perché spontaneamente un giorno scrisse in una letterina: “Vado in ospedale a offrire a Gesù”. Un giorno sorridendo mi disse: «Sai mamma, Gesù mi vuole tanto bene»”.

Da quel momento, Luca diventa un faro che indica a tutti la via per il Cielo.

Nei momenti di maggior sofferenza, Luca cerca la compagnia di Gesù: prende il Crocifisso e se lo stringe accanto a sé dicendogli: “Stai qui Gesù, fai la nanna vicino a me”.

Il 10 gennaio 2004 la situazione peggiora. Ricorda così quei momenti la mamma di Luca: “Soffriva molto alla gola sia per una fortissima mucosite, sia perché la trachea ed il cuore venivano spostati verso destra dal polmone ingrossato dal tumore. Respirava con l’ossigeno, e anche questa volta non aveva posto resistenza alla mascherina, per quanto gli desse molto fastidio. Parlava poco, non poteva più mangiare, continuavamo a sperare nella guarigione ma per la prima volta in un anno e mezzo, mio marito ed io sentimmo nel cuore che era giunto il tempo di affidarci completamente alla volontà di Dio senza più chiedergli il miracolo. Lunedì 19 gennaio il primario disse tristemente che era solo questione di due o tre settimane. In quelle ore Luca era particolarmente agitato, era sotto morfina, ma lo udii dire chiaramente: «Sono di Gesù». A quel punto, improvvisamente, l’agitazione gli scomparve”.

Il 20 gennaio, con dispensa del vescovo, Luca fa la Prima Comunione e la Cresima: è un momento di grande gioia, per lui e per i suoi genitori. Poco dopo la situazione precipita: Luca non ha più la forza di parlare, rimane nel letto con accanto a sé il Crocifisso. Ai genitori che si sono assopiti per la stanchezza, dice: “Pregate il Rosario”. È la sua ultima raccomandazione.

La mattina dopo, il 21 gennaio, memoria di Sant’Agnese, Luca entra nella gioia eterna del Paradiso.

(testi tratti dai siti https://www.gruppomariaportadelcielo.it/index.html e https://giovanisanti.wordpress.com/)

MARIO GIUSEPPE RESTIVO: IL GIOVANE POETA SCOUT

La santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Perché ciò sia possibile, Gesù stesso ci viene incontro e ci ripete con serenità e fermezza: «Non abbiate paura» (Mc 6,50). «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste parole ci permettono di camminare e servire con quell’atteggiamento pieno di coraggio che lo Spirito Santo suscitava negli Apostoli spingendoli ad annunciare Gesù Cristo. Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, tutto questo è compreso nel vocabolo parresia, parola con cui la Bibbia esprime anche la libertà di un’esistenza che è aperta, perché si trova disponibile per Dio e per i fratelli (cfr At 4,29; 9,28; 28,31; 2 Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19).

(Papa Francesco, GE 129)

 
Mario Giuseppe Restivo nasce 24 gennaio 1963 a Palermo.

Primo di quattro figli, fin da piccolo manifesta una sensibilità e una vivacità straordinarie che lo rendono benvoluto e stimato da tutti.

Mario possiede un talento particolare per la poesia, tanto che, all’età di soli 9 anni, compone le sue prime opere poetiche e, due anni dopo, pubblica la sua prima raccolta di poesie, dal titolo “La mia aurora”, a cui ne fa seguito un’altra, intitolata: “In cammino”. Una terza raccolta, dal titolo “La stagione dell’incontro”, verrà pubblicata postuma. Le due raccolte hanno molto successo e Mario riceve elogi anche dal Santo Padre e dal Presidente della Repubblica.

Affascinato dalla figura di San Francesco, Mario, adolescente, lo sceglie come modello di vita, impegnandosi con coraggio ad imitarne lo spirito di povertà. È nello scautismo cattolico che Mario trova la via per realizzare questo suo impegno, dove poter esprimere la sua passione giovanile e il suo spirito di servizio, dove poter testimoniare la sua fede e la sua gioia di vivere con e per gli altri.

Mario nutre un ardente e costante desiderio di “andare oltre verso l’infinito” per conquistare la vera felicità: “La vera felicità si conquista nell’amore per Dio e per gli altri. È fede in Dio, nella vita. È solidarietà gioiosa. Tutto il resto è apparenza e vanità”.

Convinto che questa sia la strada giusta, Mario si dedica con passione all’educazione dei più piccoli, diventando capo, nonostante la sua giovane età, e pregando intensamente Dio di accompagnarlo in quest’avventura affascinante e impegnativa.

Durante il Campo Scout di Pasqua del 1982, Mario scrive questa riflessione:

“Non avete saputo vegliare con Me neppure un’ora”

“È pensando a queste parole che mi sono alzato prima del solito stamattina per venire qua davanti a Te, Signore. Sai, non ero abituato a sentirTi una presenza, ma ora, in quest’alba di uno splendido mattino che ancora una volta ci dai, Tu ci sei: sento il tuo battito in me, ma anche fuori di me. In me, poiché la mia disponibilità dell’essere qui stamattina, come dell’aver partecipato a questo campo, vive del tuo amore verso di me; fuori di me perché tutto qui attorno è buono, poiché proviene dalla Tua onnipotenza: il cielo, il bosco, gli uccellini, l’erbetta, le foglie secche, reliquia di un autunno ormai lontano, il freddo, il silenzio, l’orizzonte”.

“Signore, dammi sempre un inizio, dammi soprattutto la morte che lo precede, aiutami ad educare al vero amore le persone che mi stanno attorno. Dio, guidami sulla strada del ritorno, affinché la mia casa divenga la Tua casa, la mia vita diventi la Tua vita”.

“Signore, dammi il coraggio, la comprensione e l’umiltà alla maniera del tuo Figlio. Ti prego per le persone smarrite, per chi non sa ancora da che parte andare, eppure ci va. Dammi la spontaneità e la fantasia perché sia un ragazzo tra i ragazzi. Ti prego perché non muoia in me la speranza”.

“E, quando sono solo, Signore, quando a sera busso alla porta di qualcuno e nessuno mi dà risposta, ricordaTi di me e rendimi capace di sorridere. Fa’ che possa sempre darmi agli altri in umiltà e completa condivisione. Nel mio cuore, Signore, troverò il posto per le mille vite dell’universo”.

“E, ora, Signore, lascia che il Tuo servo vada in pace secondo la tua parola, fa’ che il tuo servo abbia il coraggio di uccidere le sue maschere. Amen”.

A luglio 1982 consegue il diploma di maturità classica.

Il mese seguente decide, insieme ad altri scout, di partecipare ad alcuni giorni di spiritualità a Taizè, ma durante il viaggio, nei pressi di Chambéry, in Francia, Mario incontra la morte in un incidente automobilistico. Ha solo 19 anni.

Il 12 marzo 2006 il vescovo di Cefalù avvia il processo di beatificazione.

Il ricordo di Mario è ancora vivo nel cuore di tanti giovani, soprattutto dei giovani scout che egli ha amato intensamente e di cui è stato maestro, modello e guida.

(testi tratti dai siti https://amicimassariotta.blogspot.com/ e https://sites.google.com/site/santiebeatiscout/home/mario-giuseppe-restivo)

CARLA RONCI: UNA GIOVANE LAICA CONSACRATA A SERVIZIO DELLA CHIESA

Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che «si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto».[100] È una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani. Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo […]. Il malumore non è un segno di santità: «Caccia la malinconia dal tuo cuore» (Qo 11,10). È così tanto quello che riceviamo dal Signore «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), che a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio.[101] Il suo amore paterno ci invita: «Figlio, […] trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice» (Sir 14,11.14). Ci vuole positivi, grati e non troppo complicati: «Nel giorno lieto sta’ allegro […]. Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni» (Qo 7,14.29). In ogni situazione, occorre mantenere uno spirito flessibile, e fare come san Paolo: «Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione» (Fil 4,11). È quello che viveva san Francesco d’Assisi, capace di commuoversi di gratitudine davanti a un pezzo di pane duro, o di lodare felice Dio solo per la brezza che accarezzava il suo volto.

(Papa Francesco, GE 125-127)

 
Carla Ronci nasce l’11 aprile 1936 a Torre Pedrera, vicino Rimini.

È una bella bambina, buona e affettuosa, vivace e comunicativa. All’età di 6 anni, ancora prima di iniziare la scuola, riceve i sacramenti della Confessione, Comunione e Cresima.

Crescendo, Carla è una ragazza tra le tante: ama divertirsi e andare al cinema e al mare con le amiche, le piace ballare e leggere storie d’amore. È bella e dall’aspetto sempre molto curato. Lei stessa disegna e cuce i suoi abiti: “Vesto con modestia ed eleganza e cerco di far capire, con la mia vita, che il Cristianesimo vissuto, non è croce, ma gioia”.

All’età di 14 anni, un incontro improvviso con le suore Orsoline le cambia radicalmente la vita. Lei stessa racconta: “Era l’anno 1950: vedevo tutte le mattine le suore Orsoline recarsi alla messa con tanto freddo d’inverno e alle volte con tanta neve. Tante volte mi ero affacciata all’asilo e anche là le avevo trovate tanto raccolte e così pie. Sempre serene. Tanto povere. Incominciai a riflettere: ma perché fanno quello che fanno? E per chi, se i bambini sono degli altri e le retribuiscono così poco? E perché sono così felici e tanto serene nella loro povertà e nelle loro privazioni? […] La mia anima aveva bisogno d’altro; aveva sete, sete dell’amore di Dio. Così ho incominciato a frequentare la chiesa e i sacramenti più spesso, trovando in essi tanta pace e tanta gioia. […] Fino a quattordici anni ho corso affannosamente dietro a tutto ciò che credevo potesse colmare il vuoto e l’ansia che avevo dentro di me: cercavo di stordirmi con un divertimento dietro l’altro, ma invano… Ho resistito alla grazia divina fino agli ultimi giorni del 1949″.

Da questo momento Carla decide di offrirsi vittima di espiazione e di propiziazione per la santificazione dei sacerdoti. Scriverà qualche anno dopo: “Signore ho solo questo mio cuore che è pieno di te che sei l’infinito. Questo ti offro per i tuoi sacerdoti. Eccoti tutta la mia vita. Se vuoi una vittima di riparazione per le loro cadute, per le loro infedeltà, per quello che non fanno e dovrebbero fare, per quello che fanno e non dovrebbero fare, Signore, per essi mi offro vittima, disposta a tutto, tutto, ma che non ci manchi il tuo sacramento, perché il sacerdote è un sacramento di te, Signore, che sia puro e illibato come tu lo hai voluto”.

Il 20 ottobre 1956, all’età di 20 anni, Carla fa voto di castità. Da questa consacrazione a Dio la sua femminilità esce trasfigurata. Scrive nel suo diario: “La femminilità è una proprietà che conquista e attira; la femminilità dell’anima consacrata a Dio deve essere così dolce e soave da attirare tutti a sé per condurre poi al Signore… Sono contenta di essere donna, perché il Signore ha dato alla donna il dono dell’intelligenza intuitiva ed è tanto bello intuire i bisogni degli altri, essere materne comprensive…”. Il suo modello è Maria Santissima: “La femminilità deve essere come quella della Madonna: pura e casta”.

L’anno seguente, il 19 agosto 1957, fa voto di povertà: tutto ciò che possiede ora non è più suo, ma dei poveri; di tutto lei è solo una semplice amministratrice generosa. In tutti, Carla, vede il volto di Cristo da amare e da servire.

Carla vive una singolare, autentica e mistica esperienza di fede, tanto da diventare una cosa sola con Cristo: “Ho tanta pace nel cuore e il solo pensiero che possiedo Gesù mi fa provare una gioia tale che a parole non si può spiegare. Sono felice di essere nelle mani di Dio e di essere da lui tanto amata”.

A 21 anni scrive: “Da quando sono nata, mi sono messa in viaggio per arrivare al Cielo”. Carla matura la scelta di farsi suora e nel febbraio 1958 entra nel convento delle Orsoline di Gaudino, vicino Bergamo, nonostante il parere contrario dei genitori, delle amiche e del parroco. Dopo appena quattro mesi, a causa delle frequenti visite e lettere minatorie del padre, Carla è costretta a tornare a casa.

Ritornata in famiglia, grata dell’esperienza appena vissuta, Carla si prodiga per l’edificazione della sua parrocchia: dal catechismo all’Azione Cattolica, dall’animazione della liturgia alla cura della chiesa, dalla gestione finanziaria della parrocchia al funzionamento della biblioteca parrocchiale e di una piccola sala cinematografica per i bambini; tutto compie con passione ed entusiasmo. Apre anche il “Cenacolo dei piccoli”, una specie di pre-seminario allo scopo di suscitare vocazioni sacerdotali, missionarie e religiose.

Carla possiede una particolare dedizione per l’educazione e la formazione dei più giovani a cui dedica tempo e ascolto, diventando presto la madre spirituale di molte ragazze: “Com’è bello, Gesù, vivere in mezzo alle adolescenti. È difficile capirle e bisogna essere pazienti e seguirle, però è bello, tanto bello!”.

Nel frattempo, Carla continua la gioiosa ricerca della sua vocazione; ripete spesso: “Voglio fiorire dove Dio mi ha seminata”. E un giorno annota sul proprio quaderno degli appunti: “Solo i santi lasciano tracce, gli altri fanno solo rumore”.

Nel 1961, all’età di 24 anni, entra nell’istituto secolare “Ancelle Mater Misericordiae” di Macerata e due anni dopo, il 6 gennaio 1963, fa la professione come laica consacrata.

Scrive Carla: “Oggi il Signore ha bisogno di testimoni che lo facciano sentire, più che con le prediche, con la propria vita e il proprio esempio. Oggi occorre che l’apostolato diventi una testimonianza personale di dottrina vissuta. È solo per lui che mi impegno affinché la mia vita sia una testimonianza viva, ovunque io mi trovi e qualunque cosa io compia”.

Nel suo cammino di giovane laica consacrata, Carla nutre un amore immenso per i sacramenti della Confessione e dell’Eucarestia: “Il pensiero che maggiormente mi ha toccato è questo: Dio è in me: io sono un tabernacolo vivente”.

Nell’agosto 1969 compaiono i primi sintomi della malattia, a cui fanno seguito alcune visite specialistiche che rilevano la presenza di un tumore ai polmoni: “Il buon Dio mi sta provando con una infermità che credo decisiva per la mia missione. Ho dinanzi il mio crocifisso e, guardando lui, tutto mi diventa facile. Sono pronta ad ogni disposizione. So bene che la sofferenza non mi viene da lui, ma la gioia sì, e di questa ne ho tanta, che il resto non conta. […] Ho la sensazione che Gesù si stia distaccando dalla croce per lasciarmi il suo posto. Credo proprio che mi voglia crocifissa, perché lui sa che per me il soffrire con lui è una gioia”.

In ospedale, Carla vive momenti intensi di dolore e di aridità spirituale, seguiti sempre da momenti di conforto. Scrive al suo padre spirituale: “Il cuore a brandelli e il sorriso sulle labbra: ecco la nostra missione di questi giorni. Coraggio, padre, ormai il più è passato; Gesù non può chiederci di più perché non abbiamo più nulla da dare… Il mio motto è sempre lo stesso: per Gesù e per le anime: e quale forza mi viene da questa intenzione e da questa unione! Nonostante la paura sia tanta sento un gran desiderio di dare, di offrire, di amare e sento che nonostante tutto la vita è meravigliosa”.

Fino all’ultimo, Carla, nonostante sia molto provata dalla malattia, è sempre gioiosa e pronta ad ascoltare chiunque la va a trovare.

Il 2 aprile 1970, a 33 anni, dopo aver ricevuto l’Estrema Unzione, Carla muore, serena e lucida, pronunciando queste parole: “Ecco lo Sposo che viene”, chinando il capo sulle mani giunte in preghiera. Il medico e l’infermiera, in pianto, esclamano: “È morta una santa”.

Nel 1997 Carla è stata proclamata venerabile.

(testi tratti dal libro Testimoni di luce e dal sito https://www.chiesa.rimini.it/carlaronci/index.html)

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[100] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 6: AAS 105 (2013), 1221.
[101] Raccomando di recitare la preghiera attribuita a san Tommaso Moro: «Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, con il buon umore necessario per mantenerla. Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia».

CARMELO CAPORALE: UN DONO DI DIO PER TUTTA LA CHIESA

Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza. Essere cristiani è «gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17), perché «all’amore di carità segue necessariamente la gioia. Poiché chi ama gode sempre dell’unione con l’amato […] Per cui alla carità segue la gioia».[99] 

(Papa Francesco, GE 122)

[99] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 70, a. 3.

 

Carmelo nasce a Paradisoni di Briatico (un piccolo paesino in provincia di Catanzaro) il 10 marzo del 1947.

Da piccolo è un bambino particolarmente vivace e capace di inventare sempre nuove occasioni di divertimento. Ha un temperamento deciso e non accetta mai di essere rimproverato ingiustamente. Ha un’attenzione particolare per gli altri: ogni mese infatti il padre gli dà dei soldi per prendersi la colazione e lui cerca di mettere insieme qualche lire da mandare agli orfanelli di Sant’Antonio. Nel 1961 con la famiglia si trasferisce a Buccinasco, a sud-ovest di Milano.

Nell’adolescenza, Carmelo è un ragazzo simile ai suoi coetanei: ha la loro stessa vivacità, gli stessi interessi, gli stessi sogni e le stesse speranze. Di giorno lavora con serietà e con passione, alla sera gli piace uscire con gli amici, andare al bar, in discoteca. Ride, scherza, si diverte. All’età di 16 anni, Carmelo, imprevedibilmente, si sente male e si ammala.

Da una testimonianza di Carmelo:

“Quando mi sono ammalato avevo 16 anni e vivevo una vita normale, così come si vive a quell’età, con tutte le aspettative che ci sono e la voglia di vivere. Vivevo senza chiedermi il perché della vita. Poi è successo quel che è successo (paralisi per poliomielite). Tra l’altro io non ero uno che frequentava la Chiesa, anzi, la frequentavo pochissimo. Ciò a cui miravo era riuscire bene in certe cose: roba normale, come avere la morosa, divertirmi… Puntavo a dei valori diciamo “umani”, che però erano al di fuori di un significato più grande, al di fuori di un vero significato”.

Dopo diversi mesi di ricovero, Carmelo viene dimesso e torna a casa con la sua famiglia. Carmelo fin dall’inizio teme di poter essere un peso per loro e tende a preoccuparsi più per i suoi genitori che per lui ma è felice di tornare a casa ed è grato di potersi sentire ancora parte della sua famiglia. I primi due anni della sua malattia sono accompagnati da un tempo di disperazione a cui seguono ventotto anni di pace assieme al Signore. Quello degli inizi è per Carmelo un periodo di buio anche se per cercare di non far pesare la sua condizione cerca di nasconderlo e di sdrammatizzare, anche nel momento in cui la fatica è più acuta. Nei primi due anni di infermità è costretto all’immobilità totale e Carmelo deve perciò accettare di dover dipendere completamente dai suoi. È un tempo in cui Carmelo sperimenta una profonda solitudine: avverte una grande distanza tra lui e gli amici che in questi anni vengono a trovarlo di tanto in tanto e condividono con lui esperienze che Carmelo sente di non poter più vivere.

In questo momento di disperazione, Carmelo è accompagnato a Lourdes dalla sua mamma, che non ha mai smesso di attendere un miracolo. Quel giorno, il 15 maggio 1967, il miracolo accade: Carmelo vede tanta gente che soffre e assiste allo spettacolo della fede, assiste alla presenza di Qualcuno capace di dare senso non solo alla malattia, ma anche alla vita. In quell’istante Carmelo accetta la sua infermità e il primo gesto che compie è quello di farsi cresimare. Come la Vergine di Nazareth, anche Carmelo, pronuncia il suo “Si” totale, pieno, definitivo e da quel giorno inizia a vivere con questo sì nel cuore, sulle labbra e sul volto. Ora la solitudine che prima provava è vinta alla radice: un Altro è entrato nella sua vita, Cristo Risorto! Carmelo comprende già allora che questo non potrà più cambiare.

Il miracolo di Lourdes si fa carne nell’incontro con alcuni giovani di Gioventù Studentesca di Milano. Questi nuovi amici condividono con Carmelo l’esperienza del movimento Comunione e Liberazione di cui fanno parte.

Da una testimonianza di Carmelo:

“Poi sono venuti a trovarmi altri ragazzi. Mi parlavano di cose che stavano verificando: stavano cercando di vivere la proposta cristiana. Il fatto che loro, dei ragazzi della mia età, con tutta la loro vivacità, con tutta la loro vita, con il problema del ragazzo, della ragazza, della scuola o del lavoro, avevano qualcosa di più grande a cui si riferivano e che dava significato a tutte queste cose, questo mi ha fatto accorgere che una cosa così valeva anche per me”.

Lui stesso racconta che attraverso questi nuovi amici il Signore si è fatto vicino e Carmelo inizia a gustare la compagnia di Dio nei volti umani, nella Chiesa!

Da quel momento, Carmelo è animato dalla passione di annunciare Cristo e ciò lo rende capace di condividere la vita di quelli che gli vivono accanto in modo totalmente gratuito, come hanno fatto con lui gli amici di Gioventù Studentesca. In quegli anni, alcuni ragazzi di GS danno vita ad un gruppo chiamato “Comunità ’67” e Carmelo, in poco tempo, ne diventa il cuore. In questi anni nascono anche tante altre attività, tra cui il Gruppo Immigrati e la Cooperativa San Benedetto, che Carmelo definisce “la nostra strana casa”, il condominio di Romano Banco, quartiere dove va ad abitare nel 1978 con i genitori.

Carmelo e alcuni suoi amici vivono l’amicizia, gli incontri e le relazioni come il centro della loro vita. Diverse persone accanto a loro, per situazioni economiche, fanno fatica a trovare un posto in cui vivere. Dal desiderio di relazione e dal desiderio di leggere i bisogni di coloro che hanno accanto, Carmelo con altri giovani, inizia ad immaginare una struttura che risponda alle loro esigenze e che permetta alla loro amicizia di esprimersi adeguatamente. Così con un gruppo di amici architetti iniziano a fare progetti. Carmelo desidera che la sua casa possa diventare occasione di un incontro più profondo con chi lo desidererà e così questa idea diventa concreta. Vengono realizzati ventiquattro appartamenti tutti diversi l’uno dall’altro, distribuiti in modo tale che ogni persona abbia un suo spazio personale dove poter dormire, studiare e stare in preghiera. C’è anche uno spazio che è affidato ad un Poliambulatorio: si tratta di una cooperativa di medici cristiani che cercano di rapportarsi con i pazienti in modo cristiano.

Carmelo, inoltre, in questo periodo, matura il desiderio di continuare i propri studi: grazie all’aiuto di alcuni amici si prepara per gli esami di maturità delle magistrali. Per lui studiare in questi anni è significativo perché il diploma permette a Carmelo di aiutare i ragazzini che gli vivono accanto, come gesto di amicizia e di carità.

Tra il 1989 e il 1990, per Carmelo è il tempo di una nuova prova: gli viene comunicato che dovrà sottoporsi alla dialisi per l’aggravarsi della sua infermità. In questo periodo Carmelo affronta la fatica del prepararsi fisicamente e non è certo facile ma la vera fatica è un’altra: quella di dover chiedere un ulteriore sacrificio ai suoi. Carmelo sa cosa può comportare l’aggravarsi della sua infermità, sa che la sua vita sta entrando in una fase irreversibile, eppure in quel momento non è di questo che si preoccupa, ma di quello che la nuova circostanza comporterà per la sua famiglia. I suoi medici insistono per la dialisi domiciliare ma nonostante ciò, Carmelo decide di iniziare la dialisi in ospedale perché ritiene che questa soluzione richiederà un minore sacrificio per i suoi. 

Il nuovo sacrificio che familiari devono affrontare è però più pesante del previsto e questo porta Carmelo ad una chiusura in sé stesso e ad una tristezza inconsueta per lui. Al problema pratico però ne sottende un altro: in questo momento doloroso Carmelo è come se si chiedesse il perché di quello che gli sta accadendo. Rispetto questa domanda, Carmelo decide di andare a chiedere aiuto a padre Gerolamo, un monaco del monastero della Cascinazza. Nell’incontro con lui, quel giorno, accade quello che parenti e amici definiscono “un nuovo miracolo”. Carmelo esce da lì infatti trasformato e a partire da quel momento e dall’accettazione della propria condizione, Carmelo prende coscienza del compito e della missione che Dio gli affida. Carmelo è sempre più intimamente convinto che la sua vocazione è quella di accogliere tutti e di dare a tutti nelle sue condizioni, testimonianza di fede e di carità. Inizia a rendersi conto che la sua sofferenza è un dono di Dio non solo per sé ma anche per la sua famiglia, per gli amici, e per tutta la Chiesa. Grazie a quel colloquio, Carmelo capisce che può dare tutto senza più riserve e chiede al Signore di dargli questo dono di accettazione, coinvolgendo anche tutta la famiglia.

Da una testimonianza di Carmelo:

“La fatica di questi ultimi tre anni oggi mi sembra… lo dico con un certo tremore… mi sembra quasi un dono. Non solo il fatto di essere rimasto infermo, ma anche questo ulteriore problema della dialisi,  ha come rafforzato il legame della mia famiglia, ci ha come cementati, ci ha resi più uniti, più capaci di volerci bene, di andare d’accordo”.

Da quel momento, Carmelo accetta tutte le conseguenze della sua malattia come parte del compito che Dio gli affida e accetta che la dialisi sia fatta a casa sua, con il coinvolgimento di tutti i suoi. Ora si sente libero non solo di accettare, ma persino di sollecitare la disponibilità di tutti perché riconosce che anche a loro Dio sta chiedendo, allo stesso modo che a lui, di partecipare al mistero del Suo disegno buono sul mondo e sulla storia.

Carmelo, negli ultimi anni, continua a vivere l’esperienza di Comunione e Liberazione come propria regola di vita diventando sempre di più un punto di riferimento per tutti nell’ambito della Comunità, proprio in forza del fatto che era uno che viveva le cose che venivano dette, così che la letizia e la positività della sua vita, in condizioni ben più difficili e ben più pesanti rispetto a quelle degli altri, mostra a tutti la possibilità e la ragionevolezza del seguire un Altro.

La bellezza di Carmelo in questi anni si rivela giorno per giorno, nella semplice ordinarietà. Nel quotidiano, Carmelo, ha una grande attenzione verso tutti, in qualsiasi condizione. Non gli piace parlare di sé ma piuttosto preferisce ascoltare gli altri, per i quali è un punto di riferimento. Carmelo accoglie tutti con grande libertà riconoscendo che è il Signore che cambia e porta a compimento: è così quindi anche con coloro che non vivono la sua stessa esperienza di fede. Chi lo conosce, testimonia che Carmelo ha il dono di andare al sodo, di vedere le cose con un occhio diverso, non preso da risvolti banali: ha la capacità di fare intuire l’essenziale, il valore delle cose, senza tanti discorsi e a volte semplicemente facendo esempi di quello che ha vissuto lui.  Carmelo, nonostante le fatiche che affronta in questi duri anni di dialisi, matura ancora di più la capacità di accorgersi del bisogno di chi gli è accanto e prova ad immaginare una risposta per rispondere alle necessità.

“Se il Signore mi chiama, io sono pronto”.

Per quattro anni la dialisi è ogni volta l’esperienza di una festa perché è l’occasione per tutti quelli che lo conoscono di passare con lui del tempo, in un clima di accoglienza e confronto. Ma la dialisi è ogni volta un rischio per Carmelo che spesso ha sbalzi di pressione e si sente molto debole e con il cuore affaticato. È consapevole dei rischi eppure il pensiero della morte non gli fa più paura: si sente pronto, anzi, è in attesa.

L’8 gennaio 1994 durante la dialisi, a causa di una complicanza, Carmelo va in arresto cardiaco. Iniziano le procedure di rianimazione e le corse in ospedale. Si lotta, si spera e si prega. Poco dopo arriva l’annuncio dal fratello Renato alla mamma: “Carmelo oggi è con Gesù”.

“Sei stato una benedizione per tutti”.  Mentre la tomba di Carmelo viene chiusa, queste parole, pronunciate dal papà, immediatamente diventano per ciascuno la formula del grazie. Il funerale è un avvenimento per tutte le persone che lo conoscono: chi era presente si è trovato ad essere partecipe della festa della fede.

Pochi mesi dopo la sua morte, viene costituita l’associazione “Opera Carmelo Caporale” per conservare viva la memoria di Carmelo e raccogliere anche i più piccoli frammenti della sua vita di testimone della grazia di Dio tra gli uomini. L’associazione si prefigge di sostenere persone con malattie permanenti o in fase terminale.

Carmelo ha testimoniato che la vita vale la pena di essere vissuta grazie al dono della fede, che gli ha fatto sperimentare l’amore di Dio, della famiglia, degli amici. Questa ha fatto nascere in coloro che hanno dato vita all’associazione il desiderio di far compagnia gratuita a persone malate e anziane.

(testi tratti dal libro Ho visto l’ippopotamo mettere le ali)

ALBERTO MICHELOTTI E CARLO GRISOLIA: AMICI PER L’ETERNITÀ

L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità. Se tu non sei capace di sopportare e offrire alcune umiliazioni non sei umile e non sei sulla via della santità. La santità che Dio dona alla sua Chiesa viene mediante l’umiliazione del suo Figlio: questa è la via. L’umiliazione ti porta ad assomigliare a Gesù, è parte ineludibile dell’imitazione di Cristo: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2,21). Egli a sua volta manifesta l’umiltà del Padre, che si umilia per camminare con il suo popolo, che sopporta le sue infedeltà e mormorazioni (cfr Es 34,6-9; Sap 11,23-12,2; Lc 6,36). Per questa ragione gli Apostoli, dopo l’umiliazione, erano «lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (At 5,41).

(Papa Francesco, GE 118)

 
Alberto Michelotti nasce il 14 agosto 1958, Carlo Grisolia nasce il 29 dicembre 1960.

Fin da piccolo, Alberto impara a coltivare i valori della lealtà e della generosa dedizione di sé, dimostrando un forte senso religioso. Durante il periodo dell’adolescenza, frequenta l’Azione Cattolica Ragazzi e insegna catechismo.

Sua madre ricorda: “Alberto era una persona normalissima, eppure era speciale. Io e [mio marito] eravamo una coppia affiatata, unita, dei semplici cattolici: gli avevamo dato un’educazione cristiana di base. […] già da piccolo manifestava una sensibilità fuori dal comune per le cose di Dio. […] pregava molto […]. Spesso lo rimproveravo bonariamente, perché forse stava esagerando; ma lui mi rispondeva, col suo sorriso disarmante, che la vita deve essere orientata a Dio, perché appartiene a lui, che ce la può riprendere come e quando vuole. L’importante è essere pronti. […] Si occupava, coi fatti, degli altri […]”.

Nel 1977 la vita di Alberto prende una svolta: grazie al suo parroco conosce il Movimento dei Focolari. Così Alberto scrive del suo incontro con Dio Amore: “Lentamente la mia vita sta cambiando: c’è “Qualcuno” che entra sempre più nella mia giornata, è Gesù. Certi giorni corro per tutta la città, in qualche chiesa c’è l’ultima messa della giornata: lì posso incontrarmi con “Lui” nell’Eucaristia; per riuscirci esco prima dall’università, salto da un bus all’altro; ad un tratto penso: “Alberto, un mese fa queste cose non le avresti fatte per nessuno, nemmeno per la tua fidanzata”.

Per le sue doti umane, diventa un “leader” per gli altri giovani: Alberto sa trasmettere a tutti gioia ed entusiasmo nella fede con la sua forte personalità ed i suoi esempi. Mette sempre al primo posto Dio, mettendosi sempre all’ultimo posto per servire. Forte della sua fede, non teme di andare contro corrente, vivendo ed insegnando valori giudicati da taluni obsoleti, come la purezza, da lui ritenuta invece strumento per raggiungere la vera libertà.

Carlo vive, sin da bambino, la spiritualità del Movimento dei Focolari. Con paziente autodisciplina, lavora su se stesso e sul suo carattere, cercando di superare imperfezioni, timidezze, chiusure e tutto quanto può sembrare appartenere ad una dimensione infantile o adolescenziale della vita.

Sua madre ricorda: “[Carlo] amava giocare e indugiare nei suoi divertimenti, anche se sin da piccolo di tanto in tanto manifestava come un desiderio di ritirarsi in sé […]. Era anche un gran sognatore […]. Quindi era tutt’altro che un ragazzo scapestrato. […] Carlo non ha mai “rimosso” il problema della morte. Era rimasto molto colpito dalla scomparsa della sua maestra, a cui era legatissimo, e continuava a dire: “Però è proprio vero, mamma, che la morte viene come un ladro, e che noi non conosciamo né il giorno né l’ora”. In tutto quello che scriveva era sempre presente il pensiero dell’esistenza come di qualcosa che passa, vanità delle vanità. Eppure non gli rimaneva in cuore una visione pessimistica della vita, perché c’era Dio, l’unico motivo per cui secondo lui valeva la pena vivere, in cui ritrovava tutto, anche il timore della morte”.

Alberto, studente in ingegneria, amante della montagna, razionale, intelligente, sportivo, estroverso, dal carattere deciso e forte, e Carlo, studente in agraria, amante della lettura e della musica, poetico, sensibile, introverso, dal carattere riservato e riflessivo, si incontrano nei Gen, la diramazione giovanile del Movimento dei Focolari: pur avendo personalità e indoli diverse, tra i due nasce e matura una splendida amicizia spirituale, fondata sull’insegnamento ricevuto dalla fondatrice del movimento, Chiara Lubich, che raccomanda di “farsi santi insieme”.

Un desiderio li accomuna: mettere Dio al centro della propria vita, vivere il Vangelo alla lettera e portare a tutti il dono dell’ideale evangelico del mondo unito, della fraternità universale. Insieme partecipano ad iniziative di preghiera e di carità nei confronti dei soggetti più poveri, coinvolgendo molti altri giovani.

Alberto, assetato di Dio, e Carlo, assetato di giustizia e di verità, decidono di vivere il momento presente radicalmente, come fosse l’ultimo, sostenendosi reciprocamente nel comune cammino verso la santità, certi della presenza di Gesù in mezzo a loro.

Un’amica ricorda “quanto [Alberto] facesse sul serio nel cercare di vivere il Vangelo e quanto sentisse l’urgenza di annunciarlo, prima di tutto con la vita, a quanti incontrava, soprattutto ai giovani”. Un altro amico ricorda che Alberto “era un vero costruttore dell’unità, e sacrificava sempre del suo. Non privilegiava nessuno, e dormiva lo stretto necessario per darsi a tutti. Non si risparmiava”.

Alberto e Carlo vogliono arrivare in Cielo insieme, lottando insieme per essere fedeli a Dio e non cedere alla tentazione, sempre pronti per l’esame finale sull’amore e ad aiutare altri a fare lo stesso.

Giunge l’estate del 1980. Il 18 agosto Alberto decide, con un amico, di scalare il massiccio dell’Argentera sulle Alpi Marittime. Pochi metri prima della cima, perde l’appoggio sui ramponi, precipita nel canalone ghiacciato e muore. Ha 22 anni.

Il giorno dopo, a Carlo, rientrato d’urgenza dal servizio militare in Marina, viene diagnosticato un tumore tra i più maligni. Segue l’immediato ricovero in ospedale. Agli amici che gli scrivono, lui risponde in un biglietto: “Carissimi GEN, di colpo Gesù mi dà la possibilità di unirmi a voi in modo più stretto. È sempre un bel gioco quello di vivere l’Attimo Presente, perché mi accorgo sempre di più che è l’unica realtà che si può vivere in un ospedale, come dovunque, al di là della bella esperienza di ieri in cui mi crogiolerei, del vuoto di questa mattina in cui mi perderei, e la paura di domani in cui mi lascerei andare. Vi saluto… Teniamo Gesù in mezzo!”.

Durante il tempo della malattia, si manifesta la grandezza spirituale di Carlo: pur afflitto da forti dolori e consapevole della gravità del suo male, è di straordinaria edificazione nei confronti di tutti quanti lo vanno a trovare, siano essi famigliari o amici o medici o infermieri. Tutti avvertono in quella stanza d’ospedale la presenza di Dio e un senso di forte sacralità.

Carlo si conforma al modello di Gesù abbandonato, tanto da giungere ad una forma di matrimonio mistico tra l’anima e Gesù: prega incessantemente il Rosario e si nutre quotidianamente dell’Eucaristia.

Carlo afferma spesso che Alberto è lì con lui a sostenerlo, come sempre.

Il gruppo dei GEN di Carlo e Alberto pregano: così come avevano affidato a Dio la vita di Alberto, fanno lo stesso per Carlo.

In breve le condizioni di Carlo peggiorano. Più si avvicina il momento della dipartita, più cresce il suo anelito di unirsi definitivamente a Gesù: “E’ bellissimo andare incontro a Gesù, voglio essere tutto di Dio”.

Quando sente avvicinarsi la fine, si rivolge a sua madre dicendo: “Mamma, è giunto il momento del tuffo in Dio” e ad amico confida: “Sono alla fine. Dobbiamo essere pronti a dare la vita l’uno per l’altro […] Offro la mia vita per tutti voi, ma soprattutto per l’umanità che soffre, per i ragazzi del mio quartiere, per tutti quelli che ho conosciuto”.

Dopo 40 giorni dalla morte di Alberto, il 29 settembre, all’età di 19 anni, Carlo raggiunge l’amico in Paradiso.

Per la prima volta, nella storia della Chiesa, l’8 ottobre 2021 si è conclusa la causa congiunta per la beatificazione di questi due amici. Oggi Alberto e Carlo sono Servi di Dio.

(testi tratti dal libro Il tuffo in Dio. I 40 giorni di Carlo e Alberto)

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Guarda questo video sulla storia di Alberto e Carlo.

MARIA CRISTINA CELLA MOCELLIN: UNA VITA DONATA

La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale, perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore. Il santo non spreca le sue energie lamentandosi degli errori altrui, è capace di fare silenzio davanti ai difetti dei fratelli ed evita la violenza verbale che distrugge e maltratta, perché non si ritiene degno di essere duro con gli altri, ma piuttosto li considera «superiori a sé stesso» (Fil 2,3).

(Papa Francesco, GE 116)

 

Maria Cristina nasce a Monza il 18 agosto 1969. 

Fin da piccola Cristina frequenta l’oratorio della sua parrocchia, la Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo. Qui frequenta il catechismo e conosce le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida che le forniscono una prima decisiva formazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. 

È nell’età dell’adolescenza che Cristina incontra il Volto di Cristo e si innamora! Inizia a contemplarlo nella meditazione della Parola di Dio e attraverso i sacramenti. Questa esperienza si trasforma in scelta: Cristina con decisione vuole contraccambiare il tanto amore di cui ha fatto esperienza e così, fin da adolescente, si dedica alla cura dei bambini in oratorio, accompagnandoli come catechista nella formazione cristiana. La sua fede è una fede incarnata che la spalanca all’amore per il prossimo, un amore che in lei si esprime come desiderio di annunciare a tutti il Vangelo. Per Cristina infatti la prima carità è la missione: non si tratta di opere da fare o chilometri da percorrere, ma di un modo di essere e di vivere. 

Nel 1985 Cristina chiede al Signore la capacità di riconoscere la Sua chiamata nella sua vita. La ricerca vocazionale diventa così il centro della sua mente e del suo cuore. Cresce l’amicizia con Cristo e cresce anche in Cristina la convinzione che a Dio non si può dare solo una parte di sé ma la totalità! Poco alla volta inizia a intuire che il senso della vocazione, qualunque essa sia, è la fecondità. In questi anni matura ancora di più la sua fiducia in Dio, consapevole che la volontà del Signore per la sua vita è il meglio per lei

Dal diario di Cristina:

Signore, credo che Tu vuoi solo la mia felicità!

Perciò: eccomi! 

Prendimi tutta, fa’ di me ciò che tu vuoi. 

Voglio credere che ciò che Tu sceglierai e mi indicherai sarà la via per arrivare alla gioia piena.

Voglio fidarmi di Te,

Appoggiarmi a Te. 

[…]

Signore, indicami la strada: 

Non importa se mi vuoi mamma o suora,

Ciò che importa realmente è che faccia solo e sempre la Tua volontà.  

Nel 1986 Cristina approfondisce la sua amicizia con Carlo, un amico conosciuto in vacanza a Valstagna qualche anno prima. Dalle sue corrispondenze con Carlo emerge il centro della loro amicizia: Cristo! Nelle lettere che si scambiano, condividono aspetti profondi della loro relazione con Cristo e alcuni temi che saranno significativi nel loro rapporto. Per Cristina, l’amicizia con Carlo è un “fuorischema” che crea confusione e comincia a chiedere a Dio che significato può avere per la sua vita quello che sta iniziando a provare per lui. In questi momenti di confusione, Cristina sperimenta la presenza di Dio e comprende che l’amore che inizia a provare per Carlo spalanca e dilata il suo cuore. Cristina vive in dialogo con Cristo l’avventura della comprensione della propria vocazione, arrivando a comprendere che l’amore per Carlo non solo è la via per arrivare a Dio ma che è la via stessa che Dio ha scelto per la sua felicità

Cristina e Carlo iniziano il loro fidanzamento chiedendo a Dio di poter amare Lui più di loro stessi: per loro è questa la garanzia di un amore autentico. Per Cristina il senso dell’amore non è essere meta l’uno per l’altro ma essere compagni di viaggio incontro a Cristo: insieme a Carlo, decidono di mettere la Parola di Dio al centro del loro fidanzamento. 

Nel 1987 con il passare del tempo il rapporto tra Cristina e Carlo si approfondisce sempre di più e nasce la consapevolezza che il loro incontro non è stato un colpo di fortuna ma un progetto unico e meraviglioso che insieme desiderano attuare. In questo stesso anno, Cristina ha 18 anni e scopre di avere un tumore alla gamba sinistra. Viene operata il 9 dicembre. Iniziano mesi di chemioterapia e nonostante ciò supera brillantemente gli esami di maturità e si iscrive alla Facoltà di Lingue presso l’Università Cattolica di Milano. Si rinnova in questi mesi la fiducia di Cristina in Cristo: accoglie la sofferenza come un dono e chiede a Cristo una guarigione spirituale, prima ancora di quella fisica. È questo il momento in cui l’amore di Carlo e Cristina assume il respiro dell’eternità: i due giovani iniziano a progettare la loro vita futura.

Durante il triduo Pasquale del 1989, Cristina contemplando il mistero Pasquale, pensa alla sua vita, chiamata ad essere come quella di Gesù: un dono d’amore. Cristina e Carlo fissano la data del matrimonio e iniziano a contare i giorni! Il 2 febbraio 1991 nella chiesa della Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo, Carlo e Cristina si sposano. 

Dieci mesi dopo il matrimonio nasce il primo figlio, Francesco, che sarà seguito dopo solo un anno e mezzo da Lucia. Pochi mesi dopo la nascita di Lucia, nell’autunno 1993, Cristina resta incinta di Riccardo ma al sorgere della gravidanza, Cristina e Carlo scoprono la recidiva del sarcoma, comparso 5 anni prima. 

Il primo pensiero di Cristina va a Riccardo, che porta in grembo. Cristina si sottopone ad un’operazione locale, atta ad asportare il tumore, ma attende ad iniziare le cure chemioterapiche, per non danneggiare la vita di Riccardo che nasce a luglio del 1994. Iniziano per Cristina le cure, con esito differente rispetto a quelle di 5 anni prima. 

“… finché non si arriva alla morte: così infatti chiamano questo passaggio verso la Vita gli infelici che non credono. Quelli che credono come la chiameranno se non Pasqua?”

Guglielmo di Saint-Thierry

Inizia per Cristina e la sua famiglia un tempo di sofferenza ma anche di grazia e fiducia in Dio! La sofferenza è vissuta da Carlo e Cristina come possibilità di partecipare alla passione di Cristo. Cristina desidera ancora una volta vivere in pienezza la Volontà di Dio, sicura che Dio le vuole bene! Nel vivere la sofferenza, Cristina guarda a Maria. La preghiera del Rosario l’ha accompagnata per tutta la vita e la sostiene in quest’ora.

Dal diario di Cristina:

Neanche la sofferenza mi è nemica […]

Comincio ad amare questa sofferenza, mi sta diventando amica perché mi sta portando a Te. Ti amo Gesù, ti amo, ti amo! 

Vorrei gridarlo a tutti questo amore che sento, e sento che anche Tu mi vuoi un bene immenso. Grazie, Signore di tutto, anche questo momento è dono tuo. 

Il 22 ottobre 1995 è il giorno della Pasqua di Cristina: all’età di 26 anni muore con il sorriso sulle labbra e il volto splendente. 

 

Chi l’ha conosciuta testimonia che il suo segreto ha un nome e un volto preciso: Gesù Cristo. In Lui, Cristina ha trovato il suo motivo per vivere e per morire. Se c’è una parola che può descrivere il suo segreto, questa parola è Amicizia. Cristina ha vissuto un’autentica amicizia con Gesù e così ha potuto trasmetterla anche a Carlo, suo sposo, alla sua famiglia e a tutti. 

L’8 novembre 2008 viene aperta la causa di beatificazione di Maria Cristina. La fase diocesana del processo si è conclusa il 18 maggio 2012. Il 30 agosto 2021, Cristina è dichiarata Venerabile.

(testi tratti dal libro Maria Cristina Cella Mocellin: Una vita donata)

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Guarda la puntata di Di buon mattino sulla storia di Maria Cristina Cella Mocellin.

MIRELLA SOLIDORO: LA CROCIFISSA PER AMORE

La prima di queste grandi caratteristiche [che possono costituire un modello di santità] è rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene. A partire da questa fermezza interiore è possibile sopportare, sostenere le contrarietà, le vicissitudini della vita, e anche le aggressioni degli altri, le loro infedeltà e i loro difetti. […] Questo è fonte di pace che si esprime negli atteggiamenti di un santo. Sulla base di tale solidità interiore, la testimonianza di santità, nel nostro mondo accelerato, volubile e aggressivo, è fatta di pazienza e costanza nel bene. E’ la fedeltà dell’amore, perché chi si appoggia su Dio può anche essere fedele davanti ai fratelli, non li abbandona nei momenti difficili, non si lascia trascinare dall’ansietà e rimane accanto agli altri anche quando questo non gli procura soddisfazioni immediate.

(Papa Francesco, GE 112)

 
Mirella Solidoro nasce il 13 luglio 1964 a Taurisano (Lecce).

Cresce in una famiglia cristiana e unita, dove matura, fin da piccola, una spiritualità semplice ma profonda, tanto che, all’età di nove anni, sente il desiderio di farsi suora.

Un destino diverso, però, la attende.

Sempre all’età di nove anni, infatti, Mirella inizia ad accusare forti e continui mal di testa; dopo vari ricoveri e consulenze specialistiche, si scopre che Mirella ha un tumore congenito al cervello.

Il 28 settembre 1979, all’età di 15 anni, Mirella viene sottoposta ad un intervento chirurgico per l’asportazione del tumore, ma l’intervento fallisce: non solo il cancro non le viene rimosso completamente, ma Mirella perde anche la vista, diventando completamente cieca.

Appresa la notizia, Mirella inizia a lodare e ringraziare il Signore “per la Grazia ricevuta”. Da quel momento, si sente chiamata dal Signore ad offrire la sua vita per la salvezza dell’umanità intera: con orgoglio accoglie la Croce, onorata di poter patire tutte le sofferenze per il suo Sposo: “O Gesù mio, il dolore è per me la tua carezza: più si soffre, di più si ama”.

Mirella racconta che il giorno prima di quel fatidico intervento “vidi apparire una Luce […] immensa che non avevo mai visto. E in questa luce vidi una figura che ho capito essere quella di Nostro Signore Gesù. […] e mi chiamò per nome. Mi disse che avrei dovuto veramente soffrire, ma che Lui mi sarebbe stato sempre al fianco. Mi fece promettere che avrei dovuto accettare le sofferenze, che avrei accettato di dover soffrire con Lui. […] E io promisi che avrei fatto la Sua Volontà. Poi Lui scomparve e dopo questa visione […], sentii nascere in me una pace grande che non è mai più andata via. […] Così fui pronta ad affrontare l’intervento con grande serenità. Tutta la paura se ne andò. La sera mangiammo cioccolatini e caramelle e li divisi con tutti, come per far festa, perché sapevo che l’indomani non sarebbe stato un giorno di dolore, ma proprio un giorno di festa perché nella Volontà del mio Signore”.

Dopo l’operazione, Mirella entra in coma, per risvegliarsi, inaspettatamente, dopo tre anni, il 2 maggio 1982.

Le sue condizioni di salute, però, peggiorano progressivamente. Mirella parla così del suo male: “Confesso che quando mi accorsi che tutti quei progetti che io ritenevo giusti (in quanto mi volevo consacrare al Signore, giacché sin da bambina il mio desiderio era di diventare suora) andarono in fumo, fui assalita da un po’ di amarezza, ma poi il Signore mi aiutò ad apprezzare e stimare la Croce e capii che quello era per me il più bel regalo che il Signore mi potesse fare. Accettai il dolore e lo amai tanto da desiderarlo, capii che il Signore aveva bisogno di anime disposte ad immolarsi per la salvezza dell’umanità. Gli anni passarono velocemente ed oggi mi trovo qui nelle quattro mura della mia stanza che è diventata il mio campo di missione, e in un letto che è divenuto la mia dimora, con il desiderio di imitare Cristo ed essere una candela che si consuma per dare agli altri la luce”.

Nonostante il dolore e la sofferenza, Mirella emana una forza d’animo straordinaria: a tutti rivolge parole d’Amore e sprona ciascuno a mettere in pratica il Vangelo.

Dopo aver vissuto a letto per circa 20 anni in compagnia dei Santi e della Vergine Maria, Mirella sale al Cielo il 4 ottobre 1999, all’età di 35 anni.

Il 3 maggio 2008 è iniziato il processo di beatificazione di Mirella, riconosciuta dalla Chiesa ‘Serva di Dio’.

(testi tratti dal libro Il chicco di grano. Storie di “Santi Giovani” in mezzo a noi)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Mirella.

MARCO BETTIOL: UN TESORO NASCOSTO

La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale. Sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato, e se è anche oggetto di riflessione, ciò ha valore solo quando ci aiuta a vivere il Vangelo nella vita quotidiana.

(Papa Francesco, GE 109)

 
Marco Bettiol nasce a Vicenza il 24 giugno 1992.

Il giorno seguente viene trasferito nel reparto di patologia neonatale per accertamenti; dieci giorni dopo viene dimesso senza alcuna indicazione particolare di anomalie o malattie.

A tre mesi dalla nascita, però, ha una crisi epilettica, alla quale fa seguito un’ipotonia muscolare che si aggrava col passare del tempo.

Marco è un bambino allegro, sereno, gioioso e curioso, impara a camminare e a compiere piccoli gesti autonomi, ma non parla. A cinque anni regredisce improvvisamente: si chiude in sé stesso senza più interagire con il mondo esterno, perde ogni espressività facciale e smette di sorridere. Anche le sue condizioni fisiche peggiorano: le crisi epilettiche si ripetono quotidianamente e più volte nell’arco della giornata.

Seguono nuovi esami e ricoveri, ma nessun medico riesce a dare un nome alla sua malattia.

Grazie alla loro fede in Gesù, i genitori di Marco comprendono che solo con l’amore più gratuito possono riuscire a sostenerlo in tutte le sue necessità.

A otto anni, nell’ottobre 2000, Marco comincia a frequentare la scuola elementare. Grazie all’aiuto di un’educatrice esperta della tecnica della Comunicazione Facilitata, Marco comincia ad esprimersi, prima con una macchina da scrivere, poi con un computer. Presto diventa fonte di stupore per tutti: dal suo silenzio sgorga una grande e sorprendente saggezza.

Da quel momento, il suo dito e la tastiera diventano la sua voce e, attraverso i suoi scritti, Marco comunica la bellezza e la profondità del suo intimo rapporto con Dio.

“Dio ci ha dato una vita sola e tocca a ciascuno scegliere per chi spenderla, adesso è il momento che possiamo vivere, l’ora del nostro sì non può essere nel domani, né contare che siano quelli detti nel passato che ci porteranno avanti, solo quello espresso con Maria nell’attimo presente ci unisce veramente al cuore di Dio”.

“Noi non possiamo donare agli altri ciò che ci piacerebbe essere, ma solo ciò che realmente siamo”.

“Alla conclusione del nostro Santo viaggio noi saremo ciò che abbiamo amato”.

Marco è consapevole della sua condizione: “A volte mi chiedo cosa porto agli altri oltre il mio essere diverso, so che la prima cosa che si vede è questo corpo senza tono, gli occhi che difficilmente incrociano e sostengono uno sguardo e mani che da sole poco riescono a fare. […] A volte si parla di me senza tenere conto della mia presenza, mi si parla senza tenere conto che ogni parola per me ha un peso e un valore. In altre situazioni, occhi doloranti mi osservano e nulla cercano o vedono se non un povero essere che la vita ha castigato”.

Marco sente che, con la sua vita, deve “dar luce ai cuori che sono in ombra perché non conoscono il meraviglioso segreto di Dio Amore”.

Per Marco non mancano momenti di buio, ma si sente sostenuto dalla sua famiglia, dalla sua parrocchia e dal Movimento dei Focolari, a cui appartiene come membro dei Gen. Particolare è il suo legame con la fondatrice del Movimento, Chiara Lubich, che gli dona il “nome nuovo”, un appellativo che diventa un impegno di vita: “Amato”.

Chiamato a confrontarsi quotidianamente con il dolore, Marco sviluppa una straordinaria sensibilità e un’intelligenza brillante, che lo porta a frequentare con successo il liceo classico, dove i suoi compagni imparano ad apprezzarlo per i suoi pensieri e per la sua forza di volontà.

Per la festa del suo diciottesimo compleanno, Marco scrive questo saluto per tutti gli invitati:

“La vita è una strada che non si ferma quando vorremmo sederci, che molte volte non va nella direzione che avremmo desiderato, che spesso è così in salita da lasciarci senza fiato, ma che va affrontata con lo sguardo puntato sulla meta e non solo con il capo chino per non inciampare sui sassi che ci intralciano il cammino. Solo così ci si potrà sentire parte della strada che Dio ha pensato per condurci da Lui e assaporare le Sue meraviglie che ci alleggeriscono la vita, come le persone con cui condividiamo la via, perché il nostro Padre celeste conosce il cuore di chi ama e sa che da soli non si fa strada, mentre il poter essere insieme ci fa viaggiare con il vento alle spalle e godere del sole come della pioggia, forti della comunione di coloro che con noi hanno scelto di raggiungere la vetta con l’amore reciproco. Buon cammino a ciascuno e ricordate che siamo tutti compagni di viaggio.
Il vostro Marco”

Marco si sente in profonda comunione con Chiara Badano, Gen di Sassello, vissuta trent’anni prima di lui: il 25 settembre 2010 partecipa alla sua beatificazione. Marco ricorda così quel giorno: “Partecipare a quella celebrazione è stata una gioia smisurata che riprovo ogni giorno, se dico il mio sì a Dio nell’adesione all’attimo presente, essere come lei, vuol dire per me essere tutto donato a Gesù abbandonato e farmi uno con lui e la sua volontà”.

Tre settimane dopo, all’alba del 15 ottobre 2010, Marco ha un improvviso blocco respiratorio nel sonno. I genitori scrivono a parenti e amici: “Marco oggi è arrivato in paradiso, che festa grande lassù”.

 

“L’esperienza con Marco continua a farci scoprire com’è importante fare la volontà di Dio e non quello che a noi sembra esserlo. Accogliere Marco è stato vivere con lui ogni sua conquista, ogni passo, senza pretendere che fosse come gli altri bambini.” (Patrizia e Francesco, genitori di Marco)

“Vedere che Marco Bettiol ha saputo vivere tutta la sua breve vita con quell’intensità, sebbene dipendesse completamente dagli altri, mi ha fatto capire che anch’io posso donare la mia fragile vita per qualcosa di molto più importante che non sia il semplice essere valorizzato o considerato pensante ma sapere di essere figlio amato da Dio.” (Enrico, 18 anni, ragazzo diversamente abile)

(testi tratti dal libro Diario della Felicità 3. Testimoni di amore genuino. Una finestra aperta sul Cielo)

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Guarda la testimonianza dei genitori di Marco a A Sua Immagine.

MARCO SANTAMARIA: EROE DI ALTRUISMO

Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia. È ciò che aveva capito molto bene santa Teresa di Calcutta: «Sì, ho molte debolezze umane, molte miserie umane. […] Ma Lui si abbassa e si serve di noi, di te e di me, per essere suo amore e sua compassione nel mondo, nonostante i nostri peccati, nonostante le nostre miserie e i nostri difetti. Lui dipende da noi per amare il mondo e dimostrargli quanto lo ama. Se ci occupiamo troppo di noi stessi, non ci resterà tempo per gli altri».

(Papa Francesco, GE 107)

 
Marco Santamaria nasce a Benevento il 13 giugno 1987, festa di sant’Antonio da Padova.

Cresce in una famiglia molto religiosa: i suoi genitori si consacrano illimitatamente all’Immacolata nell’associazione MIM (Missione Immacolata Mediatrice) di Benevento e Marco, seguendo il loro esempio, si consacra alla Madonna nella Milizia dell’Immacolata dei piccoli.

Da giovane, entra a far parte del gruppo della Gioventù Francescana dell’Immacolata della chiesa di San Pasquale e della GIFRA della chiesa di San Francesco di Benevento, diventa responsabile diocesano del MSAC (Movimento Studenti Azione Cattolica), volontario dell’AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) e ministro straordinario della Comunione. Marco si distingue per la sua fede coerente che diventa concreta in tutto quello che fa, per la maturità di molto superiore alla sua età, per il suo altruismo che lo porta a dimenticare se stesso per interessarsi dei bisogni del prossimo, soprattutto se bisognoso o ammalato.

Nonostante la sua profonda religiosità, Marco è un ragazzo come tanti altri: studia, ama lo sport, si diverte con i suoi amici e ha una fidanzata con la quale condivide la sua stessa fede e i suoi stessi ideali.

La sua passione per il calcio lo porta a intraprendere, appena maggiorenne, l’attività di giornalista sportivo. Fare il giornalista è il suo sogno: i suoi colleghi, che gli devono insegnare il mestiere, si accorgono che è lui che insegna a loro con la sua bontà e tutta la sua vita.

Ancora giovane, Marco vive una dura prova: la malattia e la morte della sua mamma, alla quale era molto legato. Nonostante l’immenso dolore, Marco rimane sereno, non si lamenta e non si ribella, ma accetta con fede la volontà di Dio e, dimentico di sé, si prende cura del papà e della sorella minore.

Appena un anno dopo la morte della mamma, Marco scopre di avere un tumore all’apparato genitale, ma non dice niente a nessuno, perché non vuole dare nuove preoccupazioni e dolori alla sua famiglia.

Marco inizia così la sua via crucis, fatta di ricoveri, interventi chirurgici, chemioterapia ma, ancora una volta, dimentica se stesso e si prende cura dei bisogni degli altri: durante la sua degenza in ospedale visita gli altri degenti, portando loro un sorriso e una parola di conforto.

Nonostante la sofferenza sia sempre più pesante, Marco rimane sereno e sorridente; continua a lavorare e a tenere fede a tutti i suoi impegni con una forza straordinaria: si abbandona alla volontà di Dio, senza mai abbattersi di fronte alle difficoltà.

Ricorda Carmen, la sua fidanzata: “Marco arrivava a far sentire qualche suo lamento solo quando non ne poteva davvero più e umanamente aveva bisogno di essere sostenuto”.

La situazione di Marco peggiora: tanti chiedono per lui la guarigione, ma Marco è pronto anche ad accettare la morte se questa è la volontà di Dio. Una settimana prima di morire, all’Arcivescovo di Benevento che va a trovarlo in ospedale, Marco si rivolge così: “Non pregate per la mia guarigione, ma perché si compia in me la volontà di Dio e per la grazia di una buona morte”.

Il 19 maggio 2010, all’età di 22 anni, circondato dai suoi cari e da diversi sacerdoti, durante la recita del Santo Rosario, Marco lascia la vita terrena per entrare in quella eterna.

Ho imparato a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo…
Due grandi luci hanno illuminato e dato senso al mio cammino:
“Non avrai altro Dio all’infuori di me” (Dt 5,7)
e “Amatevi come Io vi ho amati” (Gv 15,12).
In essi ho trovato la vera felicità sulla terra
e, ora, la beatitudine in cielo.
Sia anche per voi così.

vostro Marco 

“Incontrare Marco per me è stata l’occasione per diventare migliore. Penso che la sua naturale capacità di trasmettere serenità e gioia di vivere facendosi dono per gli altri con il suo grande cuore, ha reso migliore il cuore di tutti coloro che lo hanno incontrato (e non solo). Grazie, Marco, per la tua testimonianza discreta e silenziosa, ma forte e contagiosa che ci esorta a diventare uomini migliori.” (Enrico)

“Marco è stato e continua ad essere per me un grande esempio di fede, oltre che un prezioso amico. È proprio grazie a lui che ho riscoperto il mio amore per Dio, che ho cominciato a percorrere nuovamente il cammino della fede. È Marco che mi ha insegnato l’importanza dell’Eucarestia, che nel momento del dolore mi ha offerto e mi sta offrendo grande conforto. È nella comunione con Dio, infatti, che sento Marco più vicino e questa profonda consolazione non avrei mai potuto comprenderla senza conoscere un esempio di fede così credibile. Grazie, Marco, per il dono che attraverso di te ho ricevuto!” (Anna)

“Carissimo Marco, quante volte mi sono chiesto perché non c’è una parola per indicare un genitore che perde un figlio. Il figlio diventa orfano, il coniuge diventa vedovo, il genitore… niente! Oggi ho capito perché: un figlio non muore mai per un genitore, vive per sempre nel suo cuore.” (Carmine, papà di Marco)

(fonte: https://www.santiebeati.it/ e http://www.marco-santamaria.it/index.php/)