Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


NICOLA PERIN: CAMPIONE NELLA PARTITA DELLA VITA

Quello che vorrei ricordare con questa Esortazione è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste». (Papa Francesco, GE 10) 

 
Nicola Perin nasce il 2 febbraio 1998 a Rovigo.

Fin da piccolo, grazie alla testimonianza dei genitori e dei nonni, vive una fede gioiosa e concreta, fatta di piccoli gesti quotidiani e di attenzioni verso il prossimo. Ogni giorno ringrazia il Signore per il dono della famiglia e per il bene che riceve da loro.

Nicola è un bambino allegro, solare, sorridente, dotato di una straordinaria intelligenza, ma anche determinato in ciò che vuole. È curioso, pieno di voglia di vivere e capace di farsi voler bene.

A scuola ottiene sempre ottimi risultati, e le insegnanti e i professori lodano spesso la sua buona educazione e il suo comportamento altruista, in quanto è sempre pronto a dare una mano ai suoi compagni.

L’incontro con Cristo sconvolge la sua vita. Dal giorno della sua Prima Comunione vive un intenso rapporto con Gesù nella preghiera personale e nella partecipazione alla messa domenicale: per Nicola, Gesù diventa un amico, un punto di riferimento. Il sacramento della Cresima, poi, lo unisce più saldamente a Cristo, donandogli una forza speciale per testimoniare la fede.

Nicola è un grande appassionato di pesca (hobby ereditato dal padre e dai nonni) e rugby, sport che inizia a praticare all’età di 6 anni e dove, da ragazzo, fa parte della Monti Junior Rovigo, ricoprendo il ruolo di mediano di mischia indossando la maglia numero 9. Il gioco del rugby ha un ruolo importante nella sua vita poiché gli trasmette alcuni ideali fondamentali che faranno parte per sempre del suo DNA: nobiltà d’animo, lealtà, senso di responsabilità, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, altruismo, amicizia, impegno, gioco di squadra e coraggio.

Man mano che cresce, Nicola si dimostra sempre rispettoso e disponibile verso tutti, semplice e profondamente umile, attento agli altri, sempre accompagnato dal suo incoraggiante sorriso. A un amico confida: “Non possiamo dare niente di scontato nella vita, tanto meno l’amore. Quando mi alzo al mattino, dopo aver ringraziato il Signore per il dono di un nuovo giorno, gli chiedo di poterlo amare attraverso le persone che metterà sulla mia strada, senza nulla chiedere in cambio”.

Nicola crede fermamente nei valori ereditati dalla sua famiglia, quali la generosità, la fede, la purezza, il sacrificio: è sempre disponibile e accogliente verso il prossimo ed esigente con sé stesso nel perseguire le mete che si prefigge senza tirarsi indietro davanti agli ostacoli. Spesso ama ripetere: “Non conta quanto si dona, ma quanto amore si trasmette nel donare”. La felicità fa da sottofondo a ogni sua giornata, vuole vivere una vita piena di senso.

Il mondo della scuola e dello sport è il suo banco di prova dove, con grande entusiasmo, mette in pratica tutti gli insegnamenti ricevuti, andando spesso contro corrente. È stimato e apprezzato dai suoi compagni e questo gli permette di evangelizzare senza temere di essere criticato o deriso. Nonostante la sua giovane età, emana un fascino particolare che lo rende autorevole nella parola e nell’azione, facendo rimanere affascinati quanti gli si avvicinano.

Il 9 luglio 2013, all’età di 15 anni, inizia per Nicola una grande prova. Da alcuni giorni si sente più affaticato del solito, quindi si sottopone a diversi accertamenti e la diagnosi non tarda ad arrivare: leucemia. In un istante, la sua vita e quella dei genitori cambia. Nicola piange per giorni e vive momenti di ribellione e sentimenti di abbandono. Nonostante ciò, scrive a un amico: “Mi aspetta un’altra dura battaglia. Un’altra lotta. Un’altra partita da vincere. La vita è anche questo, ma chi supera questi momenti diventerà una persona forte, coraggiosa, che sa che cosa vuol dire soffrire per una giusta causa, che conosce il vero dolore e sa apprezzare i veri tesori della vita come la salute, l’amicizia, avere una famiglia al tuo fianco: io mi sento una di quelle persone. IO NON MOLLO!!!”

Da quel giorno comincia un lungo ricovero all’ospedale di Padova, che diventa, per lui e i suoi genitori, una seconda casa. Nicola affronta la malattia con una fiducia strabiliante nella Divina Provvidenza, sempre sorridente. A volte piange, ma non si ribella, non maledice: pur essendo chiuso in ospedale, è sereno. A sua madre confida: “Lotto ogni giorno per essere una persona serena. Ogni giorno provo a cercare la felicità in ogni cosa che mi è concessa di fare. Dipende da noi trovarla. Chi ci ha dato l’idea che per essere felici dobbiamo per forza avere tutto?”

È in questo momento che Nicola comprende fino in fondo quali sono le cose importanti nella vita: capisce che la vita può essere molto breve e che non va sprecata in cose inutili e senza senso. È lui, dal suo letto d’ospedale, a insegnare agli altri l’amore per la vita e la voglia di non mollare: “È compito di noi ammalati far capire ai sani quanto la vita è meravigliosa e degna di essere vissuta sino alla fine. Vivere e dare la vita è un grande dono”.

Il Vangelo diventa la guida nei mesi difficili della malattia. Nicola si abbandona a Dio, perché sa che il Signore gli è sempre vicino e questo gli permette di non perdere la speranza e di sopportare le avversità della vita. Si lascia amare da Lui che non delude mai anche quando sembra che le cose vadano tutte nel verso contrario; sa che la sua vita è abitata, e con quella Presenza cambia tutto.

Nell’ospedale di Padova continua a studiare, sia grazie agli insegnanti che fanno servizio in reparto, sia tramite Skype dove si tiene in collegamento con i professori di Rovigo; questo gli rende la vita apparentemente normale e la malattia a tratti più leggera.

Per Nicola, l’unica terapia alla malattia è il trapianto di midollo osseo; non si trovano però donatori compatibili e così si decide per suo padre: è lui, il 14 gennaio 2014, a donare a Nicola la vita una seconda volta. Per 50 giorni Nicola non può uscire dall’area trapianti, ma sopporta tutto con serenità e coraggio. Quando poi le cose sembrano andare meglio, ecco che la malattia si ripresenta. A novembre subisce un secondo trapianto di midollo e stavolta la donatrice è sua madre. Rimane nuovamente “segregato” nella sua camera d’ospedale per un mese, ma l’ottimismo e la speranza non lo mollano un istante. Ogni giorno rinnova il suo abbandono alla volontà di Dio: “So che Gesù mi è vicino, mi vuole bene e mi aiuta; faccio e accetto quello che decide lui”. Poco dopo la malattia ritorna, più forte che mai.

Il 4 luglio 2015 Nicola riceve il sacramento dell’Unzione degli Infermi che lo rafforza nella fede e nella lotta contro la malattia. Prega dicendo: “Signore, attraverso la forza del tuo Spirito ti chiedo di guarire la mia anima e se è nella tua volontà anche il corpo”.

Come quando era in salute, anche durante la malattia Nicola non pensa solo a sé stesso; quando prega insieme ai suoi genitori e al suo parroco chiede a Dio aiuto e consolazione per tutti coloro che sono ricoverati in ospedale.

Nicola attraversa tanti momenti dove sperimenta l’oscurità avvolta dal non senso, la “notte del silenzio”, ma non si lascia deprimere perché, nonostante tutto, mantiene viva la speranza di una vita nuova.

L’8 dicembre 2015 viene ricoverato per l’ennesima volta in ospedale: le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Il 22 dicembre, due giorni prima di morire, come ultimo gesto chiede a suo padre: “Mi aiuti a fare il segno della croce?” Non ha più le forze per compiere quel gesto, ma non vuole darla vinta a quella malattia che gli ha rubato il vigore del fisico ma non la speranza. Sente che il Signore è al suo fianco e questo gli dà consolazione: “Signore, voglio vivere e morire facendoti onore, come un vero figlio”.

Nicola si spegne la Vigilia di Natale del 2015 all’età di 17 anni.

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“Chi si sente già arrivato, già perfetto e non lascia più aperto il proprio cuore alle novità, vivrà un’esistenza neutra, senza colori, piatta, senza entusiasmo.”

“Sono sicuro che ciascuno di noi ha un talento, un’opportunità per dare senso alla propria vita. Bisogna guardarsi dentro e scoprire quello che a ognuno è stato dato in dono. Il tesoro è dentro di noi, non dobbiamo andare lontano per trovarlo.”

“La santità è amare la volontà di Dio. Non c’è niente di più facile e alla portata di tutti.”

“Ho sempre immaginato di diventare grande, che un giorno avrei avuto le rughe e i miei capelli sarebbero diventati bianchi. Ho sognato di fare una famiglia. La vita è così. Fragile, preziosa e imprevedibile. Ogni giorno che passa non è un nostro diritto, ma un dono che ci viene dato. Amo la mia vita, sono felice e in debito coi miei cari. Non so quanto tempo devo vivere, quindi non voglio perdere tempo a essere triste.”

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Guarda la testimonianza dei genitori di Nicola.

GIULIA GABRIELI: LA GIOVANE SPOSA DI DIO

Lasciamoci stimolare dai segni di santità che il Signore ci presenta attraverso i più umili membri di quel popolo che «partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità». (Papa Francesco, GE 8) 

 
Giulia Gabrieli nasce a Bergamo il 3 marzo 1997.

È una ragazzina normale, semplice e solare. Le piace ridere, giocare e divertirsi, ama la scrittura, la musica, la danza e lo shopping, ma soprattutto ama stare in rapporto con le persone, e questo la riempie di gioia. In più Giulia è davvero innamorata di Gesù: un amore che cresce in lei, giorno dopo giorno, sin da quando è bambina.

Il 1° agosto 2009, mentre con la famiglia si trova in vacanza al mare, Giulia si accorge di una tumefazione sulla mano sinistra; inizialmente si pensa ad una semplice puntura d’insetto ma, nonostante le creme cortisoniche, il gonfiore e il dolore aumentano. Così Giulia si sottopone a una serie di esami: la diagnosi risulta essere quella di tumore, un sarcoma tra i più aggressivi.

Giulia inizia la chemioterapia, che affronta sempre con il sorriso e con una straordinaria forza d’animo, senza mai arrendersi al dolore. Spesso è lei a far coraggio a familiari e amici, e chi la incontra resta abbagliato dalla luce che Giulia si porta dentro. Persino nei momenti più difficili Giulia riesce a prendere la forza dalla vita stessa: Se continui a pensare sto male, povera me, ti deprimi e stai sempre peggio! Se ci fai sopra una risata e dici: “Bene oggi è andata come è andata… adesso basta pensiamo al presente! Ora sto bene? Sì, allora mi godo questo momento. Ora sto male? Ok, preghiamo che domani io possa stare meglio”. Bisogna andare avanti, perché la vita è bellissima! La cosa che Dio ha creato, la cosa più bella al mondo è la vita!

Giulia non mette mai al centro la malattia, la “se stessa” malata; al primo posto per lei c’è sempre il Signore. Giulia desidera con tutto il cuore mettere al centro della vita il suo grande Amore e così lo sceglie ogni giorno, in ogni momento. Il risultato è che il suo grande Amore per Dio diventa una fonte inesauribile e contagiosa di incontri, di amicizie e di rapporti di comunione.

Persino con i suoi medici ha un rapporto bellissimo, tanto da chiamarli “i miei supereroi”. E tocca proprio a loro, un giorno dell’agosto 2010, il compito di comunicare a Giulia la recidiva del tumore e lei, come sempre, spiazza tutti e con il sorriso dice: “Non vi preoccupate! Se ce l’abbiamo fatta una volta ce la faremo anche la seconda, io sono pronta… Voi sarete sempre i miei supereroi!”

Ma anche per Giulia arriva il momento della prova, della tentazione, del rifiuto: “Ho passato dei momenti molto duri. In particolare, in un periodo in cui ho avuto una reazione di insofferenza a un farmaco, durata alcuni giorni. Ero arrivata a un punto cruciale: ero nervosissima, mi tremava tutto il corpo e piangevo tutto il giorno. Continuavo a dire ai miei genitori: «Ma Dio dov’è? Adesso che sto malissimo, ho addosso di tutto, Dio dov’è, lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori, perché non me li leva? Dov’è? Perché sta a guardare?». Ero arrabbiata, in quei giorni ho fatto una fatica tremenda a pregare, era proprio difficile. […] Allora sono andata nella basilica di Sant’Antonio e mi sono inginocchiata a pregare, tranquilla. Vicino a me c’è una signora, mai vista prima. Non ci avevo fatto caso. Mi alzo per andare ad appoggiare la mano sulla tomba del Santo e arriva questa signora. Arriva e mette la sua mano sopra la mia mano malata che, voglio farvi notare, non era fasciata, apparentemente era una bellissima mano normale. Non mi ha detto niente, ma aveva un’espressione sul volto, come se mi volesse comunicare: «Forza, vai avanti, ce la fai, Dio è con te». […] Sono entrata arrabbiata, in lacrime, proprio in uno stato pietoso, sono uscita dalla basilica con il sorriso a cinquanta denti, con la gioia che Dio non mi ha mai abbandonata. Mai. Dio, molto probabilmente, mi è stato ancora più vicino in quel periodo: ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più.” (testo tratto dal libro Giulia Gabrieli. Un gancio in mezzo al cielo)

Per Giulia la sofferenza diventa l’occasione di veri incontri e della nascita di moltissime amicizie. In particolare, grazie all’“incontro” con la beata Chiara Luce Badano, Giulia impara a vivere la sua malattia come un dono: “Lei è morta, però ha saputo vivere questa esperienza in modo così luminoso e solare, abbandonandosi alla volontà del Signore. Voglio imparare a seguirla, a fare quello che lei è riuscita a fare nonostante la malattia. La malattia non è stata un modo per allontanarsi dal Signore, ma per avvicinarsi a Lui”.

Specialmente negli ultimi tempi, Giulia è abitata dal desiderio di testimoniare a tutti, con ogni mezzo possibile, la “buona notizia”, sente l’urgenza di condividere la sua “meravigliosa scoperta”. Il suo viso è notevolmente gonfio di cortisone e il suo corpo porta i segni delle innumerevoli terapie e operazioni subite. Eppure, Giulia emana una luce, una bellezza, una fierezza che fanno invidia a tutti: il suo volto, il suo sguardo, la sua voce sono come rapiti da un Amore tanto grande da essere palpabile: “Quando sarò guarita, se guarirò, devo fare assolutamente qualcosa per i giovani che non hanno ancora conosciuto questo grande Amore per il Signore. L’Amore è il più grande e il più bello tra i sentimenti, l’Amore racchiude tutto”.

Pur con le forze che le vengono meno, circa due mesi prima di morire, supera brillantemente l’esame di terza media con il massimo dei voti, perché lei, Giulia, desidera continuare a fare le cose normali della sua età. Siccome non si può muovere, i professori la esaminano nel salotto della sua casa, meravigliati della sua preparazione nonostante i mesi di ospedale e le cure.

Il giorno prima di morire Giulia termina di comporre il testo di una coroncina di puro ringraziamento al Signore (scaricabile dal blog www.congiulia.com); Giulia sente infatti il bisogno di ringraziare: “Nelle nostre preghiere, nelle nostre litanie, chiediamo sempre qualcosa per noi o per gli altri. Mai che ci si limiti a dire grazie, senza chiedere nulla in cambio”.

Giulia muore a 14 anni il 19 agosto 2011, proprio negli stessi istanti in cui a Madrid si conclude la Via Crucis della Gmg.

Giulia, seppur non sia guarita, ce l’ha fatta, perché è riuscita a trasformare i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l’ha portata a dialogare con la sua morte: “Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio”.

Domenica 7 aprile 2019 si è aperto il processo di beatificazione e Giulia è stata proclamata Serva di Dio.

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Guarda la testimonianza dei genitori e del fratello di Giulia a Bel tempo si spera.

DAVID BUGGI: UNA STORIA DI PASSIONE E RISURREZIONE

Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». (Papa Francesco, GE 6)

 
David Buggi nasce il 6 novembre 1999.

È un ragazzo assolutamente normale, con una vita da adolescente che cerca di scoprire il vero senso della vita: frequenta il post cresima della parrocchia e fa parte del Cammino Neocatecumenale. Ha tanti interrogativi, tante domande, un cuore e una mente che sono costantemente alla ricerca della felicità vera e anche di ciò che la può ostacolare. Questo suo desiderio temerario lo porta a confrontarsi con i temi che la società contemporanea e i giovani come lui difendono spesso come verità assolute, dinanzi alle quali non ci si interroga più, ma si aderisce seguendo ciò che più piace, invece di scorgere e scegliere ciò che è bene e assicura una gioia piena.

Vuole viaggiare, difendere la verità che ha cominciato ad assaporare leggendo il Vangelo. Chi lo segue in questo discernimento lo invita invece a rimanere a casa, nel quotidiano, perché ancora sprovvisto degli strumenti per potersi difendere in ciò che gli sembra essere il cammino giusto per essere un giovane realizzato. Scopre allora, in seguito ad un momento di preghiera, come dietro la proposta di chi lo accompagna ci sia anche la voce di Dio perché coincideva perfettamente ad una Parola letta casualmente nella Bibbia: “Il Signore esisteva veramente, agiva nella mia vita, parlava alla mia vita”.

Un giorno David inizia ad avvertire un indolenzimento ad una gamba, subito pensa alla troppa attività sportiva dell’ultimo periodo (gioca nella nazionale Under 19 di hockey subacqueo). I dolori però aumentano sempre di più, la notte fatica a dormire e gli antidolorifici provocano un effetto quasi nullo. Partono catene di preghiere, in molti offrono messe e penitenze. Il responso medico che arriva è tra i peggiori: osteosarcoma aggressivo con una soglia di dolore massima.

Come tutti i giovani, chi in un modo e chi in un altro, arriva ad arrabbiarsi con Dio: “Perché io prego per una cosa e Tu me ne fai accadere un’altra? Perché proprio a me tutto questo? Perché non mi vuoi aiutare? Che senso ha pregare se poi succede l’esatto opposto?”

Ma David non molla anche se il male inizia a cavalcare velocemente. Nonostante le grandi difficoltà, continua a cercare conforto nella Chiesa e non smette di chiedere aiuto a svariati sacerdoti. Un giorno uno di loro gli dice: “David, affida tutta la tua malattia a Dio”. Ma lui ha un rifiuto categorico, in cuor suo capisce immediatamente che ciò significa accettare la possibilità di morire, però capisce anche che è una sfida d’amore. Nonostante le prove, sente che questa è l’unica via per realizzare il suo sogno di felicità: riesce a consegnare la sua malattia a Dio tra le lacrime, ma anche con una gioia mai sperimentata finora. Da lì ha inizio quello che lui chiama “l’anno più bello della sua vita”.

Le ultime settimane sono tremende: il tumore ormai ha avvolto quasi tutti gli organi vitali. David soffre molto, fatica a respirare, ma non si lamenta mai. Dona tutto di sè, riversa il suo dolore nella Croce e in ogni istante offre il suo sacrificio a Dio Padre.

Nelle ultime ore della sua vita, centinaia di ragazzi sfilano per la sua stanza d’ospedale. David respira a fatica, non riesce più a parlare. I ragazzi lo salutano e don Pierangelo Pedretti, la sua guida spirituale, parla per lui: si erano messi d’accordo quando lui era ancora in grado di parlare. Con la lucidità di chi ha una vita spirituale seria, e con la chiarezza di chi sta guardando in faccia la morte, David li aveva mandati a chiamare, uno per uno, spiegando a don Pierangelo quale fosse il nodo problematico più importante che ognuno di loro doveva sciogliere. Chi un’affettività disordinata, chi la ribellione, chi la droga… sapeva leggere dentro i cuori, e nel momento di morire prega per ognuno di loro. Per dare l’ultimo, faticoso respiro, aspetta che l’ultimo della lista – aveva fatto una lista con i loro nomi – se ne sia andato dall’ospedale. Allora capisce che può morire, perché aveva fatto tutto. È il 18 giugno 2017, giorno del Corpus Domini. Sul suo volto sembra stampata quella frase che andava ripetendo a chiunque incontrasse: “Ma se sono felice io, come non puoi esserlo tu?”

David ha saputo, seguendo Gesù, offrire anche lui il suo corpo, accogliendo la sofferenza. Ha combattuto come un soldato, ha vinto perché ha continuato a credere all’amore di Dio, ha continuato ad annunciare che Cristo è risorto, fino alle ultime ore della sua vita, e morendo ha offerto tutte le sue sofferenze per la conversione dei giovani.

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“Pregate, pregate molto, ma non affinché io guarisca, poiché non è questo l’importante, ma che sia fatta la Sua volontà. Perché se sarà così, in ogni modo andrà, io avrò vinto.”

“Qualsiasi cosa, anche se può sembrare orribile, la più brutta, se è la Sua volontà è la cosa più bella che può succederci.”

“Il Signore non ti chiede mai di fare un sacrificio senza restituirti cento volte tanto.”

“Io il Signore lo immagino così: come un Padre che vuole che io sia solo felice e fa di tutto per rendermi felice!”

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Guarda la testimonianza di David.

Guarda la testimonianza dei genitori di David a Bel tempo si spera.

EMANUELE MARIA MARCHETTI: UN ANGELO SULLA TERRA

Nei processi di beatificazione e canonizzazione si prendono in considerazione i segni di eroicità nell’esercizio delle virtù, il sacrificio della vita nel martirio e anche i casi nei quali si sia verificata un’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte. Questa donazione esprime un’imitazione esemplare di Cristo, ed è degna dell’ammirazione dei fedeli. (Papa Francesco, GE 5)

Dopo 8 anni di attesa, finalmente il 13 febbraio del 1990 nasce Emanuele Maria, da subito considerato un dono del Cielo. Fin da piccolo ha ascoltato la Parola di Dio, la madre infatti ogni sera gli leggeva un passo del Vangelo e lui con interesse faceva una piccola risonanza sulla Parola. In occasione della Prima Comunione, subito dopo la prima confessione, dice ai genitori: “Sono felice, nel cuore sento tanta gioia”.

Emanuele cresce, da adolescente è pieno di impegni, frequenta il Liceo Scientifico ed è appassionato di musica. È amante dello sport, gioca nell’A.S.D. Giovanile Chieti e frequenta la Comunità Neocatecumenale nella sua parrocchia.

È un ragazzo scherzoso, con pregi e difetti, ma con un cuore profondamente mite, disponibile e umano, al punto da sacrificare tutto di sé per aiutare il prossimo; come qualcuno l’ha definito: “Lele è sempre stato un angelo”.

Durante l’incontro con Kiko, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, nella GMG di Colonia, sceglie di iniziare un percorso di discernimento presso il Centro Vocazionale. Tra combattimenti e dubbi, dopo due anni di percorso, si sente chiamato al Matrimonio cristiano e nel 2007 a Loreto conosce Jessica, che diviene presto la sua fidanzata.

Emanuele ha tanta cura di Jessica, rispetta i suoi genitori, e spesso le ricorda: “Devi lasciare le tue sicurezze perché non è diplomandoti con 100 che avrai la Vita Piena!”

Terminato il liceo, dice a Jessica: “Ho deciso, voglio fare Scienze Infermieristiche, così posso aiutare gli ammalati. E poi potrei avere subito un lavoro, così possiamo sposarci”. 

Nel cuore di Emanuele cresce il desiderio di fare la volontà di Dio, desiderio che lo accompagnerà anche nei momenti più difficili. Inizia a frequentare l’università e il tirocinio, testimoniando senza timore la sua fede a colleghi e professori. Con gioia e dedizione si prende cura dei pazienti, soprattutto dei casi più complessi, come quello di Gabriele, con un piede diabetico, che nessun infermiere vuole medicare. Il 7 giugno 2009, dopo il tirocinio, confida a Jessica di avere un dolore dietro il ginocchio sinistro. La prima risonanza non mostra nulla di strano ma i dolori continuano. Con altri controlli si intravede una neoformazione, ed Emanuele inizia già ad assumere la morfina. A Milano, nell’agosto del 2009 viene definita la diagnosi: Sarcoma di Ewing di IV grado plurimetastatico a fegato, polmoni, costole, parte del bacino, femore sinistro e rachide cervicale.

La diagnosi infausta sconvolge tutti. Viene subito programmata la chemioterapia e la dottoressa gli spiega tutti gli effetti collaterali, tra cui l’infertilità, proponendogli di congelare il liquido seminale, così da poter avviare in futuro una fecondazione artificiale. Emanuele si rifiuta: “No, preferisco lasciar fare alla Provvidenza”, e poi confida a Jessica: “Per me fare un figlio è una “liturgia” e non posso pensare di concepire un figlio in provetta”.

Ritorna a Chieti e inizia la chemio, seguita dalla radioterapia. La malattia e i farmaci gli causano dolori atroci e innumerevoli effetti collaterali. Emanuele non si lamenta, non fa pesare nulla a chi gli è accanto, anzi è lui ad incoraggiare tutti. Presto comprende che non riuscirà a sposarsi, ma è pronto a fare la Volontà del Padre. Nonostante i suoi sforzi per condurre una vita normale, spesso è costretto a restare a casa.

Poco prima di aggravarsi, durante la Celebrazione dell’unzione degli infermi dice ai presenti:
“…mi sta spogliando da tutte le mie sicurezze facendomi vedere che solo Lui basta. Ho sempre amato giocare a calcio, ora non posso, a 19 anni mi trovo costretto a letto con dolori atroci e nemmeno le medicine mi fanno effetto, Jessica lo sa perché sta ai piedi del letto e non può far nulla; non ho mai amato la scuola, ma dopo aver iniziato Scienze Infermieristiche ho sentito un forte amore per questa vocazione; ora non posso andare a fare tirocinio né seguire le lezioni; ho sempre avuto un bel fisico e mi sono sempre amato, il Signore mi ha messo in umiltà. Oggi davanti a voi sono senza capelli, debole ma forte! Io sono certo che questo cancro ha un senso, per mia madre, mio padre, per Jessica, mio fratello, mia sorella… per tutti! So che questa sofferenza non è inutile, non maledico Dio perché mi fa vedere il suo amore. Mio padre e mia zia non si parlavano da 15 anni, grazie a questo cancro si sono riconciliati e ora mia zia è qui. Io, oggi sono nudo.. sono sempre stato il dio della mia vita, e ora il Signore mi sta facendo capire che Lui è l’unico”.
Emanuele Maria muore in ospedale l’8 dicembre 2009, accompagnato dalle preghiere di amici e parenti che hanno riempito l’intero reparto.

La sig. Melania, infermiera, ha commentato: “Sono tanti anni che lavoro in ospedale, una morte così non l’ho mai vista!”

Jessica racconta: “Il funerale è stato un Matrimonio. Ho scelto gli stessi canti che avevamo scelto per le nozze. […] Non è stato un funerale, è stata una Pasqua!”

Isacco, amico d’infanzia: “Lele mi ha fatto capire, dopo 19 anni di vita in una famiglia cristiana, che Dio esiste! Mi ha tolto ogni minimo dubbio. Come può qualcuno non credere davanti a una testimonianza come quella di Lele?”

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Guarda la puntata di Nel cuore dei giorni sulla vita di Emanuele.

        

 

MARTINA CILIBERTI: UNA GUERRIERA SORRIDENTE

Soprattutto siamo invitati a riconoscere che siamo «circondati da una moltitudine di testimoni» (Eb 12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta. […] Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore. (Papa Francesco, GE 3)

 
Martina Ciliberti ha vissuto a Mariglianella, piccolo comune nelle vicinanze di Napoli. La sua seconda casa negli anni dell’adolescenza è stata per lungo tempo – a causa di un tumore – una stanza dell’ospedale Gemelli di Roma. Amante della vita, della sua famiglia, della musica, dei social, delle serie tv, adorava il mare e non smetteva di sorridere, neanche nei giorni più duri. In ospedale ha maturato l’amore per lo studio, la lettura, il disegno e la scrittura. Ha lottato con passione e determinazione fino al 10 marzo 2017.

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“Il dottor Giorgio mi fece accomodare vicino a lui; da quel gesto capii tutto. Ci disse che qualcosa non andava, che qualcuno era tornato senza alcun permesso, quando nessuno lo avrebbe voluto, ma lui era di nuovo lì. In quel momento mi sentii davvero male, non riuscivo a metabolizzare, chiesi di uscire. Andai vicino al muro e iniziai a piangere e a urlare. Mi sentivo davvero disperata. Quell’“alieno cieco e privo di emozioni” stava provando ancora una volta a strapparmi via da una cosa che io amavo sempre di più: la mia vita. Quella vita che aveva acquistato un valore aggiuntivo dopo i dieci mesi che erano appena trascorsi. Mi ritrovavo lì a dover riaffrontare un’altra battaglia, la guerra era ancora aperta. Ricordo le tante lacrime, i calci e i pugni contro quel muro. Seduta sul divanetto c’era Stella, che non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo perché stava aspettando notizie. Non so dove trovai la forza e il coraggio per rientrare a parlare con il dottore; forse era proprio la rabbia di voler capire come fosse possibile tutto ciò. Ricordo che il dottore ci disse che il male era ritornato e questa volta le cure sarebbero state ancora più dure; ci disse che solo nel 15 per cento dei casi si presentava una recidiva e io ero proprio in quel 15 per cento… Mi chiese se volevo restare subito per il ricovero o tornare a casa per ritornare in ospedale il lunedì. Io dissi di voler rimanere per iniziare quanto prima. Ricordo che appena finii di parlare con il dottore chiamai Lina, la mamma di Ciro, perché ero disperata. Non sapevo come e con quali parole comunicare a Ciro tutto quello che era accaduto, non riuscivo a trattenere le lacrime, ma trovai il coraggio di chiamarlo e dirgli: «Amore, c’è bisogno di combattere: il mostro è di nuovo qui». In quel momento avevo solo tante domande con quasi nessuna risposta. L’unica cosa che sapevo era che il mostro era tornato: non aveva ancora capito con chi aveva a che fare!

I miei e mia sorella erano distrutti. La prima volta era stato brutto, ma la seconda volta lo era ancora di più: sapevo già cosa avrei dovuto affrontare. Ricordo che quella sera tornai dal dottor Giorgio e gli dissi che in quel momento avremmo potuto piangere, ma già dal giorno dopo dovevamo mettere le armi in campo e avremmo dovuto iniziare a combattere. Il dottore si alzò e mi abbracciò. In quell’abbraccio sentii il calore di un padre, non di un medico. […]

[…] Quella chemio fu fortissima. Sembrava che mi strappasse via ogni briciola di forza e di speranza. Ricordo che con quel tipo di protocollo stavo davvero male. Nel corso della mia malattia ho sempre avuto la forza di mutare una lacrima in un sorriso, ma quella volta avevo un dolore così forte che piangevo e chiedevo aiuto a Dio. Sono sempre stata pronta ad affrontare tutto, chemio, siringhe e qualsiasi dolore, senza aver paura di niente, ma quella volta era davvero tutto insopportabile. Ero triste perché di solito ero sempre disponibile per gli altri ammalati, ma questa volta non ci riuscivo. Poi, col tempo, mi tornarono le forze e a mia volta provavo a dare sostegno a Federica, Giulia e agli altri bambini. […]

[…] Da sempre, in quel reparto, cercavo di strappare un sorriso, una risata partendo dai più piccoli sino ad arrivare agli adolescenti come me. Molte volte ero proprio io ad avere paura, ma davo coraggio a chi ne aveva come me o di più, facendo anche finta di avere la certezza che sarebbe andato tutto bene. Quella “finta” sicurezza mi portava poi a convincermi di ciò che dicevo. Facevo con gli altri ammalati ciò che volevo venisse fatto a me.”

(tratto dal libro Martina. La lotta coraggiosa di una guerriera sorridente)

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“Dio è sempre con me. Lui è sempre al nostro fianco, in mille avversità, non a farle passare subito ma a darci la forza e il coraggio per oltrepassare tutto.” (Martina)

“Se si vuol vincere nella vita, non bisogna mai smettere di lottare. Un messaggio che vorrei dare a tutti voi ragazzi è quello di non sprecare mai un giorno della vostra vita, perché come dicevo prima, ci sono persone che lottano ogni giorno per andare avanti e lo fanno sempre con il sorriso. Quindi voi che siete fortunati VIVETE E SORRIDETE.” (Martina)

“Le cose vanno affrontate con il sorriso, perché dalla paura nasce la tua forza. Bisogna avere pazienza e tanta forza. Raggiungi il traguardo se sei davvero convinto di raggiungerlo.” (Martina)

“Dopo la tempesta esce sempre il sole.” (Martina)

“Martina ha vissuto poco più di diciassette anni, ma ha dato valore e senso a ogni giorno della sua vita. Ci sembra incredibile che in così pochi anni abbia saputo divenire la persona forte e determinata che era. Mai si è arresa di fronte alla malattia e alle infinite difficoltà che l’hanno accompagnata; mai si è lasciata abbattere di fronte alla fatica, al dolore, agli ostacoli, e se pure aveva qualche momento di debolezza era passeggero, Martina risorgeva più forte e determinata di prima. È stata lei a dare forza, coraggio e speranza alla famiglia, nonostante fosse la più piccola; è stata lei ad aiutare gli altri a crescere nella fede, nel coraggio, nella determinazione. Dopo essere stati accanto a lei, tutti si sentono diversi, capaci di far fronte alla vita in piedi, con lo sguardo rivolto verso l’alto.” (Stella, sorella di Martina)

“Martina ha insegnato a tutti noi, grandi e piccoli, ad andare avanti nonostante le difficoltà che quotidianamente la vita ci impone di affrontare. Un messaggio di speranza di una ragazzina di appena diciassette anni, che ha lottato fino alla fine contro un nemico più grande di lei. Martina era una leonessa. Una guerriera.” (Daniela, insegnante di italiano e storia nel reparto di Oncologia pediatrica del “Policlinico Gemelli” di Roma)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Martina.
 
 

SONIA CUTRONA: UNA VITA COME DONO D’AMORE

Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. […] Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4). (Papa Francesco, GE 1-2)

 
Sonia Cutrona nasce il 17 aprile 1973 a Ramacca (Catania).

Fin da piccola si distingue per il suo carattere sorridente e buono, simpatico e vivace, sempre solidale con tutti, sia a casa che a scuola.

Grazie ai suoi genitori, nasce in lei un vivo desiderio di conoscere e amare Gesù, che incontra spesso nella preghiera e nella Messa festiva, a cui è fedelissima. Questo sarà il suo stile di vita: in semplicità e letizia, “cresce in età, sapienza e grazia” a immagine di Gesù, abitata dalla sua presenza, partecipe delle realtà più belle e grandi: la fede, la bellezza della natura, l’amicizia per tutti, soprattutto per chi soffre.

A 14 anni inizia a frequentare il Liceo presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, dove si fa testimone di Gesù ai compagni, con la sua gioia, la sua parola buona, la sua capacità di voler bene, l’aiuto dato a tutti con generosità.

Crede al valore inestimabile della purezza, della verginità, della fedeltà a Gesù, che incontra spesso nella Confessione, nella Comunione eucaristica e nella meditazione del Vangelo e, come Don Bosco, Maria Mazzarello, i Santi salesiani che ha conosciuto nella sua scuola, sa e crede che la vita è dono di amore.

A 15 anni le viene diagnosticato un sarcoma, ma lei, forte della sua fede, non si arrende e sorride: “Dio è con me, Gesù non mi abbandona”.

Va a Lourdes per chiedere alla Madonna il miracolo, perché vuole guarire e torna a casa carica di serenità e di pace, certa che la Madonna non l’abbandonerà mai. Il Rosario diventa la sua preghiera prediletta, di tutti i giorni.

Fin quando può, frequenta la scuola, preoccupata di studiare, di non perdere tempo, di aiutare le compagne, di nascondere più che può il dolore ai suoi cari.

Prima delle feste di Natale del 1989, va a scuola per l’ultima volta. Tutti le fanno festa. Lei, sorridente, dà l’impressione di una grande gioia che le sale dal cuore e a ognuno lascia un biglietto dove ha scritto: “Ti voglio bene”.

Dal suo letto diffonde serenità e pace attorno a sé, ripetendo sovente, con il suo sorriso rassicurante: “Non preoccupatevi, io sto bene, non ho niente”. Si preoccupa dei genitori, della scuola, degli altri.

Ormai sa che la sua vita sta per finire su questa terra, ma non dispera e con una certezza incrollabile e una forza incredibile, nonostante i dolori insopportabili, continua a sorridere e a dire: “Il Signore è buono e non mi abbandonerà, ne sono certa!”

Spesso ripete sottovoce, lentamente, questa preghiera: “Gesù, io ti guardo con occhi di fede… con occhi di speranza attendo da Te un futuro migliore per il mondo intero… Gesù, io ti guardo con occhi di amore che si uniscono a Te e vorrebbero esprimerti la profonda attrattiva che mi porta a Te… Gesù, io ti guardo con occhi di gioia che trovano in Te una felicità sconosciuta sulla terra, felicità dal sapore di Cielo”.

Sonia muore il 18 giugno 1990, a 17 anni.

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“Non è giusto essere felici da soli, ma purtroppo, dico purtroppo, lo siamo. Sono sicura che rendendo gli altri felici, la nostra felicità si innalza fino alle stelle, perché l’ho già provato.” (Sonia)

“Alcune persone si sacrificano anche lasciando la famiglia, partendo per le missioni… Ma so che anch’io posso fare il mondo più bello: basta un po’ di buona volontà e tantissima fede in Colui che ci ha creati, perché dobbiamo sempre tenere in mente che siamo figli dello stesso Padre, Dio.” (Sonia)

“Tu sai che io soffro molto, ma nonostante questo io riesco a vivere, a sorridere, a stare calma.” (Sonia, all’amica Cinzia)

“Sonia ci ha fatto comprendere che la nostra vita non ci appartiene, che in qualunque momento possiamo essere chiamati a rendere conto al Signore.” (Maria, amica di Sonia)

“Sonia ci ha voluto bene, anche nei momenti infelici. Pur nella sofferenza, cercava di sorridere e avere premure per tutti.” (amici di Sonia)