Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


SANDRA SABATTINI: LA FIDANZATA A SERVIZIO DEI POVERI

In fondo, la santità è vivere in unione con Lui i misteri della sua vita. Consiste nell’unirsi alla morte e risurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui. Ma può anche implicare di riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di Gesù: la vita nascosta, la vita comunitaria, la vicinanza agli ultimi, la povertà e altre manifestazioni del suo donarsi per amore. (Papa Francesco, GE 20) 

 
Sandra Sabattini nasce il 19 agosto 1961 a Riccione.

Fin da bambina, Sandra è attratta dall’Infinito: spesso la si trova con una piccola coroncina del Rosario in mano o in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Dal carattere semplice e riservato, Sandra è dotata di una particolare sensibilità verso i più bisognosi.

A 10 anni inizia a scrivere un diario, in cui raccoglie pensieri e riflessioni personali. Comincia così il suo diario: “La vita vissuta senza Dio è un passatempo, noioso o divertente, con cui giocare in attesa della morte”.

A 12 anni conosce don Oreste Benzi e la Comunità Papa Giovanni XXIII. Due anni dopo partecipa ad una vacanza in montagna con alcuni disabili gravi e al ritorno confessa a sua madre: “Ci siamo spezzati le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai”. Inizia così, per Sandra, un cammino alla sequela di Gesù povero e servo, condividendo la sua vita con gli ultimi.

Gli anni dell’adolescenza sono costellati da domande sul senso della vita, sulla sua vocazione e sulla volontà di Dio per lei. Sandra vive tutto questo in unione con il Signore nella preghiera: “Se non faccio un’ora di preghiera al giorno non mi ricordo neanche di essere cristiana”.

Capisce che la sua felicità sta nell’amare il prossimo: “Adesso sento una grande gioia, una grande voglia di camminare su questa strada, ma quando l’impeto iniziale se ne andrà, sarà una gara dura. È per questo che è necessaria la preghiera, perché solo se la mia fede sarà veramente vera riuscirò a portare a termine quello che Tu vuoi da me, quello a cui Tu mi hai chiamato”.

“Non credo in Dio perché esiste; ma Dio esiste perché ci credo. Perché è stato Lui a darmi la fede. La ragione non serve per giungere a Dio”, scrive Sandra nel suo diario.

Sandra vive intensamente ogni cosa, certa che niente accada per caso e che il Signore le è sempre vicino: “La vita è lotta, dura e implacabile, e la lotta è tutto. Bisogna stringere i denti e affrontare la realtà, l’angoscia del nuovo, giorno per giorno, con la certezza però che Tu stai camminando insieme a me. […] perdere il gusto della lotta, vuol dire perdere il gusto della vita. […] La vita è un continuo morire, giorno dopo giorno; ma è anche un continuo rinascere nella Vita vera”.

Sandra è consapevole di avere anche tanti limiti e difetti: “Signore sento che Tu mi stai dando una mano per avvicinarmi a Te; mi dai la forza per fare un passo in avanti. Accettarti io vorrei, prima però devo sconfiggere me stessa, il mio orgoglio, le mie falsità. Non ho umiltà e non voglio riconoscerlo, mi lascio condizionare terribilmente dagli altri, ho paura di ciò che possono pensare di me. Sono incoerente, con una gran voglia di rivoluzionare il mondo, e che poi si lascia assoggettare da questo. Dio, mi sai accettare così come sono, piena di limiti, paure, speranze?”.

Sandra è piena di vitalità: “Che bello essere nati, vivere, poter vedere tutto quello che mi circonda; a volte nei momenti di sconforto la odiamo, ma la vita è più che degna di essere vissuta assieme al Signore”.

Nel febbraio 1978 Sandra conosce Guido, un ragazzo di due anni più grande di lei. Vivono il loro stare insieme in modo casto, alla luce della Parola di Dio e nel servizio al prossimo. Scrive Sandra nel suo diario: “Fidanzamento: qualcosa di integrante con la vocazione: ciò che vivo di disponibilità e d’amore nei confronti degli altri è ciò che vivo anche per Guido, sono due cose compenetrate, allo stesso livello, anche se con qualche diversità”.

“Non sono io che cerco Dio, ma è Dio che cerca me. Non c’è bisogno che io cerchi chissà quali argomentazioni per avvicinarmi a Dio. Le parole prima o poi finiscono e ti accorgi allora che non rimane che la contemplazione, l’adorazione, l’aspettare che Lui ti faccia capire ciò che vuole da te… Sento la contemplazione necessaria al mio incontro con Cristo povero”, scrive Sandra all’età di 17 anni.

Nel 1980 si iscrive alla facoltà di Medicina, desiderosa di diventare medico missionario in Africa. Sandra impiega così il suo tempo e le sue energie dividendosi tra studio, famiglia, lavoro e condivisione con i poveri, con i quali trascorre gran parte del tempo libero e delle vacanze estive. Da queste esperienze forti vissute con i disabili e i giovani tossicodipendenti, Sandra matura la scelta dell’essere povera come Gesù: “La mia gioia è stare con Te nei “poveri” perché è questa, son sicura, la mia vocazione”.

Sandra è convinta che amare è l’unica cosa importante: “A volte ci penso: ma il mio essere che senso ha? Ciò che conta è amare, non chiedere di più. E quelle poche volte che mi è capitato di farlo davvero, disinteressatamente, ho sentito sul serio la pace; e se Dio è amore, non può essere che pace infinita in tutti i sensi. […] ama ogni cosa che fai. Ama fino in fondo i minuti che vivi, che ti son concessi di vivere. Cerca di sentire la gioia del momento presente, qualunque sia, per non perdere mai la coincidenza. […] nel cuore di ciascuno ci sono tesori d’amore. La più grande disgrazia che ci possa capitare è di non essere utili a nessuno, è che la nostra vita non serve a niente. Vivere è saper amare”.

Il 27 aprile 1984 scrive nel suo diario: “Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il “Donatore” può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”.

Appena due giorni dopo, il 29 aprile, mentre si reca ad un incontro della sua comunità Papa Giovanni XXIII, viene investita da una macchina, entra in coma e tre giorni dopo, il 2 maggio, muore a soli 22 anni.

Qualche tempo prima, meditando sul mistero della morte aveva scritto: “Che dire della morte? Paura, rassegnazione, accettazione? Boh! Di una cosa però sono convinta, che non è male ogni tanto rammentarci di essa, ricordarsi che: “polvere sei e polvere ritornerai”. Pensare a ciò ridimensiona un po’ le cose: il mio orgoglio, le mie inutili corse, lo sciupio indiscriminato del tempo, delle cose e delle gioie che m’hai dato. Mi umilia, in un certo senso, e nello stesso tempo mi sprona a non sprecare neanche un istante di questa mia esistenza. […] Aver paura della morte vuol dire non essere in pace con la vita”.

A pochi giorni dalla morte di Sandra, don Oreste Benzi esprime il desiderio di voler avviare la causa di beatificazione di Sandra: “Ci sono gli sposi santi, i genitori santi. Ma non sarebbe bello avere anche una fidanzata santa?”.

La fase diocesana del processo, avviata nel 2006, si è chiusa il 6 dicembre 2008. Il 2 ottobre 2019 Papa Francesco ha promulgato il decreto riguardante la beatificazione di “Alessandra (Sandra) Sabattini, Laica”.

Sandra avrebbe dovuto essere beatificata il 14 giugno 2020 ma a causa dell’attuale emergenza sanitaria l’evento è stato rimandato al 24 ottobre 2021. Così Sandra sarà la prima fidanzata beata.

(testi tratti dal libro Sandra Sabattini. Il diario di Sandra)

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Guarda il docufilm sulla storia di Sandra Sabattini realizzato due anni fa da TV2000.

MATTEO FARINA: UNA VITA VISSUTA NELLA GIOIA E NELL’AMORE

Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità, perché «questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3). Ogni santo è una missione; è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo. (Papa Francesco, GE 19) 

 
Matteo Farina nasce il 19 settembre 1990.

Fin da subito si mostra un bambino solare, allegro, sorridente; impara presto a pregare e ad ascoltare la Parola di Dio. Frequenta il catechismo e la Messa domenicale con grande entusiasmo, desideroso di testimoniare la sua fede a tutti: familiari, amici, compagni di scuola e insegnanti.

La Prima Comunione lo sprona ad impegnarsi maggiormente nella vita di fede: si propone di partecipare alla Messa tutte le domeniche, di confessarsi e far visita al Santissimo Sacramento frequentemente, di recitare il Rosario tutti i giorni. Inizia anche ad avvertire il desiderio di farsi sacerdote.

Matteo eccelle a scuola, è impegnato nello sport e nutre una grande passione per il canto e la musica: ha sete di conoscere e di imparare, fa tutto con impegno e passione, dimostrando un grande amore per la vita come immenso dono di Dio.

All’età di 13 anni inizia il tempo della prova. Matteo comincia ad accusare forti mal di testa e alcuni disturbi alla vista che evidenziano una lesione cerebrale. Con i genitori si trasferisce ad Hannover in Germania dove si sottopone ad un intervento chirurgico che riesce bene. Tutto riprende nella normalità, anche se la sua vista rimane danneggiata. Ma Matteo non perde la sua gioia di vivere e il suo amore per Gesù. Al termine della degenza, Matteo scrive nel suo diario: “Spero di riuscire a conservare la gioia che ho adesso e donarla a chi ne ha bisogno. Nella vita bisogna sempre essere forti, cosa che penso di aver fatto. […] Abbattersi non giova a nulla, dobbiamo invece essere felici e dare sempre gioia. Più gioia diamo, più gli altri sono felici. Più gli altri sono felici, più siamo felici noi. […] Se è vero che la vita è come una scatola di cioccolatini perché non sai mai quello che ti capita, è anche vero che ognuno deve riuscire ad accettare il cioccolatino che gli è capitato. Non bisogna, però, cercare di ingoiare voracemente questo cioccolatino, perché si rischia di affogare; bisogna invece farlo sciogliere lentamente in bocca, anche se questo è amaro. L’importante è affrontare sempre tutto quello che la vita ci pone con un sorriso, pensando che, sebbene c’è chi sta meglio di noi, ci sarà sempre qualcuno che sta soffrendo molto più di noi. […] Il conforto di ognuno deve essere il fatto che la sofferenza è il distintivo di un’anima scelta da Dio. Ho potuto toccare con le mie stesse mani questa situazione e posso assicurarti che se riesci ad essere forte, farai stare bene chi ti sta accanto. Facendo stare bene chi ti sta accanto si rallegrerà l’aria e sarà più facile per te andare avanti. È tutto un giro particolare che alla fine porta sempre giovamento: ognuno di noi esce sempre rafforzato da esperienze del genere, e bisogna usare questa forza per andare avanti negli avvenimenti della vita. […] Ho capito veramente che nella vita non siamo soli e non lo saremo mai”.

Nel settembre 2004 inizia la scuola superiore, ma a gennaio deve assentarsi dalle lezioni per subire un intervento per l’asportazione di un tumore cerebrale, al quale seguono lunghi cicli di chemio e radioterapia. Per Matteo è un periodo difficile e di grande sofferenza, perché si trova lontano dalla scuola, dai suoi hobbies e dagli affetti. La fede è la sua àncora di salvezza: comincia a vedere la malattia come una prova da offrire al Signore; la ricerca di Dio e la preghiera prendono il primo posto nelle sue giornate trascorse in ospedale. Non cessa di testimoniare il Signore, facendo visita agli altri pazienti, confortandoli e aiutandoli ad affrontare con serenità la malattia.

Matteo sopporta e vive tutto con quella “perfetta letizia” propria di San Francesco.

Scrive Matteo nel suo diario: “Come mi piacerebbe vivere come hanno vissuto san Francesco e Padre Pio, ascoltando Cristo e compiendo la sua volontà in tutto: loro sì che sono esempi di amore! Quando penso a questi due santi, più che mai mi rendo conto che l’amore ti aiuta a guardare ogni cosa con occhi diversi. La vita è bella quando è vissuta nell’Amore!”.

Verso i 15 anni, quel desiderio di farsi sacerdote, avvertito qualche anno prima, si fa più forte, ma le sue condizioni di salute non gli permettono di entrare in Seminario.

A 17 anni, Matteo conosce Serena: iniziano un cammino insieme, fondato sui principi cristiani, tra gioie e sofferenze, dandosi sostegno e incoraggiamento a vicenda. Scrive Matteo in una delle sue riflessioni: “Essere decisi… quanto vorrei avere sempre questa capacità. E invece pensando al mio futuro vedo tanta incertezza e non sono capace di scegliere neanche le cose più semplici. Forse perché vorrei sempre fare la Tua Volontà, ma a volte non ci riesco, o forse perché ho paura di ciò che una mia scelta può comportare. Cosa vuoi da me Signore? Credevo che il sacerdozio fosse la mia strada, ma mi hai detto di aspettare; ho cercato allora l’amore, quello tra uomo e donna, per capire cosa significa… è un sentimento bellissimo… chissà come finirà questa storia… solo tu lo puoi sapere mio Signore… Spero solo di fare sempre la Tua Volontà. Ti amo mio Signore e mio Dio!”.

Matteo mette in pratica quel “amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”: si impegna con tutte le sue forze affinché i suoi compagni e amici arrivino ad amare Gesù, crea un fondo per le missioni africane del Mozambico, senza paura ammonisce i bestemmiatori invitandoli a scusarsi di fronte a Dio. Matteo ripete spesso: “Quando penso, dico o faccio qualcosa, lo faccio pensando a come lo avrebbe fatto Gesù…”.

Matteo ha un grande desiderio nel cuore: “Spero di riuscire a realizzare la mia missione di “infiltrato” tra i giovani, parlando loro di Dio (illuminato proprio da Lui) … osservo chi mi sta intorno, per entrare tra loro silenzioso come un virus e contagiarli di una malattia senza cura, l’Amore!”.

Matteo approfondisce sempre più la sua fede con la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, la lettura delle vite dei santi e delle encicliche papali. Nei suoi scritti ripete spesso: “Signore aiutami a capire cosa vuoi da me, voglio fare la Tua volontà, quello che vuoi Tu Signore e non ciò che voglio io…”.

Nel 2007 il tumore al cervello si ripresenta e Matteo subisce un altro intervento. Matteo sa che le sue possibilità di guarigione sono scarse, ma non esita a ripetere: “Dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, ma non nella tristezza della morte, bensì nella gioia di essere pronti all’incontro con il Signore!”. A ottobre 2008 le sue condizioni peggiorano ulteriormente e subisce altri tre interventi chirurgici nel giro di pochi mesi che gli provocano una semi paresi che lo costringe sulla sedia a rotelle.

Matteo è assistito premurosamente dalla sorella Erika, con la quale ha sempre avuto un rapporto speciale. Un giorno, mentre pregano insieme, Matteo le dice: “Sorridi Erika, possiamo pregare con gioia, i cristiani sorridono sempre, sorridi…!”.

Matteo, ormai paralizzato e privo della parola, offre la sua sofferenza per la conversione dei peccatori.

A fine marzo 2009 Matteo si aggrava e un mese dopo, il 24 aprile, all’età di 18 anni, termina la sua missione sulla terra.

Il 24 aprile 2017 Matteo viene proclamato “Servo di Dio” e il 5 maggio 2020 Papa Francesco lo dichiara “Venerabile”.

Numerose sono state le poesie che Matteo ha scritto durante gli anni della sua esistenza. Tra queste c’è “LA VITA”.

E poi un giorno la luce, il pianto,
non di sofferenza, ma quasi di commozione.
La mano di Dio su una nuova anima;
un altro progetto di amore di Nostro Signore.
Ed ecco una nuova vita inizia a camminare,
tra sassi ed erba, tra spine e rose;
ci saranno giorni in cui vorrai mollare tutto,
giorni in cui avresti preferito non esistere,
in cui scoprirai di aver scelto la cosa
sbagliata, credendo di non poter fare più niente.
No!
No, non arrenderti, affidati a Dio…
…Ed ecco che trovi l’amore, ritrovi la
vita e la speranza per chi come te ha
sofferto e soffre. Poi un giorno la malattia,
ti senti abbandonato ma, non è così.
Ritrovi ancora la forza in Lui;
così vivrai per tutta la tua vita,
tra alti e bassi, tra gioia e sofferenza,
tra grazia e peccato…
Un giorno un sottile velo ti riporterà al Creatore
e di nuovo il pianto, un pianto ancora di commozione
se avrai vissuto con Lui: inizia una nuova vita, quella vera.

 

Matteo Farina 

 (testi tratti dal libro Matteo Farina. Con gli occhi al Cielo…)

SUSANNA RUFI: UNA VITA BREVE MA COMPIUTA

Così, sotto l’impulso della grazia divina, con tanti gesti andiamo costruendo quella figura di santità che Dio ha voluto per noi, ma non come esseri autosufficienti bensì «come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1 Pt 4,10). (Papa Francesco, GE 18) 

 
Susanna Rufi nasce nel 1997.

Cresce in una famiglia poco pia e devota, ma molto unita dove ci si vuole bene e dove si impara a voler bene agli altri. Trascorre un’infanzia felice, sempre insieme alla sorella Margherita, di un anno e mezzo più giovane di lei. Ricorda Margherita: “Avevamo una sintonia perfetta. Io sapevo esattamente quasi tutto quello che pensava Susanna, e viceversa”. Entrambe portano nel cuore l’immagine di loro da grandi: mamme indaffarate con il lavoro e con la famiglia, ma sempre unite.

Susanna e Margherita condividono tutto: dalla camera ai vestiti, dalla musica ai viaggi, dalla scuola agli amici, e soprattutto condividono la stessa fede in Gesù. Ricorda ancora Margherita: “È stata proprio Susanna a spianarmi la strada della fede; come in qualsiasi prova della vita io percorrevo i suoi stessi passi, e non sbagliavo. Non mi sono pentita di averla scelta come mia madrina della cresima. Aveva il compito di accompagnarmi nel mio cammino di fede. Lo sta facendo e lo farà”.

Susanna è una ragazza solare, riservata, discreta, timida; non le piace apparire.

Ha una gran voglia di imparare, le piace studiare. Capisce che la scuola è un mezzo e non un fine. Il suo insegnante di Lettere ricorda: “Susanna aveva capito quello che è importante davvero nella vita. Quando mi ha portato i certificati per il credito formativo, sono rimasto colpito da quello che aveva dichiarato il parroco, non per il contenuto in sé, ma per il modo in cui parlava dell’attività di Susanna in parrocchia; mi è anche sorto il sospetto che fossero parole di circostanza, tanto erano pesanti nel modo di presentare Susanna; quel piccolo dubbio si è dissolto quando ho parlato al telefono con il parroco”. Anche il suo insegnante di Religione ricorda: “Parlava poco Susanna, perché amava più ascoltare, non perché non avesse cose importanti da dire, ma perché desiderava soprattutto apprendere, e apprendere bene, per poi dare. Era solita, inoltre, celare dentro il cuore i suoi sentimenti più intimi, mostrandosi ritrosa a comunicarli anche alle persone più care. Ed è per questo che mi meravigliai molto quando, un giorno, sorridendomi con la sua infinita dolcezza, mi confidò a bassa voce, quasi pentita che la sua voce osasse tanto, il suo amore verso Dio e verso il prossimo, ma anche la sua difficoltà a muoversi in un mondo religioso e laico che non riusciva a capire. La rimproverai bonariamente dicendole che la sua era una pretesa bella e buona, considerando il fatto che io, quarant’anni più grande di lei, non solo non capivo né il mondo laico e tanto meno quello religioso, ma che mi ero ormai arreso a cercare di capirli e che, tuttavia, stavo bene con me stesso perché Dio era la roccia su cui poggiavo la mia mente e il mio cuore affaticati, e le proposi di fare altrettanto. Le mie orecchie hanno racchiuso come in uno scrigno il suo “grazie, professore!” e nei miei occhi si è impresso, in maniera indelebile, il suo sorriso colmo di gratitudine e di affetto. E questo mi consola, mi consola molto. Perché se è vero che la mia fede mi porta a ritrovare Susanna fra le braccia del Dio di Cristo, un Dio veramente stupefacente che ci ha voluto fare dono, seppur per breve tempo, di una meravigliosa creatura come Susanna, allo stesso modo anche il mio cuore e la mia mente hanno di che consolarsi, perché in loro Susanna è ancora viva, è vivo il suo senso del dovere, la sua sete di giustizia, il suo amore verso Dio e verso il prossimo, e sono vive anche le sue parole, le sue piccole emozioni, le sue piccole confidenze appena accennate, ed è soprattutto vivo quel suo sorriso dolce e puro che continua, come soffio leggero, a dare benessere al mio cuore e alla mia mente”.

Ricorda una sua amica e compagna di liceo: “Di solito, per il primo giorno di scuola, i ragazzi tendono a vestirsi bene per dare una bella impressione. A maggior ragione il primo giorno di scuola del primo liceo, allora quarto ginnasio. Susanna invece portava questi sandali che non facevano che evidenziare la sua semplicità. Lei era un connubio di semplicità, di altruismo e di voglia di vivere. Solare, gioiosa. A scuola aiutava anche coloro che magari mantenevano con lei un’amicizia un po’ interessata per farsi aiutare. E questo lei lo sapeva, lo sapeva benissimo. Eppure li aiutava con la stessa passione con cui faceva con me”.

Il cammino di fede di Susanna è accompagnato da papa Francesco. In parrocchia sceglie di mettersi a servizio dei più piccoli come animatrice, ma non come catechista perché non si sente preparata, non si sente all’altezza: “Il catechismo è una cosa seria e io non mi sento molto catechista”. Inoltre, fa parte del coro e suona l’organo alla Messa della domenica.

Per Susanna, la preghiera preferita è la preghiera di lode, in particolare il Cantico delle Creature.

A Susanna il superfluo non interessa più di tanto, le basta l’essenziale. Ha l’impressione che il Creato sia stato fatto apposta per lei, ha un innato senso del bello che coltiva grazie agli studi classici, ai viaggi in giro per il mondo e alla musica. Spesso capita che musica, preghiera e poesia si fondano in una perfetta armonia. Per Susanna, nella vita non esistono il bianco e il nero, ma infinite sfumature di grigio.

In un tema fatto all’inizio dell’ultimo anno di liceo scrive: “Quel che maggiormente può giovare alla vita dell’uomo è il considerare sorella la morte, è il trattarla con familiarità, non agognarla ma accettarla quando essa si presenta. […] Non sappiamo cosa verrà dopo, e nessuno ce lo potrà mai dire ma la cosa migliore è avere sempre la speranza che qualcosa di bello ci attenda, sia che riguardi la sfera celeste, sia che riguardi la sfera razionale. […] vivere ogni istante della nostra vita come se fosse l’ultimo”.

Nel 2016, dopo aver superato con il massimo dei voti l’esame di maturità, Susanna, insieme all’immancabile sorella e al gruppo degli amici della parrocchia, inizia i preparativi per partecipare alla Giornata mondiale della gioventù a Cracovia, dove finalmente vedrà il suo amato Papa Francesco.

Alla vigilia della partenza, Susanna è inquieta, agitata, ma si addormenta tranquilla. I giorni seguenti, vive tutto con grande entusiasmo, fino alla Messa conclusiva al Campus della Misericordia. Poco prima dell’Eucarestia Susanna ha un mancamento, ma si riprende subito. Forse ha preso un colpo di sole oppure è solo molto stanca.

Verso le otto di sera, in pullman, sulla strada del ritorno in Italia, Susanna sta male: ha mal di testa e un po’ di febbre. Presto la situazione peggiora: Susanna fa fatica ad aprire gli occhi e a parlare. Viene chiamata l’ambulanza e Susanna viene portata al pronto soccorso. Alle 2 di notte viene portata in un altro ospedale, in terapia intensiva. I medici dicono che forse si tratta di meningite. Nel frattempo, Margherita avvisa i genitori che prendono il primo aereo disponibile, alle 7 e 50. Ma non riescono ad arrivare in tempo, perché alle 8 e 37 il cuore di Susanna si ferma, dopo quattro tentativi di rianimarlo, mentre i suoi genitori sono in volo verso Vienna.

Un batterio aggressivo si è portato via Susanna, un batterio “nordico” secondo l’Istituto Superiore di Sanità. Questo significa che Susanna aveva appuntamento con la morte proprio a Cracovia.

Ricorda un amico di Susanna: “Nel viaggio di ritorno da Vienna ho trovato consolazione nel Vangelo di Marta e Maria, che più volte avevamo sentito nelle catechesi di Cracovia. In particolare c’è una frase: “Lei ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”; perché Susanna, come Maria, non amava affannarsi o spendersi più del necessario, evitando così il rischio di mettersi al centro dell’attenzione alla ricerca di elogi”.

Don Pino, il sacerdote che aveva accompagnato Susanna e gli altri ragazzi alla GMG, interviene al funerale dicendo: “Non avrei detto niente, ma per i ragazzi e Susanna sono qui. Davanti ai miei occhi vedo Susanna con il suo sorriso e con quella mano che saluta. Susanna, Angelo nostro, vorrei oggi ringraziarti per la testimonianza di vita che ci hai dato in questi pochi anni della tua vita. Vorrei ringraziare Dio per aver scelto me, e questo gruppo di cinquantadue ragazzi, due sacerdoti e una suora come compagni di viaggio, nel tuo ultimo tratto terreno, nella forma del pellegrino. Aspettavi la GMG da circa un anno, per seguire il tuo “papa preferito”, Francesco, il papa che amavi, e seguirlo insieme ai tuoi compagni nella fede. Susanna, tu sei l’angelo solare, l’angelo sorridente e silenzioso, ironico e sensibile, responsabile e sempre attenta all’altro, ragazza acqua e sapone, casa e chiesa, il sogno di tanti genitori. Amavi tanto la tua famiglia, amavi stare in parrocchia per servire, per stare con i bambini dell’oratorio. Mi dicevi che volevi testimoniare Gesù Cristo, perché tu, Susanna, ci credevi veramente, credevi nell’amore, nell’amore fraterno, a me sembravi una ragazza d’altri tempi. In questi giorni, il mio spirito si sta interrogando, i miei occhi sono rivolti al cielo, e penso a te che come una freccia sei passata dal “Campus della Misericordia” alla “Porta dell’eternità”; in questo tratto hai scelto noi e sappi che nei nostri cuori c’è una pace e una serenità che ci viene donata da Gesù Cristo. Sii sempre per noi la stellina sorridente, l’angelo posto nel cuore di Dio. Tu avevi capito che la vita non era un eterno vagare senza meta ma una freccia lanciata verso l’eternità… e come una freccia te ne sei andata trapassando il nostro cuore debole”.

Il padre di Susanna la ricorda così: “A parte l’iscrizione alla scuola guida, lei non ha lasciato niente in sospeso, né con noi, né con i suoi amici, né con i suoi doveri, né con i suoi impegni, compreso il suo tanto atteso pellegrinaggio, che ha portato a conclusione prima di addormentarsi nel pullman sulla strada del ritorno praticamente senza più svegliarsi. Certo, aveva davanti a sé tutta una vita, ma è vero pure che i diciotto anni, quasi diciannove, che ha vissuto lasciano un’impressione di compiutezza”.

Susanna riposa in tenuta da pellegrina: la maglietta della GMG e i pantaloncini macchiati del verde dell’erba di Cracovia. Tra le mani tiene il braccialetto giallo della GMG con su scritto JESUS, I TRUST IN YOU. Sulla sua tomba non ci sono solo fiori, ma anche tanti sassolini, lasciati dai suoi amici della GMG che sono tornati a casa senza di lei, ricordando quanto lei stessa, durante una visita al cimitero della sinagoga di Cracovia quattro giorni prima di morire, avesse apprezzato l’usanza ebraica di lasciare sassi sulle tombe.

(testi tratti dal libro L’alleluja di Susanna)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Susanna.

ANDREA MANDELLI: LA MALATTIA COME STRADA VERSO LA SANTITÀ

Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. […] A volte la vita presenta sfide più grandi e attraverso queste il Signore ci invita a nuove conversioni che permettono alla sua grazia di manifestarsi meglio nella nostra esistenza «allo scopo di farci partecipi della sua santità» (Eb 12,10). Altre volte si tratta soltanto di trovare un modo più perfetto di vivere quello che già facciamo […]. (Papa Francesco, GE 16-17) 

 
Andrea Mandelli nasce a Lucca il 3 febbraio 1971.

Quarto di sette fratelli, vive con la famiglia a Brugherio dove partecipa alla vita della parrocchia e del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, senza costrizione ma per un suo naturale interesse.

Andrea è un ragazzo tranquillo, positivo, sempre disponibile, con una grande passione per la vita che si manifesta nel suo interessarsi a tutto e nel suo giocarsi fino in fondo. Ama molto la montagna, dove si reca spesso con i fratelli e il padre o con il gruppo della parrocchia per passarvi le vacanze invernali ed estive.

Andrea riesce bene in tutto, tranne che nello studio. A scuola, infatti, fatica ad avere risultati brillanti, un po’ per pigrizia, un po’ perché ritiene che studiare sia un’attività non conforme ai suoi desideri. Nonostante ciò, è molto stimato dai suoi compagni e anche dai suoi professori. Si fa promotore, insieme ad altri studenti, del carisma di Comunione e Liberazione all’interno dell’ambiente scolastico: è sempre il primo quando si tratta di organizzare incontri e/o momenti di preghiera per i giovani studenti di CL.

Durante la sua giovinezza, Andrea instaura molte amicizie. Una sua amica ricorda: “Era bello stare con lui, era sempre una gioia perché per lui tutto era un dono e mai una fatica. […] Ci divertivamo tanto perché era tutto importante. Era tutto giudicato da quel suo grande desiderio di Mistero e di rapporto con l’Infinito”.

In terza liceo, Andrea si traferisce all’Istituto Sacro Cuore di Milano. È un cambio radicale: aiutato dal rettore e dai suoi professori, in lui rifiorisce il gusto per lo studio, che diventa così una parte importante della sua vita. Nello stesso tempo, si fa strada la malattia che insorge con un dolore al calcagno e che, in breve tempo, si mostra come un tumore osseo molto grave.

Andrea viene ricoverato. All’amica Marina che va a trovarlo dice: “Marina, abbiamo poco tempo, non sprechiamo il tempo che abbiamo!”.

Andrea continua a vivere tutto con la stessa intensità di prima. Il suo modo di vivere la malattia colpisce tanti: familiari, compagni, amici, professori, conoscenti. Racconta la madre: “Quando ha cominciato a non star bene, ad aver male al piede, e si è man mano chiarita la malattia, c’è stato un movimento di cuori che ha dell’incredibile. Lui ha incontrato la presenza di Dio in volti di persone che gli volevano bene. Erano gli adulti che lo seguivano a scuola, i suoi compagni, i suoi vecchi amici, i medici che si sono prodigati in mille modi per aiutarlo, i fratelli e noi, con cui è nato un rapporto nuovo e più vero: Andrea ha proprio incontrato il Signore. Si sentiva dentro a quell’amicizia grande che lo sosteneva”. Anche la sorella di Andrea, Marta, ricorda: “Paradossalmente il periodo della sua malattia è stato di una intensità pazzesca e di grazia. Tra di noi in famiglia tutto ruotava intorno a questo fatto, ma il babbo e la mamma non ci hanno mai trasmesso di vivere questo come una cappa che fosse venuta a soffocare la nostra vita. Era una circostanza data che ha portato una fioritura di rapporti, di amicizia, di occasioni, di bellezza, di profondità”.

Con coraggio Andrea decide di seguire il Signore per questa strada, affrontando con serenità ciò che quotidianamente Dio gli chiede. Sua madre ricorda ancora: “Andrea diceva che l’unica cosa che vale è il momento, è lì che vivi la grandezza del tuo cuore. Ciò che il Signore ti dà da vivere, che è bene per te, è nel presente, non nel progetto futuro. Non è fare cose straordinarie, ma fare ogni piccola cosa dicendo quell’“accada di me” che diceva la Madonna. Ai suoi amici voleva dire che se a lui era chiesto quel cammino, a loro sarebbe stato chiesto altro, ad esempio studiare. Andrea accettava il suo, senza fare niente di straordinario, perché fosse chiaro che sia che mangiate sia che beviate sia che siate in un letto la vostra vita è per Cristo, è perché cresca la presenza del Signore, perché sia chiara la ragione tra noi. Questa ragione è proprio ciò che ci lega e muove: nostro Signore. Anche il modo diverso di guardare i suoi amici come le persone che aveva intorno in ospedale è maturato in Andrea in ultimo, quando il suo “sì” detto al Signore è stato più consapevole. Allora poteva godere delle piccole cose, come il mangiare la pizza insieme a qualche altro ragazzo in reparto o giocare con i bambini. Piccolissime cose che avevano dentro l’infinito”.

Andrea non ha paura, è felice di fare la volontà del Padre. Così dice all’amica Paola: “Paola, è così semplice fare la Sua volontà, basta seguirlo”. Riconosce sempre più la presenza del Signore nella sua vita: “Il cambiamento non è diventar buoni ma è la Sua Presenza. Beato, non più infelice, perché puoi dire tu a Cristo. Chiedo al Signore di prendermi finché ho questa certezza. […] La preghiera è riconoscere una Presenza. La memoria è ciò che mi permette di vivere una Presenza”.

Durante un incontro con i cresimandi della parrocchia, Andrea porta la sua testimonianza: “Ho tanti progetti ma mi rendo conto che il Signore ne ha altri su di me; l’importante è dargli credito. Il Signore, presente dentro la compagnia dei miei amici, mi sta cambiando la vita. Lo Spirito Santo non è l’accadere di un “miracolo” ma per me è stato restare legato ad una compagnia con dei volti precisi. Questo dà significato nuovo al dolore, alla fatica, alla malattia… Vi prego, date credito al fatto che Cristo cambia la vita! Chi resta dentro, anche se ha capito pochissimo, impara e cresce moltissimo. Io sono molto aiutato dagli amici che ho incontrato, soprattutto a partire dalla Cresima: magari è un’amicizia con gente semplice, magari antipatica, ma che mi aiuta ogni giorno a fare memoria del Fatto incontrato”.

È durante il tempo della malattia che Andrea esprime con chiarezza il suo grande desiderio: “Voglio diventare santo”. In lui esplode la vita: con entusiasmo e voglia di fare, non si tira indietro da nulla. Ricorda una sua amica: “Andrea non tagliava mai via niente della vita: era tutto molto chiaro ed esplicito. La malattia non era un impedimento, ma un’occasione per andare più in fondo nell’esperienza cristiana. Ripeteva costantemente questo suo grande desiderio di diventare santo. Mi è rimasta nel cuore la consapevolezza con cui lo esprimeva ed è riemersa in me come domanda tante volte. È come se Andrea volesse “prendere tutto”. Un giorno, uscendo da scuola, mi aveva raccontato che lui prima di ammalarsi aveva chiesto al Signore di fargli vivere tutte le cose con radicalità ed essere felice. Poi è arrivata la malattia, che considerava una risposta al suo grande desiderio che aveva posto nelle mani del Signore”.

Andrea capisce che la malattia è il luogo in cui poter amare Cristo. Ai suoi professori dice: “Voi mi volete bene, ma avete un po’ pietà di me, come si ha per uno che è malato. Invece io attraverso la mia malattia ho incontrato Gesù. Quindi sono la persona più felice che c’è. Io sono la persona più felice del mondo”. Attraverso la malattia, Andrea approfondisce il suo desiderio di una vita totale per Cristo. All’amica Marina dice: “Mari, la vita può essere lunga o breve, ma tutta la vita vale per l’istante in cui abbiamo incontrato Cristo”. E all’amica Silvia dice: “Vedi, Silvia, io da questa malattia ho imparato l’obbedienza a Gesù, perché non posso decidere quello che faccio nel giro di un’ora. Perché se mi viene la febbre non posso fare quello che avevo deciso. E così ho imparato ad obbedire a Gesù in ogni momento”.

Durante le terapie, seppur debilitato, Andrea non rinuncia alla sua vita attiva di sempre: con i suoi amici e compagni di Gioventù Studentesca si rende disponibile per diverse opere di volontariato. Ricorda un suo amico: “Rispetto alla fatica c’era una gioia in Andrea che derivava dalla consapevolezza chiara che ogni istante può essere un incontro con Cristo”. Per Andrea vivere l’istante è vivere pienamente, senza lasciarsi sfuggire nulla: “La differenza sta non in ciò che fai, ma in “come sei” in ciò che fai”.

Ai suoi amici, Andrea trasmette l’entusiasmo della vita e spesso ripete: “Ciò che accade nella vita è la cosa giusta per ciascuno, per poter crescere. E non c’è da chiedere altro”.

La malattia avanza. Nel settembre 1990, prima dell’inizio della scuola, Andrea scrive una lettera ai suoi compagni: “Carissimi, a cosa serve la vita se non per essere data? Io adesso sono a completa disposizione. Non devo più decidere. Chiedere al Signore la forza di sopportare ancora un po’ di fatica, questo sì e lo chiedo e devo chiedere tutti gli istanti. Ma a questo punto è tutto nelle Sue mani. Forse per i dolori che oramai si fanno insistenti, mi sembra che si sia arrivati ad un momento decisivo, se non alla fine. Anch’io voglio essere pronto in ogni istante. […] Voglio concludere ogni cosa per poter non far altro che aspettare”.

Il mese seguente, il 6 ottobre, consapevole del poco tempo che gli rimane, Andrea scrive quest’altra lettera: “Quel che conta accade. L’unica cosa che conta è il momento. È in forza di una unità che si può stare da soli. Sembra che io stia facendo qualcosa di straordinario, di eccezionale o di eroico. Invece non è vero. Perché se Dio mi dona qualcosa che ci risveglia è perché sia chiara la ragione fra noi. Se Dio ci dà questo è perché la nostra vita sia totale. Bisogna dire un SI a Cristo che sia totale. La pienezza della vita sta nella verginità e nella morte. Ne sono gli atti supremi”.

Negli ultimi giorni di vita Andrea ripete spesso: “Il senso della vita è uno solo: è Cristo. E Cristo vince”.

Andrea muore la notte del 29 novembre 1990, vigilia della festa di sant’Andrea, pronunciando queste parole: “OK, va bene, andiamo!”.

Appena Andrea muore, la madre invita i presenti a recitare l’Angelus. È lei che consola gli amici di Andrea: “Non dovete piangere, perché in questo momento lui sta abbracciando Cristo, abbiamo consegnato Andrea tutti insieme tra le braccia di Cristo”.

(testi tratti dal libro Ti regalo la mia molla. La vita di Andrea Mandelli)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Andrea.

MARTA BELLAVISTA: UNA VITA ALLA RICERCA DELLA VERA FELICITÀ

Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinchè sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23). […] Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, troverai tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità. Il Signore l’ha colmata di doni con la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita delle comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore, «come una sposa si adorna di gioielli» (Is 61,10). (Papa Francesco, GE 15) 

 
Marta Bellavista nasce a Cesena il 19 ottobre 1983.

Insieme ai genitori e ai fratelli cresce a Rimini, dove vive la sua infanzia e la sua gioventù sollecitata da un ambiente vivace e solido, intessuto dall’esperienza cristiana, vissuta all’interno della comunità locale di Comunione e Liberazione.

Dopo gli studi classici, si iscrive a Lettere moderne all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È qui, nell’ambiente universitario, che fiorisce pienamente quanto seminato dalla famiglia e vissuto a Rimini con gli amici di Gioventù Studentesca (gli studenti superiori di CL). In università stringe rapporti forti e significativi con alcuni amici e adulti, che diventano per lei un riferimento sicuro per giungere alla conoscenza del volto di Cristo.

Marta ha un carattere intraprendente e schietto che le permette di vivere intensamente ogni cosa; in lei arde un profondo desiderio che investe tutto, dalla sua passione per la danza, allo studio, agli amici. Desiderio che si racchiude in un’unica insistente domanda: quella di essere felice.

Il 24 febbraio 2003, durante il suo primo anno di università, scrive nel suo diario: “Scrivo perché non riesco a dire a nessuno quello che sto vivendo in questo periodo di università. Provo tutto, sento tutto, vivo tutto! Desidero essere felice ma spesso le circostanze che vivo me lo impediscono! Ho tante nuove amicizie, appena sbocciate, per le quali sono grata a Dio che continuamente attraverso loro mi richiama a tenere quegli occhi aperti davanti alla bellezza della vita! Ho il cuore a pezzi e non so perché, ho continuamente qualcosa nello stomaco, qualcosa dentro che non mi fa stare tranquilla! Momenti di tristezza sono all’ordine del giorno ma devo riconoscere che Tu Gesù ti riveli a me ogni momento o attraverso il volto di un amico o nelle parole del libro che sto studiando… in tutto, in ogni cosa e io nella mia piccolezza solo raramente ti riconosco! Gesù rivelati a me, donami un cuore puro, semplice, pronto ad amarti in ogni istante, un cuore che brami Te, solo Te! Ho paura sempre di tutto, a volte vorrei scomparire, mi sento a disagio spesso con le persone perché ho sempre paura di quello che possono pensare di me! Il ricatto è una brutta cosa! Desidero cose vere, è un’urgenza quella che ho dentro, è un grido. Ogni giorno è una continua ricerca. Ho paura che le persone a cui tengo veramente non corrispondano questo bene per me che io sento per loro: è un bisogno, una necessità per me essere voluta bene. Non mi attira l’amicone, ma l’amico vero. Non mi basta più l’amicizia superficiale, io desidero che l’amicizia diventi un aiuto serio e concreto per seguire Te, Gesù. Desidero che tutto mi parli e mi faccia aprire gli occhi! Io sono fatta per la Grandezza! Ho bisogno di imparare a volermi bene, a stimarmi per quello che sono, allora forse le cose cambierebbero un po’ per me, comincerei a fregarmene di quello che possono pensare gli altri di me e probabilmente mi farei meno problemi. È ora di crescere, Marta! […] Da quando sono piccola la domanda di essere felice l’ho sempre avuta forte. […] La mia famiglia è sempre stata la mia forza in ogni momento della mia vita, nei momenti brutti e belli, in quelli importanti, dolorosi che mi hanno fatto crescere. Madonna io ho speranza in te! […] Gesù mi affido a te, sono nelle tue mani, fai Tu quello che non riesco a fare io. Rendimi felice, Gesù! Lieta…”.

Dopo la laurea triennale, Marta si iscrive alla specialistica in Filologia moderna. Sta frequentando il primo anno quando, nel novembre 2006, giunge fulminea la malattia. Scrive nel suo diario: “Tutto è iniziato il giorno 10 novembre 2006: mi trovavo in università a studiare il mio esame di Architettura moderna quando, intorno alle 17.10 del pomeriggio appena uscita dal bar dell’università per comprare la merenda, ho iniziato a sentire dei forti dolori all’addome, in particolare nella parte destra. […] mi è stato consigliato di andare in ospedale”.

Marta viene ricoverata. Scrive ancora: “Il 15 novembre, sono venuti nella mia camera i miei due chirurghi, perché avevano bisogno di parlarmi. Il dottor Foschi mi ha detto: «Marta, noi non sappiamo cosa hai e perché ti è successo. Dagli esami si vede una grossa massa tra rene e fegato, potrebbe essere una sciocchezza oppure qualcosa di molto più serio come un tumore. Sai, bisogna tenere conto di tutte le possibilità. Per scoprirlo dobbiamo aprire, dobbiamo operarti. Ti opereremo d’urgenza perché dagli esami si vede che hai un calo di emoglobina, hai un’emorragia interna». Poi mi ha detto: «Sei proprio un caso raro, in anni di lavoro non mi è mai capitato un caso del genere». Io ho risposto al dottore: «Ha ragione a dire così, io sono un pezzo unico». Appena i dottori sono usciti dalla mia camera la paura è salita: non avevo mai frequentato ospedali, se non per un prelievo del sangue due estati prima e adesso dovevo essere operata d’urgenza. È stato un mercoledì sera molto difficile, continuavo a chiedermi: “Perché? Come è possibile?”. Non trovavo spiegazioni ma avevo al mio fianco, da una parte e dall’altra del mio letto, Anna e Silvia che mi guardavano in silenzio e sorridevano, mi facevano compagnia; io piangevo, le guardavo continuamente negli occhi e non ero disperata, non lo erano neanche loro. […] Alle ore 10.45 sono entrata in sala operatoria. Mentre preparavano l’anestesia per me ed io ero stesa sul lettino non riuscivo a pensare a niente, avevo paura, da un giorno all’altro ero stata travolta da un fatto assolutamente misterioso e per questo straordinario. Prima di addormentarmi un giovane medico mi ha detto: «Pensa ad una cosa bella, così la sogni mentre dormi». Io gli ho chiesto se per piacere poteva farmi un segno di croce sulla fronte. Appena me lo ha fatto e mi ha lasciato sola per un attimo, ho iniziato a piangere e ho detto: «Signore, per la Tua gloria». Mentre lo dicevo mi sono accorta che avevo tutte e due le braccia aperte e le gambe chiuse: mi sono vista in croce, ero in croce, in croce con Lui, in croce per Lui. Mi sono subito addormentata”.

Durante l’operazione, le viene asportato il rene destro. I medici confermano che si tratta di un tumore in stadio molto avanzato. Ma Marta non ha bisogno di alcuna terapia, perché fin dai primi controlli, eseguiti dopo l’operazione, risulta inspiegabilmente guarita.

Marta così riprende gli studi. Contemporaneamente, continua il suo cammino di ricerca della verità e dell’amore a Cristo. Ad un incontro di universitari della Cattolica, interviene dicendo: “Ho scoperto che neanche un miracolo può soddisfare il mio cuore. Ho un grandissimo desiderio di essere felice. Ho bisogno di poter riconoscere sempre di più che tutto il desiderio che vivo di essere felice, di essere amata, di pienezza totale coincide con la volontà di Dio. Perché questo io l’ho vissuto nella mia malattia: mentre ero in ospedale e dovevo essere operata e dopo l’operazione, il mio cuore non ha mai smesso di desiderare di essere felice nel dolore, di desiderare tutto; ed è successo, ero sorprendentemente contenta e non vedevo l’ora che arrivasse mattino per vedere cosa mi sarebbe accaduto nella giornata; tutto era sorpresa. È stato possibile, è possibile e non posso più tornare indietro. La mia vita adesso, più di prima, è diventata profondamente drammatica, ho un desiderio immenso che mi brucia dentro, che mi fa tremare e mi fa chiedere: Tu che mi hai ridato la vita una seconda volta, tu che mi hai salvata, cosa vuoi da me? Perché mi hai donato tutto questo? Perché mi fai desiderare tutto così potentemente? Tu che mi puoi togliere e mi puoi dare tutto, continua a mostrarmi il tuo amore e permetti che io non ti resista ma mi abbandoni totalmente a te. Io sono in ginocchio, sto vivendo in ginocchio e il dramma più grande che vivo ogni giorno è lasciarmi amare ancora, donarmi completamente, non avere paura di desiderare tutto, non avere paura della potenza del mio desiderio. Quello che voglio imparare a dire con sempre maggiore convinzione e certezza è: sia fatta la tua volontà, non la mia, ma la tua volontà, questa è l’unica strada che vedo possibile per me per poter vivere il centuplo qui sulla terra e per l’eternità nei cieli”.

Marta ripete spesso: “Io voglio tutto”. Riconosce sempre più chiaramente che ciò che rende la sua vita vera nel profondo è il rapporto con la presenza di Cristo, conoscerlo e amarlo: “La cosa che chiedo quando mi alzo è «Conquistami». Non ho un desiderio più grande. Io voglio stare con Gesù”.

Nel suo cammino quotidiano, Marta riconosce la presenza di Dio dentro ogni circostanza, lieta o dolorosa che sia, e il suo inarrestabile desiderio di felicità si concretizza in abbandono fiducioso e consegna radicale di sé al Padre: “È davvero grande il desiderio che ho di amare Gesù, di poter immedesimarmi con Lui… e di lasciarmi amare così come sono abbandonandomi fra le Sue braccia” scrive. E ancora: “Ho visto che le cose non mi bastano, io voglio essere felice, voglio una pienezza totale, è l’unica cosa che desidero più di tutto”.

Nel settembre 2008, Marta riceve un incarico come insegnante di sostegno a Gallarate. La sua vita sembra prendere un nuovo ulteriore sviluppo, ma questa corsa subisce ancora una brusca svolta. La malattia riaffiora, all’intestino e al fegato. Da subito, per Marta, questa diventa l’occasione per vivere quella “pienezza totale” che tanto desidera, senza mai cedere allo sconforto. Scrive ad una sua amica: “Io sono agitata e ho paura ma allo stesso tempo mi scopro lieta e fiduciosa, ricca di tutta la mia vita fino ad ora e dell’abbraccio forte che mi sta stringendo ogni giorno, attraverso le persone che Dio mi mette continuamente vicino. Non sono mai sola. […] Gesù vuole che io porti la Sua croce e il Suo sacrifico, con Lui e per Lui. […] questa è la mia vocazione. Accade per la nostra conversione, per la conversione di tutti”.

Marta è cosciente che c’è un Bene da vivere fino in fondo. Il modo con cui affronta anche questa nuova prova colpisce e cambia la vita di tante persone, che si danno il cambio per accompagnarla alle visite in ospedale e alla Messa quotidiana, a cui lei tiene particolarmente.

A scuola, nonostante la malattia e pur essendo alle prime armi, Marta si impegna con tutta se stessa, diventando un punto di riferimento per alunni e colleghi. La sua presenza non passa inosservata. Con lei le cose cambiano, tanto che la vicepreside spesso esclama: “Marta, sei entrata!” per indicare il clima vivo e gioioso che genera in classe.

Marta comprende che il suo compito è quello di contribuire a edificare, con la sua vita, quella della comunità cristiana. Scrive nel suo diario: “Io sto offrendo a Dio questa malattia per i miei amici, poi ci pensa Dio cosa farne… qualcosa lo vedo già, qualcos’altro lo vedrò in cielo…”. E ancora: “Ho molto la domanda di capire cosa vuol dire che la mia vocazione è la mia malattia e poi perché. È una cosa strana, uno, quando si parla di vocazione, pensa a una forma precisa, o matrimonio o verginità. Perché io questa? A me sembra di capire che la vocazione è nell’istante. Posso dire che durante questo anno sono cambiata offrendo: è cresciuta la coscienza che quel che vivo può incidere nel mondo. Io desidero un possesso vero di tutto…”. Scrive anche ad una sua amica: “Sto scoprendo che l’offerta è una cosa bellissima, è una preghiera potente: offrire la mia malattia per le persone che amo e non solo, cambia me ed è una preghiera ascoltata da Dio. Tutti possono offrire a Dio quello che vivono, in qualunque condizione si trovino, poi ci pensa Lui come usare la nostra offerta”.

Dopo un anno di cure, le condizioni non migliorano. Nell’estate del 2010, Marta affronta il trapianto del midollo osseo. L’operazione riesce bene, ma gli effetti non sono quelli sperati. Marta continua a peggiorare, fino a quando, nella notte dell’8 ottobre 2010, a soli 27 anni, si spegne nell’abbraccio del Padre.

Un mese prima di morire, Marta arriva a dire: “Per me Gesù è «Io sono Tu che mi fai». La cosa più evidente è che siamo oggetto di un amore infinito, un Altro ti ha voluto e ti vuole bene. […] Per essere felici occorre amare Lui più di tutto, sopra ogni cosa e questo ti fa amare tutto, più intensamente. Io amo tutto, tutto della mia vita, da quando sono nata fino ad adesso. La vita è gioia e dolore ed è così perché l’ha fatta così Gesù, è per questo che dico sì alla mia malattia. Uno si lava, si veste bene, sceglie delle cose belle, ha cura di sé perché un Altro ha cura di lui. Questo succede per grazia […]”. E, parlando della sua vita, afferma: “Mi è stato risposto e mi è sempre stato dato di più… io sono la prova vivente che Dio non inganna”.

Una delle sue amiche più care ricorda: “Ci siamo trovate il giorno del funerale e ci siamo accorte che non eravamo lì a ricordare un’amica che non c’era più. Non so spiegarlo. Ma non si trattava di una fine. Tra noi era chiaro. Si percepiva, nelle parole, negli sguardi, nelle sensazioni. Ce lo siamo anche detto esplicitamente, stupite. Marta era viva come non mai”.

(testi tratti dal libro Marta Bellavista. Voglio tutto)

FILIPPO GAGLIARDI: EDUCATORE, MARITO, PADRE A SERVIZIO DEGLI ALTRI

Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. […] Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. […] Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. […] Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. (Papa Francesco, GE 14) 

 
Filippo Gagliardi nasce il 5 marzo 1983 a Verbania.

Fin da piccolo è un ragazzino affettuoso, allegro, brillante, spiritoso, molto apprezzato e benvoluto da tutti; gli piace studiare e stare in compagnia. Contemporaneamente alla scuola, è impegnato nello sport e in oratorio, che frequenta assiduamente anche grazie ai suoi genitori, coinvolti in diverse attività parrocchiali.

Nel maggio 2002, in quinta superiore, Filippo conosce Anna, di tre anni più giovane: partecipano alle Giornate mondiali della Gioventù, compiono con un gruppo di amici il cammino di Santiago e sono presenti nelle iniziative delle Sentinelle del mattino.

Nell’autunno 2005, la separazione dei genitori sconvolge la vita di Filippo: questo evento gli procura una grande sofferenza e una grande rabbia, tanto da mettere in discussione la sua relazione con Anna: “Anna, se non ce l’hanno fatta loro, anche noi falliremo. Che senso ha stare insieme?” Con l’aiuto della stessa Anna e di don Fabrizio, suo amico, capisce che non ha senso mettere in discussione tutto e che con le loro sole forze forse fallirebbero: “Con quello che abbiamo costruito insieme e con l’aiuto del Signore, ce la faremo”.

Nel maggio 2009, Filippo vive un’esperienza con le Sentinelle del mattino che cambia radicalmente il suo modo di vivere la fede e che lo aiuta a vivere le cose in modo più leggero. Suo papà lo ricorda così: “Dopo quell’esperienza ho notato in Filippo un cambiamento profondo. Me ne sono accorto soprattutto nei rapporti con sua mamma che, dopo la nostra separazione, sono sempre stati molto difficili. Tuttavia, dopo le Sentinelle ho visto in lui maggiore serenità e apertura. Prima era un bravo ragazzo, che faceva cose anche positive, ma lì ha fatto un salto di qualità. Non solo faceva le cose seriamente come sempre: oserei dire che mi sembrava le facesse con amore”.

La crescita nella fede spinge Filippo a mettersi in gioco molto di più anche con i ragazzi dell’oratorio, che non esitano ad aprirsi con lui senza paura di essere giudicati. Filippo ha una grande capacità di osservazione e di ascolto che, unita all’affetto, alla disponibilità e a un grande rispetto per la libertà dell’altro, lo fanno un educatore molto cercato dai ragazzi. Don Fabrizio ricorda: “Filippo era contento perché aveva realizzato una cosa: che Dio lo amava. Davanti a questa scoperta aveva deciso che lo avrebbe detto con la sua vita a tutti. Ogni occasione era buona per dire agli altri che forse nella loro vita c’era una speranza in più, una possibilità in più, una luce che avrebbe potuto far vedere le cose in modo diverso. Questo riusciva a farlo vivendo una fede semplice, frequentando i sacramenti e pregando. Per lui l’oratorio era una fonte a cui attingeva sapendo che sarebbe andato in mezzo al deserto. Ma sapeva anche che quell’acqua che aveva dissetato lui poteva dissetare anche altri”.

Il 15 settembre 2012 Filippo e Anna si sposano e subito parlano della possibilità di avere un figlio, ma Filippo non si sente ancora pronto. Una domenica pomeriggio di metà dicembre, Filippo si ferma in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Al termine, confida a don Fabrizio: “Fabri, oggi ero venuto qui per riflettere sul mio modo di vivere il matrimonio: certe cose le capisci solo davanti a Lui!”. Torna a casa e, senza dire niente, raggiunge Anna in cucina e la abbraccia: “Amore, credo di essere pronto per avere un bambino”. Dopo tre settimane, Anna è già incinta.

La loro famiglia diventa un punto di riferimento per i tanti ragazzi dell’oratorio; Filippo e Anna, infatti, decidono di continuare a portare avanti i rispettivi gruppi anche dopo il matrimonio.

Nell’estate del 2013, Filippo inizia ad accusare alcuni fastidi allo stomaco. Siccome il dolore aumenta giorno dopo giorno, il 15 agosto, insieme ad Anna, si reca al Pronto Soccorso per i primi accertamenti che rilevano del liquido sospetto nell’addome. I medici consigliano a Filippo di tornare il giorno dopo per fare altri esami. Anna ricorda così quel giorno: “Nel pomeriggio abbiamo fatto una passeggiata, ma il chiodo fisso era sempre quello. I medici ci avevano invitati alla calma, ma il pensiero che potesse trattarsi di un tumore ci spaventava. Nonostante lo vedessi teso, Filippo continuava a dirmi che io dovevo stare tranquilla, che probabilmente si trattava di un’infezione”. Il giorno dopo tornano in ospedale pieni di paure e interrogativi. La Tac, oltre al liquido, evidenzia anche la presenza di alcune masse nell’addome. La situazione precipita. Anna ricorda: “Ci guardavamo disorientati, come se fossimo stati scaraventati in un luogo lontano da tutti, dove non sapevamo cosa stesse succedendo, dove saremmo arrivati e quando”.

Filippo viene ricoverato, lo aspettano tre settimane intense. Fatica a capire quel Dio in cui ha sempre creduto, adesso che deve fare i conti con un tumore. Lui, che ha appena 30 anni e ha sempre avuto una salute di ferro, che si è sempre impegnato nell’oratorio, che, dopo tanto tempo, è finalmente riuscito a sposare Anna e che è al settimo cielo perché è in arrivo il loro primo figlio.

Anna ricorda quei primi giorni difficili di ospedale: “Abbiamo pianto tanto, ci siamo arrabbiati con il Signore e sono partite un milione di domande: perché a noi e perché adesso, nel momento più felice della nostra vita? A un certo punto però, abbiamo capito che sarebbe stato inutile spaccarci la testa con questi interrogativi”.

Una mail li aiuta ad avere una prospettiva diversa: “Chiedervi il perché di quello che vi sta succedendo il più delle volte vi farà impazzire. Non avrete una risposta ai vostri perché, almeno finché siete su questa terra. Alcune cose sono più grandi di noi. Quello che vi consiglio di fare è chiedere a Dio di accettare e accogliere nella vostra vita questo cammino che avete davanti, ovunque vi porterà, e io pregherò per voi perché riusciate a compiere questo passo”. Ancora oggi, Anna non ricorda chi sia stato il mittente di questa mail.

Filippo resta colpito, sembra una risposta alle sue inquietudini. Quelle parole “accettare e accogliere” invadono il suo cuore come un fiume in piena. Nel dolore, gli fanno intravedere una luce. Sussurra ad Anna: “Finora non abbiamo pensato a vivere così questa situazione. Proviamoci”. In quel momento capiscono che, anche se non sanno il perché, alcune cose succedono, e pertanto cercano di affidarsi. Per la prima volta, come capiterà spesso nei giorni seguenti, pregano insieme.

Il tempo passa e Filippo capisce che giorno dopo giorno peggiora, si sente sempre più debole e i medici continuano a rimandare qualsiasi azione terapeutica in attesa di capire come muoversi. Filippo scrive a don Fabrizio: “All’inizio volevo dirgliene quattro… poi ho capito che Lui “carica” la croce su chi può sopportarla (anche se ne facevo a meno)… quindi gli ho affidato tutto: me, il piccolo e Anna”. Filippo non è arrabbiato, ha tante domande, ma ha deciso di affidarsi al Signore.

Tanti sono gli amici e i parenti che non lo lasciano mai solo e che ogni giorno gli fanno visita: tutti pregano per lui e per la sua guarigione. In parrocchia vengono organizzate delle veglie di preghiera alle quali partecipano anche tante persone lontane dall’oratorio e dalla fede.

Filippo, dal suo letto d’ospedale, continua ad essere per tutti l’amico sempre attento a ciascuno. Ricorda Daniele, da sempre suo amico: “In ospedale vedevo che non cercava di distrarsi, era concentrato sull’oggi, voleva capire quello che stava succedendo e viverlo fino in fondo per arrivare preparato. Si interessava alle persone più care, cercava di rispondere ai tanti messaggi, pregava. Faceva solo le cose essenziali. Spiritualmente era pronto: era lui a darmi la forza e a invitarmi ad affidarmi al Signore. Ma nella pratica, parlare con me di quello che sarebbe potuto succedere, senza imbarazzo o esitazione, lo ha aiutato a sfruttare bene il tempo trascorso con Anna, a cercare di vedersi anche da soli, a dirsi tutto”.

Filippo e Anna a volte pregano insieme: lei chiede la guarigione del marito, mentre lui prega per quel figlio che forse non riuscirà a vedere. Anna racconta: “Grazie a un consiglio di don Fabrizio a un certo punto della malattia, Filippo e io abbiamo iniziato a parlare solo delle cose essenziali”. I loro sms diventano più rari e sobri: si scrivono solo per andare dritto al cuore, come fa Anna il 2 settembre: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me (salmo 23)”. Dopo tre giorni, Filippo completa il versetto scrivendole solo queste parole: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Non vogliono sprecare parole inutili.

Nel frattempo, le analisi confermano che si tratta di un tumore, ma è necessario fare ulteriori esami per capire di che tipo sia il male. Filippo confida all’amico sacerdote: “Fabri, la porta si fa sempre più stretta e ho ancora offerto questo dolore per tutti voi”. E ad Anna ripete spesso: “Tu non devi preoccuparti per me, devi pensare solo a te e al bambino”.

Filippo non si rassegna e continua ad affidarsi, perché comprende sempre più che la cosa importante non è lo stare bene o il fare cose, bensì ancorarsi a quella roccia capace di essere approdo sicuro anche nel mare in tempesta: “Il Signore è la mia forza e io spero in Lui, il Signore è il Salvatore, in Lui confido non ho timor” ripete spesso nei suoi momenti di preghiera. Filippo fa sua anche una frase di Madeleine Delbrêl: “L’ubbidienza è fame di stare nelle mani di Dio”.

Un pomeriggio di inizio settembre Filippo chiede ad Anna di chiamare don Fabrizio, perché vuole confessarsi: “Fabri, sta iniziando l’ultimo combattimento della mia vita e voglio viverlo con cuore libero”.

Il 10 settembre Filippo si sottopone alla prima chemioterapia. Quel giorno Anna e Filippo non riescono a parlare, stanno insieme in silenzio. Prima però che lei vada via, Filippo riesce a sussurrarle una cosa importante che riguarda il bambino, perché sa che il giorno successivo lei si sottoporrà a una visita di controllo della gravidanza: “Ricordati di chiedere se c’è qualche rischio che il tumore sia trasmesso a Luca…”. Anna ricorda: “Non so se in quel momento intuisse quello che sarebbe successo, ma mi ha colpito che, in una situazione comunque difficile, Filippo riuscisse ancora a pensare agli altri”.

Durante quella notte Filippo fatica a respirare e i suoi movimenti sono resi difficili dalla pancia gonfia. Giunge così l’alba dell’11 settembre e Filippo se ne va. Due giorni dopo la sua morte, arriva la diagnosi definitiva: tumore rabdoide extrarenale, un’aggressiva e rarissima forma di tumore pediatrico, che solitamente colpisce i bambini con meno di tre anni.

Al funerale partecipano centinaia di persone. Anna, con forza sorprendente e certezza incrollabile, legge davanti a tutti queste parole: “Caro Filly, qual è il progetto di Dio su di noi? Ce lo siamo chiesti parecchie volte in queste ultime tre settimane. Sono sicura che tu oggi lo sai già, perché te lo ha appena svelato. A me toccherà scoprirlo piano piano, perché sono sicura che tu mi aiuterai a capirlo. Già, perché un progetto su di noi Dio ce l’ha ben chiaro, perché nella vita le cose non capitano per caso, fatalità, sfiga o coincidenza, le cose succedono perché c’è sempre un disegno dietro tutto da comprendere… Grazie Filly perché mi hai insegnato tante cose: grazie perché mi hai insegnato a crescere e a fare progetti, quei progetti grandi che ci hanno fatto crescere insieme e fare scelte grandi. Quei progetti che ci hanno fatto vivere l’Amore, quello vero, quello forte, quello che rispetta e che aiuta a crescere, quello con la A maiuscola; grazie perché mi hai aiutato a capire nel profondo che cos’è il dono della fede e la potenza della preghiera, che ci insegna ogni giorno a guardare lontano e in alto verso Dio. Grazie perché mi hai mostrato ogni giorno cosa vuol dire affidarsi completamente a Dio in tutte le scelte che abbiamo fatto e che con il tuo aiuto dall’alto, continueremo a fare; grazie per il dono della vita che adesso respira nella mia pancia e che tra poco, in modo un po’ diverso, ti potrà conoscere. Ma tu ora non credere di poter stare lì a guardarci e non fare nulla. Hai dei compiti grandi che devi portare avanti […]. Hai il compito di accompagnare Luca nel cammino della sua vita; io lo farò da quaggiù, ma lui avrà il papà più speciale che si possa avere che lo aiuterà dal cielo, e so bene che lo farai; infine hai il compito di prendermi per mano, come fai di solito, e aiutarmi a crescere nella fede, a crescere il nostro bambino, a non avere paura di compiere scelte grandi e magari difficili, ad avere il coraggio e la forza di fondarsi ogni giorno nella roccia, in quella vera, perché qualunque cosa ci accada, nulla ci possa distruggere; ho sempre saputo di avere accanto una persona davvero speciale, adesso so per certo che accanto a me c’è un angelo speciale che non mi abbandonerà mai perché, come mi hai sempre ripetuto fino all’ultimo: io e te, insieme per sempre!”

(testi tratti dal libro «Volevo dirgliene quattro…» Storia di Filippo Gagliardi)

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Guarda la puntata di A Sua Immagine del 25/4/2015 sulla storia di Filippo.

ANGELICA TIRABOSCHI: UNA VITA A COLORI

«Ognuno per la sua via», dice il Concilio. […] Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza. […] Perché la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro. (Papa Francesco, GE 11) 

 
Angelica Tiraboschi nasce a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 22 novembre 1995.

È una ragazza normale, con pregi e difetti, che ama correre in bicicletta, uscire con le amiche, contemplare la bellezza della natura, leggere, scrivere, guardare la televisione e ascoltare la musica. Come tutte le sue coetanee, litiga con le compagne, piange per un insuccesso, disobbedisce ai genitori, eppure non si dà per vinta: vuole migliorare se stessa e il suo carattere, punta alla qualità alta della vita.

Ovunque Angelica è circondata da amicizie che coltiva con cura. Desidera vivere appieno ogni legame che costruisce volta per volta con una persona, per questo decide di non utilizzare i social per comunicare o per stringere amicizie, perché preferisce il contatto diretto. Diventa il punto di riferimento di molti suoi coetanei, ai quali insegna a vivere il presente, a valorizzare la propria vita e a non dare nulla per scontato: “È troppo breve il tempo che abbiamo e non vale la pena sprecarlo in cose tristi e inutili. Ogni vita è importante non per quanto dura, ma per l’intensità del suo passaggio”.

Angelica è anche una ragazza di grande fede. Vive con gioia il suo rapporto con Dio attraverso la preghiera, la partecipazione alla messa domenicale e ai sacramenti, e l’appartenenza al gruppo Shalom del Rinnovamento nello Spirito Santo. Anche a scuola, attraverso i suoi atteggiamenti, trasmette ai suoi compagni il suo amore per Gesù.

Si sente immensamente amata da Dio, per cui la sua fiducia in lui non viene mai meno. Questo cambia tutta la prospettiva del suo vivere quotidiano: non pensa più solo a se stessa, ma si fa dono per gli altri. È sempre pronta ad aiutare, senza mai pretendere nulla in cambio, con quel suo sorriso luminoso.

Angelica ha una grande voglia di vivere: vuole studiare, innamorarsi, progettare il futuro. Spesso ripete: “Non dobbiamo dare anni alla vita, ma vita agli anni”. Adora i bambini e non perde occasione per dare anche ai più piccoli una testimonianza di vita autentica con lo scopo di far loro conoscere Gesù.

Nell’estate del 2014, nonostante la preparazione degli esami di maturità, Angelica sceglie di fare l’animatrice all’oratorio estivo di Canonica d’Adda. È qui che fa il suo incontro con la malattia. Un giorno, un bambino le corre incontro per abbracciarla e subito Angelica sente una fitta al seno destro. Nei giorni successivi il dolore persiste e, così, si sottopone a diversi esami che rilevano la presenza di un tumore.

Angelica non capisce il senso di tutto questo, ma lo accoglie e lo accetta con speranza, senza domande né rivendicazioni, rimanendo serena e fiduciosa perché il Signore non fa mai mancare la sua forza. La potenza della vita e dell’amore sono superiori alle preoccupazioni del momento e, così, si lascia stravolgere i piani della sua vita, nella certezza che il Padre dà solo cose buone ai suoi figli.

Solo poche persone vengono a conoscenza della malattia di Angelica; è lei stessa a volerlo, perché non ama compatirsi: non vuole che gli altri soffrano e si preoccupino per lei. Questa scelta le permette di vivere la malattia con più serenità.

Da agosto a novembre Angelica si sottopone a diversi cicli di chemioterapia presso l’Istituto Europeo Oncologico di Milano, al termine dei quali, gli esami mostrano il totale assorbimento del tumore. A gennaio, però, il tumore ritorna. Angelica non si arrende: continua a camminare con Gesù, fidandosi completamente di lui e intravedendo in ciò che sta vivendo un progetto d’amore del Padre. Spesso ripete: “Si può superare tutto, se ci si arma di sorriso”. La sofferenza non riesce a smorzare la carica di amore e di vita presente nel suo animo. In una sua lettera scrive: “Non possiamo cambiare la direzione del vento, ma possiamo sistemare le vele in modo tale da raggiungere la nostra destinazione in Cristo Gesù nostro Signore”.

Angelica si confida spesso con suo padre. Nei primi tempi, quando il tumore sembra curabile, lo consola dicendo: “Papà, è la volontà di Cristo, non preoccuparti: la croce la porto io. Ma quando sono stanca, te la do per un po’. E poi la riprendo”.

In un biglietto indirizzato a lui nel giorno del suo compleanno, scrive: “[…] Penso che ogni uomo, almeno una volta nella vita, si trova ad affrontare questo incontro con la morte, sia essa reale o figurata, e ognuno è libero di decidere se scappare o affidarsi a colui che tutto può e dà forza! Dopo un po’, si impara e si incomincia ad accettare le sconfitte, a testa alta e gli occhi aperti, con la grazia che viene da Dio. Si iniziano a costruire le strade di oggi perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani e ci si abbandona a lui, quel Padre che ti incoraggia dicendoti che sei prezioso ai suoi occhi. Domando così al Signore di darmi la forza per portare la croce. Amen”.

Nel mese di luglio 2015 tutto sembra rientrare nella norma, ma dopo metà agosto il male torna a manifestarsi. Angelica, da alcuni giorni, si sente poco bene; insieme al papà, giovedì 27 agosto, si reca perciò all’ospedale per eseguire una TAC alla testa che rileva una metastasi alle meningi. In un attimo, a entrambi crolla il mondo addosso. Angelica è presa dallo sconforto, è confusa, prova dolore, angustia e tristezza, piange per la disperazione ma, allo stesso tempo, fa esperienza della tenera mano di Dio che la consola, e per questo è felice.

La sera seguente, il gruppo Shalom del Rinnovamento dello Spirito Santo di cui Angelica fa parte, si ritrova per l’adorazione eucaristica mensile. La liturgia di quel giorno offre il brano di Vangelo delle dieci vergini: «A mezzanotte un grido: ecco lo sposo! Andategli incontro!» (cfr. Mt 25, 1-13). Questa parola echeggia come “profezia” di un avvenimento che si sta compiendo.

Così il padre di Angelica racconta gli ultimi istanti di vita della figlia: “Il giorno della morte, sabato 29 agosto 2015, mi trovavo a Bergamo, all’Inps, per firmare le carte del congedo parentale di un anno per poter assistere Angelica. Impugno la penna, abbozzo la mia firma e in quell’attimo un fremito percorre tutto il mio corpo. Squilla il telefono. È il numero dell’ospedale. Mi si congela il sangue nelle vene. Mi dicono: «Corra subito perché stiamo perdendo sua figlia». […] Vado a casa a prendere mia moglie e poi, subito all’ospedale. Arriviamo, esco dalla macchina e corro con tutte le mie forze verso mia figlia. […] Apro la porta. Il mio tesoro è lì, nel letto, con le braccia aperte e i palmi delle mani rivolti all’insù. La corona del rosario accanto a lei. […] Angelica è volata in cielo proprio come aveva detto: senza disturbare nessuno. Qualche tempo prima mi aveva detto: «Non mi vedrai morire, lo farò in modo delicato». E così è stato”.

Angelica muore a 19 anni, così come ha vissuto: con dolcezza e coraggio, in punta di piedi, con la lampada sempre accesa in attesa dello sposo. Non si è mai rassegnata. Solo quando ha compreso che Gesù voleva così, non ha protestato, ma ha risposto: “Lo voglio anch’io”.

In uno dei suoi ultimi scritti, Angelica ci lascia queste parole: “[…] Perché non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima di averlo, perché non bisogna cercare le apparenze, possono ingannare; cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far brillare una giornataccia… cerca ciò che ti fa sorridere e abbracciare l’anima. […] Cogli ogni opportunità che la vita ti dà, perché se te la lasci sfuggire, ci vorrà molto tempo prima che si ripresenti. In questo mondo, nulla accade per caso… tutto è un disegno di Dio, quindi un bel giorno tutto avrà un senso. […] Dio dà all’uomo la libertà di essere artefice del proprio destino: ognuno di noi può commettere sempre lo stesso errore, può fuggire da ciò che non vuole, oppure abbandonarsi a Gesù Cristo nostro Signore e lottare per i propri sogni, accettando il fatto che non si presentano sempre nel momento giusto e che un giorno ci si ritroverà a dover portare con coraggio la propria croce. […] E, per chi crede, non serve un miracolo… il vero miracolo è continuare ad amare la vita nonostante le sofferenze, perché è sempre l’amore la chiave di ogni risurrezione!!! Solo allora capirai quanto è importante dire grazie a Dio per averti donato la vita, così come lui vuole, in ogni modo, circostanza, forma ed espressione”.

(dal libro Angelica Tiraboschi. Vivere a colori)

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Guarda la testimonianza del padre di Angelica.

Ascolta l’inno ufficiale per Angelica Tiraboschi “IL VISO. Dove nasce l’universo”.

NICOLA PERIN: CAMPIONE NELLA PARTITA DELLA VITA

Quello che vorrei ricordare con questa Esortazione è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste». (Papa Francesco, GE 10) 

 
Nicola Perin nasce il 2 febbraio 1998 a Rovigo.

Fin da piccolo, grazie alla testimonianza dei genitori e dei nonni, vive una fede gioiosa e concreta, fatta di piccoli gesti quotidiani e di attenzioni verso il prossimo. Ogni giorno ringrazia il Signore per il dono della famiglia e per il bene che riceve da loro.

Nicola è un bambino allegro, solare, sorridente, dotato di una straordinaria intelligenza, ma anche determinato in ciò che vuole. È curioso, pieno di voglia di vivere e capace di farsi voler bene.

A scuola ottiene sempre ottimi risultati, e le insegnanti e i professori lodano spesso la sua buona educazione e il suo comportamento altruista, in quanto è sempre pronto a dare una mano ai suoi compagni.

L’incontro con Cristo sconvolge la sua vita. Dal giorno della sua Prima Comunione vive un intenso rapporto con Gesù nella preghiera personale e nella partecipazione alla messa domenicale: per Nicola, Gesù diventa un amico, un punto di riferimento. Il sacramento della Cresima, poi, lo unisce più saldamente a Cristo, donandogli una forza speciale per testimoniare la fede.

Nicola è un grande appassionato di pesca (hobby ereditato dal padre e dai nonni) e rugby, sport che inizia a praticare all’età di 6 anni e dove, da ragazzo, fa parte della Monti Junior Rovigo, ricoprendo il ruolo di mediano di mischia indossando la maglia numero 9. Il gioco del rugby ha un ruolo importante nella sua vita poiché gli trasmette alcuni ideali fondamentali che faranno parte per sempre del suo DNA: nobiltà d’animo, lealtà, senso di responsabilità, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, altruismo, amicizia, impegno, gioco di squadra e coraggio.

Man mano che cresce, Nicola si dimostra sempre rispettoso e disponibile verso tutti, semplice e profondamente umile, attento agli altri, sempre accompagnato dal suo incoraggiante sorriso. A un amico confida: “Non possiamo dare niente di scontato nella vita, tanto meno l’amore. Quando mi alzo al mattino, dopo aver ringraziato il Signore per il dono di un nuovo giorno, gli chiedo di poterlo amare attraverso le persone che metterà sulla mia strada, senza nulla chiedere in cambio”.

Nicola crede fermamente nei valori ereditati dalla sua famiglia, quali la generosità, la fede, la purezza, il sacrificio: è sempre disponibile e accogliente verso il prossimo ed esigente con sé stesso nel perseguire le mete che si prefigge senza tirarsi indietro davanti agli ostacoli. Spesso ama ripetere: “Non conta quanto si dona, ma quanto amore si trasmette nel donare”. La felicità fa da sottofondo a ogni sua giornata, vuole vivere una vita piena di senso.

Il mondo della scuola e dello sport è il suo banco di prova dove, con grande entusiasmo, mette in pratica tutti gli insegnamenti ricevuti, andando spesso contro corrente. È stimato e apprezzato dai suoi compagni e questo gli permette di evangelizzare senza temere di essere criticato o deriso. Nonostante la sua giovane età, emana un fascino particolare che lo rende autorevole nella parola e nell’azione, facendo rimanere affascinati quanti gli si avvicinano.

Il 9 luglio 2013, all’età di 15 anni, inizia per Nicola una grande prova. Da alcuni giorni si sente più affaticato del solito, quindi si sottopone a diversi accertamenti e la diagnosi non tarda ad arrivare: leucemia. In un istante, la sua vita e quella dei genitori cambia. Nicola piange per giorni e vive momenti di ribellione e sentimenti di abbandono. Nonostante ciò, scrive a un amico: “Mi aspetta un’altra dura battaglia. Un’altra lotta. Un’altra partita da vincere. La vita è anche questo, ma chi supera questi momenti diventerà una persona forte, coraggiosa, che sa che cosa vuol dire soffrire per una giusta causa, che conosce il vero dolore e sa apprezzare i veri tesori della vita come la salute, l’amicizia, avere una famiglia al tuo fianco: io mi sento una di quelle persone. IO NON MOLLO!!!”

Da quel giorno comincia un lungo ricovero all’ospedale di Padova, che diventa, per lui e i suoi genitori, una seconda casa. Nicola affronta la malattia con una fiducia strabiliante nella Divina Provvidenza, sempre sorridente. A volte piange, ma non si ribella, non maledice: pur essendo chiuso in ospedale, è sereno. A sua madre confida: “Lotto ogni giorno per essere una persona serena. Ogni giorno provo a cercare la felicità in ogni cosa che mi è concessa di fare. Dipende da noi trovarla. Chi ci ha dato l’idea che per essere felici dobbiamo per forza avere tutto?”

È in questo momento che Nicola comprende fino in fondo quali sono le cose importanti nella vita: capisce che la vita può essere molto breve e che non va sprecata in cose inutili e senza senso. È lui, dal suo letto d’ospedale, a insegnare agli altri l’amore per la vita e la voglia di non mollare: “È compito di noi ammalati far capire ai sani quanto la vita è meravigliosa e degna di essere vissuta sino alla fine. Vivere e dare la vita è un grande dono”.

Il Vangelo diventa la guida nei mesi difficili della malattia. Nicola si abbandona a Dio, perché sa che il Signore gli è sempre vicino e questo gli permette di non perdere la speranza e di sopportare le avversità della vita. Si lascia amare da Lui che non delude mai anche quando sembra che le cose vadano tutte nel verso contrario; sa che la sua vita è abitata, e con quella Presenza cambia tutto.

Nell’ospedale di Padova continua a studiare, sia grazie agli insegnanti che fanno servizio in reparto, sia tramite Skype dove si tiene in collegamento con i professori di Rovigo; questo gli rende la vita apparentemente normale e la malattia a tratti più leggera.

Per Nicola, l’unica terapia alla malattia è il trapianto di midollo osseo; non si trovano però donatori compatibili e così si decide per suo padre: è lui, il 14 gennaio 2014, a donare a Nicola la vita una seconda volta. Per 50 giorni Nicola non può uscire dall’area trapianti, ma sopporta tutto con serenità e coraggio. Quando poi le cose sembrano andare meglio, ecco che la malattia si ripresenta. A novembre subisce un secondo trapianto di midollo e stavolta la donatrice è sua madre. Rimane nuovamente “segregato” nella sua camera d’ospedale per un mese, ma l’ottimismo e la speranza non lo mollano un istante. Ogni giorno rinnova il suo abbandono alla volontà di Dio: “So che Gesù mi è vicino, mi vuole bene e mi aiuta; faccio e accetto quello che decide lui”. Poco dopo la malattia ritorna, più forte che mai.

Il 4 luglio 2015 Nicola riceve il sacramento dell’Unzione degli Infermi che lo rafforza nella fede e nella lotta contro la malattia. Prega dicendo: “Signore, attraverso la forza del tuo Spirito ti chiedo di guarire la mia anima e se è nella tua volontà anche il corpo”.

Come quando era in salute, anche durante la malattia Nicola non pensa solo a sé stesso; quando prega insieme ai suoi genitori e al suo parroco chiede a Dio aiuto e consolazione per tutti coloro che sono ricoverati in ospedale.

Nicola attraversa tanti momenti dove sperimenta l’oscurità avvolta dal non senso, la “notte del silenzio”, ma non si lascia deprimere perché, nonostante tutto, mantiene viva la speranza di una vita nuova.

L’8 dicembre 2015 viene ricoverato per l’ennesima volta in ospedale: le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Il 22 dicembre, due giorni prima di morire, come ultimo gesto chiede a suo padre: “Mi aiuti a fare il segno della croce?” Non ha più le forze per compiere quel gesto, ma non vuole darla vinta a quella malattia che gli ha rubato il vigore del fisico ma non la speranza. Sente che il Signore è al suo fianco e questo gli dà consolazione: “Signore, voglio vivere e morire facendoti onore, come un vero figlio”.

Nicola si spegne la Vigilia di Natale del 2015 all’età di 17 anni.

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“Chi si sente già arrivato, già perfetto e non lascia più aperto il proprio cuore alle novità, vivrà un’esistenza neutra, senza colori, piatta, senza entusiasmo.”

“Sono sicuro che ciascuno di noi ha un talento, un’opportunità per dare senso alla propria vita. Bisogna guardarsi dentro e scoprire quello che a ognuno è stato dato in dono. Il tesoro è dentro di noi, non dobbiamo andare lontano per trovarlo.”

“La santità è amare la volontà di Dio. Non c’è niente di più facile e alla portata di tutti.”

“Ho sempre immaginato di diventare grande, che un giorno avrei avuto le rughe e i miei capelli sarebbero diventati bianchi. Ho sognato di fare una famiglia. La vita è così. Fragile, preziosa e imprevedibile. Ogni giorno che passa non è un nostro diritto, ma un dono che ci viene dato. Amo la mia vita, sono felice e in debito coi miei cari. Non so quanto tempo devo vivere, quindi non voglio perdere tempo a essere triste.”

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Guarda la testimonianza dei genitori di Nicola.

GIULIA GABRIELI: LA GIOVANE SPOSA DI DIO

Lasciamoci stimolare dai segni di santità che il Signore ci presenta attraverso i più umili membri di quel popolo che «partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità». (Papa Francesco, GE 8) 

 
Giulia Gabrieli nasce a Bergamo il 3 marzo 1997.

È una ragazzina normale, semplice e solare. Le piace ridere, giocare e divertirsi, ama la scrittura, la musica, la danza e lo shopping, ma soprattutto ama stare in rapporto con le persone, e questo la riempie di gioia. In più Giulia è davvero innamorata di Gesù: un amore che cresce in lei, giorno dopo giorno, sin da quando è bambina.

Il 1° agosto 2009, mentre con la famiglia si trova in vacanza al mare, Giulia si accorge di una tumefazione sulla mano sinistra; inizialmente si pensa ad una semplice puntura d’insetto ma, nonostante le creme cortisoniche, il gonfiore e il dolore aumentano. Così Giulia si sottopone a una serie di esami: la diagnosi risulta essere quella di tumore, un sarcoma tra i più aggressivi.

Giulia inizia la chemioterapia, che affronta sempre con il sorriso e con una straordinaria forza d’animo, senza mai arrendersi al dolore. Spesso è lei a far coraggio a familiari e amici, e chi la incontra resta abbagliato dalla luce che Giulia si porta dentro. Persino nei momenti più difficili Giulia riesce a prendere la forza dalla vita stessa: Se continui a pensare sto male, povera me, ti deprimi e stai sempre peggio! Se ci fai sopra una risata e dici: “Bene oggi è andata come è andata… adesso basta pensiamo al presente! Ora sto bene? Sì, allora mi godo questo momento. Ora sto male? Ok, preghiamo che domani io possa stare meglio”. Bisogna andare avanti, perché la vita è bellissima! La cosa che Dio ha creato, la cosa più bella al mondo è la vita!

Giulia non mette mai al centro la malattia, la “se stessa” malata; al primo posto per lei c’è sempre il Signore. Giulia desidera con tutto il cuore mettere al centro della vita il suo grande Amore e così lo sceglie ogni giorno, in ogni momento. Il risultato è che il suo grande Amore per Dio diventa una fonte inesauribile e contagiosa di incontri, di amicizie e di rapporti di comunione.

Persino con i suoi medici ha un rapporto bellissimo, tanto da chiamarli “i miei supereroi”. E tocca proprio a loro, un giorno dell’agosto 2010, il compito di comunicare a Giulia la recidiva del tumore e lei, come sempre, spiazza tutti e con il sorriso dice: “Non vi preoccupate! Se ce l’abbiamo fatta una volta ce la faremo anche la seconda, io sono pronta… Voi sarete sempre i miei supereroi!”

Ma anche per Giulia arriva il momento della prova, della tentazione, del rifiuto: “Ho passato dei momenti molto duri. In particolare, in un periodo in cui ho avuto una reazione di insofferenza a un farmaco, durata alcuni giorni. Ero arrivata a un punto cruciale: ero nervosissima, mi tremava tutto il corpo e piangevo tutto il giorno. Continuavo a dire ai miei genitori: «Ma Dio dov’è? Adesso che sto malissimo, ho addosso di tutto, Dio dov’è, lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori, perché non me li leva? Dov’è? Perché sta a guardare?». Ero arrabbiata, in quei giorni ho fatto una fatica tremenda a pregare, era proprio difficile. […] Allora sono andata nella basilica di Sant’Antonio e mi sono inginocchiata a pregare, tranquilla. Vicino a me c’è una signora, mai vista prima. Non ci avevo fatto caso. Mi alzo per andare ad appoggiare la mano sulla tomba del Santo e arriva questa signora. Arriva e mette la sua mano sopra la mia mano malata che, voglio farvi notare, non era fasciata, apparentemente era una bellissima mano normale. Non mi ha detto niente, ma aveva un’espressione sul volto, come se mi volesse comunicare: «Forza, vai avanti, ce la fai, Dio è con te». […] Sono entrata arrabbiata, in lacrime, proprio in uno stato pietoso, sono uscita dalla basilica con il sorriso a cinquanta denti, con la gioia che Dio non mi ha mai abbandonata. Mai. Dio, molto probabilmente, mi è stato ancora più vicino in quel periodo: ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più.” (testo tratto dal libro Giulia Gabrieli. Un gancio in mezzo al cielo)

Per Giulia la sofferenza diventa l’occasione di veri incontri e della nascita di moltissime amicizie. In particolare, grazie all’“incontro” con la beata Chiara Luce Badano, Giulia impara a vivere la sua malattia come un dono: “Lei è morta, però ha saputo vivere questa esperienza in modo così luminoso e solare, abbandonandosi alla volontà del Signore. Voglio imparare a seguirla, a fare quello che lei è riuscita a fare nonostante la malattia. La malattia non è stata un modo per allontanarsi dal Signore, ma per avvicinarsi a Lui”.

Specialmente negli ultimi tempi, Giulia è abitata dal desiderio di testimoniare a tutti, con ogni mezzo possibile, la “buona notizia”, sente l’urgenza di condividere la sua “meravigliosa scoperta”. Il suo viso è notevolmente gonfio di cortisone e il suo corpo porta i segni delle innumerevoli terapie e operazioni subite. Eppure, Giulia emana una luce, una bellezza, una fierezza che fanno invidia a tutti: il suo volto, il suo sguardo, la sua voce sono come rapiti da un Amore tanto grande da essere palpabile: “Quando sarò guarita, se guarirò, devo fare assolutamente qualcosa per i giovani che non hanno ancora conosciuto questo grande Amore per il Signore. L’Amore è il più grande e il più bello tra i sentimenti, l’Amore racchiude tutto”.

Pur con le forze che le vengono meno, circa due mesi prima di morire, supera brillantemente l’esame di terza media con il massimo dei voti, perché lei, Giulia, desidera continuare a fare le cose normali della sua età. Siccome non si può muovere, i professori la esaminano nel salotto della sua casa, meravigliati della sua preparazione nonostante i mesi di ospedale e le cure.

Il giorno prima di morire Giulia termina di comporre il testo di una coroncina di puro ringraziamento al Signore (scaricabile dal blog www.congiulia.com); Giulia sente infatti il bisogno di ringraziare: “Nelle nostre preghiere, nelle nostre litanie, chiediamo sempre qualcosa per noi o per gli altri. Mai che ci si limiti a dire grazie, senza chiedere nulla in cambio”.

Giulia muore a 14 anni il 19 agosto 2011, proprio negli stessi istanti in cui a Madrid si conclude la Via Crucis della Gmg.

Giulia, seppur non sia guarita, ce l’ha fatta, perché è riuscita a trasformare i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l’ha portata a dialogare con la sua morte: “Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio”.

Domenica 7 aprile 2019 si è aperto il processo di beatificazione e Giulia è stata proclamata Serva di Dio.

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Guarda la testimonianza dei genitori e del fratello di Giulia a Bel tempo si spera.

DAVID BUGGI: UNA STORIA DI PASSIONE E RISURREZIONE

Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». (Papa Francesco, GE 6)

 
David Buggi nasce il 6 novembre 1999.

È un ragazzo assolutamente normale, con una vita da adolescente che cerca di scoprire il vero senso della vita: frequenta il post cresima della parrocchia e fa parte del Cammino Neocatecumenale. Ha tanti interrogativi, tante domande, un cuore e una mente che sono costantemente alla ricerca della felicità vera e anche di ciò che la può ostacolare. Questo suo desiderio temerario lo porta a confrontarsi con i temi che la società contemporanea e i giovani come lui difendono spesso come verità assolute, dinanzi alle quali non ci si interroga più, ma si aderisce seguendo ciò che più piace, invece di scorgere e scegliere ciò che è bene e assicura una gioia piena.

Vuole viaggiare, difendere la verità che ha cominciato ad assaporare leggendo il Vangelo. Chi lo segue in questo discernimento lo invita invece a rimanere a casa, nel quotidiano, perché ancora sprovvisto degli strumenti per potersi difendere in ciò che gli sembra essere il cammino giusto per essere un giovane realizzato. Scopre allora, in seguito ad un momento di preghiera, come dietro la proposta di chi lo accompagna ci sia anche la voce di Dio perché coincideva perfettamente ad una Parola letta casualmente nella Bibbia: “Il Signore esisteva veramente, agiva nella mia vita, parlava alla mia vita”.

Un giorno David inizia ad avvertire un indolenzimento ad una gamba, subito pensa alla troppa attività sportiva dell’ultimo periodo (gioca nella nazionale Under 19 di hockey subacqueo). I dolori però aumentano sempre di più, la notte fatica a dormire e gli antidolorifici provocano un effetto quasi nullo. Partono catene di preghiere, in molti offrono messe e penitenze. Il responso medico che arriva è tra i peggiori: osteosarcoma aggressivo con una soglia di dolore massima.

Come tutti i giovani, chi in un modo e chi in un altro, arriva ad arrabbiarsi con Dio: “Perché io prego per una cosa e Tu me ne fai accadere un’altra? Perché proprio a me tutto questo? Perché non mi vuoi aiutare? Che senso ha pregare se poi succede l’esatto opposto?”

Ma David non molla anche se il male inizia a cavalcare velocemente. Nonostante le grandi difficoltà, continua a cercare conforto nella Chiesa e non smette di chiedere aiuto a svariati sacerdoti. Un giorno uno di loro gli dice: “David, affida tutta la tua malattia a Dio”. Ma lui ha un rifiuto categorico, in cuor suo capisce immediatamente che ciò significa accettare la possibilità di morire, però capisce anche che è una sfida d’amore. Nonostante le prove, sente che questa è l’unica via per realizzare il suo sogno di felicità: riesce a consegnare la sua malattia a Dio tra le lacrime, ma anche con una gioia mai sperimentata finora. Da lì ha inizio quello che lui chiama “l’anno più bello della sua vita”.

Le ultime settimane sono tremende: il tumore ormai ha avvolto quasi tutti gli organi vitali. David soffre molto, fatica a respirare, ma non si lamenta mai. Dona tutto di sè, riversa il suo dolore nella Croce e in ogni istante offre il suo sacrificio a Dio Padre.

Nelle ultime ore della sua vita, centinaia di ragazzi sfilano per la sua stanza d’ospedale. David respira a fatica, non riesce più a parlare. I ragazzi lo salutano e don Pierangelo Pedretti, la sua guida spirituale, parla per lui: si erano messi d’accordo quando lui era ancora in grado di parlare. Con la lucidità di chi ha una vita spirituale seria, e con la chiarezza di chi sta guardando in faccia la morte, David li aveva mandati a chiamare, uno per uno, spiegando a don Pierangelo quale fosse il nodo problematico più importante che ognuno di loro doveva sciogliere. Chi un’affettività disordinata, chi la ribellione, chi la droga… sapeva leggere dentro i cuori, e nel momento di morire prega per ognuno di loro. Per dare l’ultimo, faticoso respiro, aspetta che l’ultimo della lista – aveva fatto una lista con i loro nomi – se ne sia andato dall’ospedale. Allora capisce che può morire, perché aveva fatto tutto. È il 18 giugno 2017, giorno del Corpus Domini. Sul suo volto sembra stampata quella frase che andava ripetendo a chiunque incontrasse: “Ma se sono felice io, come non puoi esserlo tu?”

David ha saputo, seguendo Gesù, offrire anche lui il suo corpo, accogliendo la sofferenza. Ha combattuto come un soldato, ha vinto perché ha continuato a credere all’amore di Dio, ha continuato ad annunciare che Cristo è risorto, fino alle ultime ore della sua vita, e morendo ha offerto tutte le sue sofferenze per la conversione dei giovani.

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“Pregate, pregate molto, ma non affinché io guarisca, poiché non è questo l’importante, ma che sia fatta la Sua volontà. Perché se sarà così, in ogni modo andrà, io avrò vinto.”

“Qualsiasi cosa, anche se può sembrare orribile, la più brutta, se è la Sua volontà è la cosa più bella che può succederci.”

“Il Signore non ti chiede mai di fare un sacrificio senza restituirti cento volte tanto.”

“Io il Signore lo immagino così: come un Padre che vuole che io sia solo felice e fa di tutto per rendermi felice!”

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Guarda la testimonianza di David.

Guarda la testimonianza dei genitori di David a Bel tempo si spera.