Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


FILIPPO BATALONI: UNA GOCCIA DI PARADISO SULLA TERRA

Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi, e lo ha fatto quando ci ha lasciato le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12; Lc 6,20-23). […] La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine. (Papa Francesco, GE 63-64) 

 
Filippo Bataloni nasce il 2 giugno 2006.

Il giorno del Battesimo, alla domanda di rito del sacerdote: “Cosa chiedete per Filippo?”, i suoi genitori rispondono: “La vita eterna”. Una profezia, perché qualche anno dopo saranno chiamati proprio ad accompagnare il loro primo figlio alla festa del Paradiso.

Nel 2008, infatti, quando Filippo ha solo due anni, si manifesta per la prima volta la leucemia.

Nel mezzo del buio, con Filippo ricoverato e il secondogenito nato prematuro a sei mesi e in fin di vita, Stefano, il papà di Filippo, dice alla moglie Anna: “Faremo un terzo figlio. All’aggressione alla vita si può rispondere solo con la vita”.

Filippo inizia il primo ciclo di chemioterapia. Sua madre ricorda: “Filippo dà prova di essere un bambino forte e docile, si concentra sulle sue attività e non si lamenta di stare in un posto così angusto. […] fa puzzle, ascolta storie, gioca, disegna, guarda i cartoni animati. Sorride tanto e ogni giorno che passa fa o dice qualcosa di nuovo […]. Le ore passate in camera sterile con lui sono un regalo, lo osservo e non posso credere che il mio bambino stia vivendo questa prova”.

Dopo due anni di cure, per Filippo si prospetta la fine della terapia, ma gli esami al midollo rivelano che Filippo è in recidiva. Filippo viene di nuovo ricoverato in ospedale e inizia subito una nuova terapia. La strada è segnata: Filippo deve sottoporsi al trapianto di midollo osseo.

In tanti pregano per Filippo, anche dalla Francia e dal Sud America.

Il trapianto riesce bene e le cose iniziano a migliorare, ma un controllo eseguito a nove mesi dal trapianto, rivela che Filippo è di nuovo in recidiva. Filippo viene sottoposto a nuovi cicli di chemioterapia e ad un secondo trapianto di midollo.

Filippo migliora e il 17 marzo 2012, dopo 55 giorni in camera sterile, viene dimesso e il 2 giugno festeggia il suo sesto compleanno.

Ma la malattia ritorna appena un anno dopo. Di nuovo, per la terza volta, si susseguono cicli di chemioterapia e un trapianto di midollo.

Il controllo sul midollo del trentesimo giorno conferma la remissione completa della malattia e Filippo viene dimesso. Pian piano Filippo riprende energie e voglia di fare e ricomincia una vita normale.

Ma la malattia si ripresenta, per l’ennesima volta, l’anno dopo, il 27 agosto 2014. Filippo è in fase terminale: non ci sono più terapie che possano far sperare nella sua guarigione.

Durante questi anni di malattia, Filippo non si ribella, fatica umanamente, a volte piange, ma non maledice; anzi, accetta quella condizione che lo priva di tante cose belle e si rallegra di tutto quel che viene: pur chiuso in ospedale dice di essere felice. Nonostante i forti dolori, Filippo non si lamenta quasi mai.

La malattia, inoltre, rende Filippo incredibilmente maturo spiritualmente. A otto anni, sa di dover morire ma dice di non avere paura, perché sa che la sua destinazione è la Casa Celeste: “Io non ho paura di morire! Ci ho pensato, perché quando ero nella pancia della mia mamma mi giravo e rigiravo, le davo i calcetti e pensavo che tutta quella era la mia vita… ma sono dovuto passare nel pianto per entrare nella vita… e la mia mamma mi ha raccontato che ho pianto molto quando sono nato. Ora, se succede che muoio, devo solo passare nel grande pianto per entrare nella vita vera!”.

Domenica 14 settembre, Filippo fa la Prima Comunione. Ricorda sua madre: “Da quel giorno, ogni domenica Filippo vuole andare alla messa di don Stefano, perché sa che lì riceverà la Comunione e partecipa all’intera celebrazione: ascolta, cerca di concentrarsi, prega”.

Il mese di ottobre trascorre abbastanza sereno, a parte la polmonite che provoca in Filippo forti dolori. Sua madre ricorda: “È in questi momenti che invito Filippo a pregare. Siamo sul divano, lui cerca una posizione in cui trovare un po’ di sollievo, sistema i cuscini, si agita; infine, stremato, mi chiede: “Mamma, quando mi passa questo dolore?”. Rispondo: “Non lo so, Filippo. L’unica cosa che so è che se non riesci a farlo passare, puoi fare un’altra cosa: offrirlo a Gesù. Gesù è stato sulla croce per noi, anche per te. Con questo dolore che non passa tu stai completando il Suo, sulla croce. Non è inutile, se lo regali a Lui”. Filippo, docilmente, forse sfinito, annuisce”. E incominciano a pregare insieme.

Filippo, così, trasforma la sua sofferenza in preghiera e inizia a pregare per sette intenzioni, offrendo a Gesù il suo dolore:
Per Giacomo, il bimbo conosciuto all’ospedale di Monza, che presto farà il suo trapianto e ha solo due anni e mezzo. Per Giacomo, dunque, e per tutti i bambini che soffrono a causa di malattie: che Dio li protegga sempre.
Per nonno Italo, che soffre […]. E per tutti i nostri nonni.
Per Francesco e Giovanni (i suoi fratellini).
Per mamma e papà.
Per le persone che non credono, perché siano illuminate dalla grazia e trovino la fede.
Per le persone che non riescono ad avere bambini, perché possano averne o si aprano alla vita in altri modi e si sentano comunque genitori.
Per i bambini nelle pance. Per quelli che hanno dei problemi e rischiano di non nascere e per quelli che sono rifiutati dai loro stessi genitori: perché il Signore li protegga, li guarisca, li salvi.

A inizio novembre Filippo inizia a peggiorare.

Il 20 novembre 2014, dopo sei anni di battaglia, Filippo va in Paradiso all’età di otto anni e mezzo.

Filippo amava mettersi le magliette a rovescio, perché, come ricorda sua madre, “la parte esterna per lui contava poco, quello che era veramente importante era il dentro, senza scritte, senza stampe, senza nemmeno un piccolissimo logo. A lui non interessava che si vedessero cuciture o etichette, il lato che in genere si mantiene nascosto. Indossava così le magliette, spesso anche per uscire di casa, in un modo che a chiunque sarebbe parso un errore, e forse lo faceva anche per alleggerire la sua realtà dolorosa e faticosa: immedesimandosi in ciò che desiderava non era più un bambino malato in una stanza di ospedale, ma diventava di colpo una volpe, un ermellino […]. Allo stesso modo ci siamo resi conto che il Signore ha rovesciato la nostra storia di sofferenza e di paura e l’ha trasformata in una storia di amore e di speranza, ha illuminato quello che in genere resta nascosto, quello che agli occhi del mondo sembrerebbe un errore come le cuciture di una maglietta, mostrandoci la Sua bellezza e perfezione, così come Filippo trovava bello e perfetto vestirsi con la maglietta a rovescio”.

(testi tratti dal libro Con la maglietta a rovescio. Storia di Filippo Bataloni e dal blog piovonomiracoli 2.0)

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Guarda la testimonianza dei genitori di Filippo a Bel tempo si spera.

MARIA CHIARA MANGIACAVALLO: UNA PRIVILEGIATA AGLI OCCHI DI DIO

Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita «non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi». (Papa Francesco, GE 34) 

 
Maria Chiara Mangiacavallo nasce il 7 dicembre 1985 a Sciacca (AG).

Ultima di sette figli, cresce in una famiglia cattolica, vivendo un’infanzia spensierata.

Ragazza solare e amante della vita, si appassiona alla fotografia e ai viaggi. Partecipa assiduamente ai corsi organizzati dai frati di Assisi, dove incontra padre Vito, che diventa il suo padre spirituale.

Durante un viaggio in Terra Santa, nel 2008, il Signore si rivela a Maria Chiara chiedendole di “brillare”. Di fronte a una richiesta così grande, Maria Chiara si intimorisce e si tira indietro: per cinque anni Dio rimane, per lei, solo un lontano ricordo.

Nel 2010 Maria Chiara inizia ad accusare alcuni dolori al corpo. Dopo diversi controlli e consulti medici, seguiti da un esame istologico, si giunge alla causa del problema: un raro tumore all’utero che colpisce soprattutto donne anziane, che le provoca la perdita di utero e ovaie. Maria Chiara si ribella con il Signore e inizia a condurre una vita disordinata.

Nel 2013, tramite Facebook, Maria Chiara viene a conoscenza della storia di Chiara Corbella Petrillo. Solo allora si ricorda di quella richiesta che il Signore le aveva fatto e sente in lei il desiderio di “brillare” allo stesso modo di Chiara.

Intanto il tumore progredisce veloce e, prima di affrontare l’ennesimo intervento, Maria Chiara riallaccia i contatti con padre Vito e cambia radicalmente vita: “[…] Ho chiamato padre Vito, dopo anni che non ci sentivamo, e mi ha dato di meditare l’Annunciazione, il Vangelo di oggi. Quando l’ho letto non l’ho capito, ho pensato: “brava Maria, ha detto sì…” ma non riuscivo a vedere cosa il Signore volesse dire a me. […] Da lì a poco sarei stata operata di nuovo e ho capito cosa voleva dirmi con quel vangelo. “Tu vuoi che io dica il mio SI e poi fai tutto tu, no?”. Allora ho affidato la mia malattia a Lui che mi ha trasformato la vita e l’ha resa proprio bella. Quel Natale è stato il più bello della mia vita perché dovevano togliermi la vescica con quell’intervento. La grazia è stata che non me l’hanno tolta, ma la grazia più bella è stata quella di riconciliarmi con il Padre e vivere la malattia con Lui, mi sono sentita proprio accompagnata. Ho una malattia abbastanza particolare, quindi non c’è una cura specifica. […] Però la cosa bella è che il Signore mi ha fatto fare cose impossibili. Il tema di oggi è proprio il mio tema. Perché è stato un anno di cose impossibili. Ho fatto il cammino di provvidenza: per una settimana senza soldi, senza cibo, abbiamo camminato 130 km a piedi e il mio corpo ha retto a tutto questo. Abbiamo fatto un pellegrinaggio in Terra Santa, la marcia francescana come guastatrice… Tutte cose che per me e per una malata sono impossibili, Lui le ha rese possibili” (testimonianza di Maria Chiara, l’8 dicembre 2014 ad Assisi, in occasione di una giornata dedicata a Chiara Corbella Petrillo intitolata “Nulla è impossibile a Dio”).

La malattia avanza imperterrita, fino a rendere Maria Chiara una malata terminale, ma lei vede tutto ciò alla luce di Dio, tanto da ritenersi una privilegiata ai suoi occhi: accetta la sua malattia come il meglio per lei. Inizia, così, a portare la sua testimonianza in giro per l’Italia.

Maria Chiara vive gli ultimi due anni della sua vita preparandosi all’incontro con il suo Sposo.

Il 13 giugno 2014 Maria Chiara porta la sua testimonianza all’anniversario della nascita in cielo di Chiara Corbella, definendosi un “frutto di Chiara”. Esattamente nove mesi dopo, il 13 marzo 2015, proprio come un frutto dal grembo di Chiara, durante la celebrazione eucaristica, dopo aver ricevuto la Comunione e la benedizione da padre Vito, come lei stessa desiderava, Maria Chiara abbraccia per sempre il suo Sposo. Ha 29 anni.

Il funerale, celebrato il 16 marzo, è una festa: oltre alla gente del luogo, vi partecipano anche più di 70 giovani, provenienti da tutta Italia, che avevano conosciuto Maria Chiara nelle varie testimonianze.

(fonte: http://www.mariachiaramangiacavallo.it/)

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Testamento spirituale di Maria Chiara, scritto l’8 febbraio 2014.

Oggi scrivo il mio testamento, affinché possiate ricevere ciò che il Signore mi ha donato.

Il Signore mi disse: «ecco, ti metto le mie parole sulla bocca» GE 1,9-10

A tutti coloro che ho incontrato nel mio cammino sia pure per brevissimo tempo affido il mio amore, che è cosa poca, ma spero che possiate assaporare (attraverso di esso), l’Amore che il Signore ogni giorno della vostra vita vi dona.

Lascio a tutti coloro che leggeranno questo testamento la speranza.
La speranza di godere della vita eterna, sia qui sulla terra che in cielo.
Quella speranza che racchiude in se la gioia, la pace e l’amore!
Non abbattetevi mai nelle difficoltà, cercate sempre l’aiuto di Dio…non pensate mai che il Signore non è vicino a voi, perché è sempre lì presente, aspetta solo un vostro cenno o una vostra parola.
Le difficoltà non mancano e non mancheranno, ma vissute con Lui avranno un aspetto diverso, diventeranno leggere e profumate d’amore.
Non perdete tempo a pensare a cose superflue e senza senso…vivete ORA e ADESSO con Dio e solo così, capirete quanto è bello vivere l’ORA e l’ADESSO “PER” Lui, non potrete più fare a meno di unire con Dio la vostra vita perché solo così troverete un senso a tutto ciò che vi succederà in ogni momento.

Pregherò sempre per tutti voi, in qualsiasi parte dove Dio mi vorrà.

Maria Chiara

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Guarda l’estratto della testimonianza data da Maria Chiara l’8 Dicembre 2014.

Guarda la testimonianza di padre Vito, padre spirituale di Maria Chiara.

Guarda il riassunto del funerale di Maria Chiara, celebrato il 16 marzo 2015.

GIANLUCA FIRETTI: UOMO DEL VANGELO FINO ALLA FINE

Ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo. (Papa Francesco, GE 33) 

 
Gianluca Firetti nasce l’8 settembre 1994 a Sospiro (CR).

Conosciuto da tutti come Gian, è un ragazzo come tanti altri, che conduce una vita normale come tanti: ama il calcio, un po’ meno la scuola.

Nel settembre 2012, a 18 anni, durante una partita di calcio, Gianluca avverte un dolore al ginocchio destro. Seguono vari accertamenti, poi a dicembre la diagnosi: osteosarcoma. Federico, suo fratello, ricorda così quel momento: “La normalità di Gian c’è stata anche nel momento della scoperta della malattia. […] La reazione è stata naturale. […] Gian piangeva e si sfogava. […]”.

Così, da un momento all’altro, tutto, nella vita di Gianluca, cambia.

Grazie all’amica Valentina, conosce don Marco D’Agostino, con il quale instaura un intenso rapporto di fede e amicizia: Gianluca gli apre il suo cuore, confidandogli i suoi dubbi e le sue domande sulla vita dopo la morte, ma anche sorprendendolo per il modo con cui affronta la malattia.

Gianluca non si ribella alla malattia, ma l’accoglie e l’accetta, sale sulla croce di Cristo, si affida al Signore e alla Vergine. La fede accompagna Gianluca in questo percorso di dolore, un dolore mitigato dalla speranza e dalla consapevolezza serena di quanto gli sta accadendo.

Nonostante la sua situazione, Gianluca pensa più agli altri che a se stesso: ha sempre parole di incoraggiamento per i suoi amici, che fanno la fila per andare a trovarlo, trasmette serenità a chi lo incontra, diventando un segno di risurrezione per tanti. Gianluca è un Vangelo vivente.

Ricorda Federico: “Gian accoglieva i suoi amici dimenticando se stesso. Si preparava a questo incontro. Anch’io, con mio fratello, ho riscoperto la quotidianità delle piccole cose, come stare insieme sul divano a guardarsi insieme un DVD, come l’ultima sera dell’anno perché non poteva muoversi. […] Perché credo siano le piccole cose che contano nella vita. E Gian ce l’ha insegnato. A me e alla mia famiglia”.

Attorno a Gianluca si forma un folto gruppo di amici, vecchi e nuovi, che pregano con lui e per lui, accompagnandolo nella sua lotta contro il tumore.

Ricorda Federico: “Gian […] da quando si è ammalato ha saputo intraprendere con coraggio questo duro e difficile cammino, grazie all’amore della sua famiglia, degli amici, sacerdoti, medici, infermieri, volontari. Si è lasciato voler bene da tante persone. […] la malattia ci ha unito di più. Gian era un ragazzo innamorato della vita. Era un ragazzo normale. Gli impegni li portava a termine. […] La normalità e la semplicità sono stati la sua caratteristica più vera. Questa è stata la sua forza”. Una forza che dà forza agli altri.

Anche se la malattia avanza a grandi passi e il dolore diventa sempre più acuto, Gian è sereno. Continua a lottare, supportato da familiari e amici.

Negli ultimi mesi le sue condizioni peggiorano. Tuttavia, giorno dopo giorno, cresce in lui il desiderio di vivere, pur consapevole che prima o poi sarebbe morto: “Don, sto morendo. Che cosa mi attende? Quale sarà la mia ricompensa? Gesù mi sta aspettando?”.

Una sera, Gianluca rivela a suo fratello: “In fondo noi siamo fatti per il Cielo. Per sempre. Per l’eternità”.

Il dialogo con Gesù si intensifica. Gianluca si sente amato e sostenuto da Dio; nei momenti di maggior fatica e sofferenza si rivolge al Lui non per chiedergli di guarire, ma per chiedergli di aiutarlo a portare la croce: “Se puoi, smezzami la croce. Spaccala a metà, perché per me è troppo pesante”.

Il 24 gennaio 2015 Gianluca chiede di essere ricoverato all’Hospice. Sa che la fine è vicina, ma stringe i denti e continua a lottare, sapendo di non essere solo: molti, infatti, lo sostengono con l’amicizia e le preghiere.

Piagato e sofferente, ha tempo di incontrare e ascoltare le persone che si alternano nella sua stanza, che da luogo di dolore e di morte diventa luogo di incontro e di preghiera.

Sfinito e immobile, Gianluca fatica a mangiare e a respirare, ma non si perde d’animo: dal suo letto è per tutti fonte di energia e di luce. Seppur con un filo di voce, a ciascuno dei suoi amici ripete: “Mi raccomando, non sprecare la vita, fa il bravo, studia perché io farei cambio e studierei 500 pagine piuttosto di soffrire”.

Tante persone si raccolgono “sotto la croce” per esserci, per non lasciare il loro amico da solo. E lui sorride, ringrazia. C’è per tutti: una parola buona, uno sguardo intenso, un sorriso contagioso. Gianluca vive consapevolmente ogni momento, fino alla fine.

Gianluca muore il 30 Gennaio 2015, all’età di 20 anni.

Ricorda l’amica Valentina: “Gian è stato veramente un giovane speciale. Un credente. Più la malattia lo mangiava, più la sua anima splendeva”.

Ricorda don Marco: “Gianluca è stato un giovane entusiasta, appassionato e amante della vita. L’ha vissuta minuto per minuto. Per me è stato un figlio, un fratello, un amico”.

(testi tratti dal libro Gianluca Firetti. Santo della porta accanto)

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Guarda la testimonianza di don Marco D’Agostino sulla storia di Gianluca.

TIZIANA MERCURIO: LA SOFFERENZA OFFERTA PER LA SALVEZZA DELLE ANIME DEL PURGATORIO

Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere. Dipendere da Lui ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità. (Papa Francesco, GE 32) 

 
Tiziana Mercurio nasce il 2 giugno 1980 a Benevento.

Ragazza bella ed elegante, fin da piccola ama trascorrere le sue giornate in compagnia della sorella e dei cugini.

Un giorno, proprio uno dei suoi cugini, si rivolge alle due sorelle con questa domanda: “Sapete chi è Gesù?”. Inizia così, per Tiziana e la sorella, la ricerca del volto di Dio: cominciano a frequentare la parrocchia e a partecipare agli incontri dei giovani. Più tardi, entrano a far parte della Milizia Francescana di S. Massimiliano M. Kolbe, dove si innamorano sempre più di Gesù e di Maria, fino a prendere la decisione di consacrarsi alla Vergine ogni 8 di dicembre.

Tiziana conduce una vita serena e spensierata, fino a quando, all’età di 17 anni, viene colpita da una grave malattia. Dopo una serie di rigorose cure, Tiziana guarisce.

Scrive Tiziana: “Cosa vuole il Signore da me? Io non ho provato mai a chiedere al Signore cosa vuole da me. Mi è sempre difficile dirlo, come mi è difficile dire: «Sia fatta non la mia ma la Tua volontà». Forse per paura di donarmi qualcosa di brutto. Allora mi convinco quando Lui dice: «Se mi ami, prendi la Mia Croce e seguimi!». Questa convinzione mi ha portato a chiedere al Signore un patto. Era un giorno di gennaio del 2001, ed io leggendo un libro che trattava delle anime del Purgatorio, riflettei molto profondamente, e poi trovandomi sola nella mia stanza, vicino alla figura di Gesù Misericordioso, dissi: «Gesù, donami una grande sofferenza ed io la offro per le anime del Purgatorio, specialmente per quelle che si trovano nell’oscurità, lontano da te, affinché possano goderti, nella tua luce splendente»”.

Dopo qualche settimana, la malattia ricompare.

Continua a scrivere Tiziana: “[…] qualche settimana dopo, ricomparve dopo tre anni la mia malattia; però questa volta è stata molto lunga l’attesa della mia guarigione e ho dovuto lottare parecchio per sconfiggere il male. Ma ero sicura di non essere sola, perché anche se ho fatto la mia scelta, cioè quella di soffrire per anime sofferenti, Gesù mi è stato vicino e pure le stesse anime, che ancora oggi ringrazio. Quella forza non l’avevo mai avuta e non me ne sono mai accorta. È come se Gesù mi dicesse: «Coraggio, alzati e cammina» […]. È lì che ho capito che in ogni sofferenza Gesù è con noi, soffre con noi, piange con noi e guarisce insieme a noi. Dopo questa esperienza ho capito tante cose che prima non sapevo, anzi erano un mistero. […] ho anche scoperto che Lui da me voleva qualcosa che ci univa, e questo qualcosa era la salvezza delle anime del Purgatorio. Così, come santa Rita, san Francesco o padre Pio che spendevano tanto tempo vicino al Signore per attendere una sua sofferenza, anche io ho atteso la mia. Oggi non so cosa Gesù vuole da me; io vorrei essere uno strumento di pace non solo nella mia famiglia, ma in tutto il mondo”.

Seppur consumata dal dolore, Tiziana non perde mai il suo sorriso, la sua purezza e la sua bellezza non vengono mai meno. Con tutte le sue forze, lotta per la vita, senza mai smettere di sognare di sposarsi, arrivando vergine al matrimonio.

Tiziana riesce a vincere la malattia, che però le lascia un danno al polmone sinistro: non può fare tanti sforzi, perché fa molta fatica a respirare. Si sente molto scoraggiata, ma “il Signore non mi ha abbandonato e non penso che lo farà proprio adesso. La preghiera è l’unica arma che mi è rimasta e spero che Lui ascolti il mio grido perché sono stanca di lottare, di soffrire”.

Le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno, tanto che non ha più neanche la forza di parlare.

Purtroppo alcune crisi respiratorie la indeboliscono sempre più.

Tiziana muore il 20 agosto 2006, all’età di 26 anni.

(testi tratti dal libro Una santa della porta accanto. Tiziana. L’offerta di una giovane)

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Guarda il video sulla storia di Tiziana realizzato dalla Comunità Mariana “Le Cinque Pietre”.

MANUEL FODERÀ: IL PICCOLO GUERRIERO DELLA LUCE

Ci occorre uno spirito di santità che impregni tanto la solitudine quanto il servizio, tanto l’intimità quanto l’impegno evangelizzatore, così che ogni istante sia espressione di amore donato sotto lo sguardo del Signore. In questo modo, tutti i momenti saranno scalini nella nostra via di santificazione. (Papa Francesco, GE 31) 

 
Manuel Foderà nasce il 21 giugno 2001 a Calatafimi (Trapani).

È un bambino calmo e ubbidiente, esuberante e intelligente, sensibile verso i meno fortunati, con il desiderio di fare l’attore da grande.

All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, all’età di soli quattro anni, Manuel si ammala di uno dei peggiori tumori infantili, chiamato neuroblastoma. Superato l’iniziale turbamento e smarrimento, Manuel e i suoi genitori iniziano a lottare con forza, sostenuti dalla preghiera di amici, sacerdoti e suore. Seguono diversi ricoveri e cicli di chemioterapia.

Manuel inizia a costruire un’amicizia profonda con Gesù e Maria, tanto da parlarci a tu per tu: ogni sera, Manuel prega il Rosario e quotidianamente si reca nella cappellina dell’ospedale per incontrare il suo Amico segreto: si distende sul tappeto davanti all’altare e rimane lì, immobile, per lungo tempo, assorto in preghiera.

Questo suo intenso rapporto con Gesù porta Manuel a desiderare ardentemente di fare la Prima Comunione, pur avendo solo sei anni: “[…] ho bisogno di “mangiare” il mio Amico e poi parlargli cuore a cuore”. Scrive Manuel nel suo quadernetto: “Il momento più bello della nostra amicizia è quando lo mangio. Dentro di me è come se entrasse una bomba di Grazia e di benedizione che mi fa stare meglio e protetto, perché Lui mi ama molto di più di quanto io lo possa amare”.

Il suo amore per Gesù Eucarestia è talmente grande che Manuel desidera condividerlo con tutti. A tal proposito, fa scrivere a sua madre questa lettera:

“Carissimi amici, vi voglio parlare di come Gesù è presente nell’Eucarestia. Sapete: Lui vi vuole tanto bene e si fa sentire e vedere nella santa Comunione. Non ci credete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualche cosa di meraviglioso succederà, perché quando lui entra diventa una “bomba di Grazia” che vi fa sentire protetti e al sicuro. Rimanete in compagnia con Lui. Questo è il momento più bello perché nella Comunione Lui vi dà la sua santa benedizione. Se state male, Lui vi darà la forza di sopportare ogni sofferenza. Se siete tristi, vi darà la forza di sorridere. Se siete annoiati, Lui vi darà la sua gioia. Se siete pieni di rabbia e nervosi, Lui vi darà la forza di calmarvi. Tutto questo potrà accadere solo se avrete fiducia in lui perché lui vi ama molto più di quanto voi lo possiate amare!
Con affetto, Manuel”.

Durante una recita di Natale a scuola, Manuel svela il segreto della sua vita: “Volevo parlarvi di un amico proprio in gamba che ho incontrato da un po’ di tempo. È un amico davvero speciale. Avete mai incontrato qualcuno in gamba? Si vorrebbe stare con lui, conoscerlo meglio, non lasciarlo più. Se poi scoprite che vi vuole un mondo di bene, allora la cosa è fatta. Si diventa amici per la pelle, inseparabili. A me è successo proprio questo. Mi ha dato la sua mano e io mi sono fidato di lui. Ed è stato così che Lui è entrato nel mio cuore per sempre. È un Amico che non si vede, ma c’è! Non mi lascia mai solo. Mi tiene stretto al suo cuore e mi dice: «Il tuo cuore non è il tuo ma il mio, e io vivo in te!» È un amico davvero, davvero speciale”.

Manuel sente che Gesù lo chiama a compiere una missione del tutto speciale: la “Missione Luce”, in qualità di “guerriero della luce”. Scrive al vescovo di Palermo: “Sto lavorando molto per la mia “missione della Luce”; sto cercando di far conoscere meglio Gesù agli altri e farli innamorare di Lui” e al vescovo di Agrigento spiega il metodo da lui adottato: “Sai come? Con le preghiere che scrivo e che invio per email, per posta, oppure con un messaggio audio del cellulare! Come Madre Teresa, anch’io ho detto a Gesù che voglio essere non una matita, come diceva lei, ma una penna cancellabile tra le sue mani perché, se cambia idea o sbaglia, può usarmi come vuole Lui”.

In un’altra occasione, confida alla madre: “[…] Gesù mi ha detto che devo […] cercare di dare delle piccole gioie agli altri bambini ricoverati e alle loro mamme”. Manuel impara così che si è felici solo se si fanno felici gli altri: “La vita è un dono e bisogna viverla bene”.

Tutti sono affascinati dalla sua bontà e spiritualità, dalla sua serenità e coraggio. Manuel ripete spesso: “Ogni giorno bisogna viverlo bene perché è un dono del Signore”.

Manuel sente crescere sempre più il desiderio di incontrare il suo Amico dal vivo: “Spero che la mia fine sia vicina. Le sofferenze sono troppe grosse. Non ce la faccio più a restare sulla Terra. Ti voglio bene, Gesù. Non vedo l’ora di venirti a trovare nel regno dei cieli. A presto”, scrive nel suo quadernetto.

In uno dei suoi ultimi giorni di vita, Manuel sussurra queste parole: “Voglio andare da Gesù per dargli una mano a convertire i cuori induriti” e “Con la morte inizia un’avventura meravigliosa che sarà eterna”. E a sua madre confida questo suo desiderio: “Racconta la mia vita agli altri. Tutti dovranno conoscere la mia storia! Gesù mi ha fatto una vita proprio strana e speciale, tu devi essere la mia testimone”.

Dopo cinque anni di cure oncologiche, il 20 luglio 2010 Manuel nasce in Cielo, all’età di soli 9 anni.

“I miei occhi vedono ciò che gli altri non vedono,
perché nel buio della mia vita,
per alcuni vuota e insignificante,
io vivo cose bellissime.

La sofferenza per me è stata un dono di Dio,
perché ho imparato a soffrire le stesse piaghe di Gesù
e con Lui nel cuore io scopro, ogni giorno,
qualcosa di più nuovo, di più grande, di più bello.

Ogni cosa diventa un dono speciale, diventa Grazia.
Poter ammirare la bellezza della natura mi emoziona
perché è un’opera d’arte del mio Signore
che ha dipinto paesaggi bellissimi per me.

Poter amare gli altri con tutto il mio cuore
e la mia vita mi rende felice.
Sentirmi amato, accarezzato, abbracciato
è la gioia più grande.

Il ritorno a casa dopo lunghi ricoveri in ospedale,
un semplice sorriso, una telefonata,
un regalo tanto desiderato,
mi fanno capire che Gesù mi ama molto
e non mi abbandona mai
perché Lui è roccia, rifugio e salvezza.

Così vive un vero guerriero della Luce,
pronto a combattere,
a lottare con la spada della fede,
l’unica arma potente che sconfigge sempre il male!”

Manuel

(testi tratti dal libro Manuel e il segreto della felicità)

CARLOTTA NOBILE: NELLA MALATTIA LA LUCE DELLA FEDE

Un impegno mosso dall’ansietà, dall’orgoglio, dalla necessità di apparire e di dominare, certamente non sarà santificante. La sfida è vivere la propria donazione in maniera tale che gli sforzi abbiano un senso evangelico e ci identifichino sempre più con Gesù Cristo. (Papa Francesco, GE 28) 

 
Carlotta Nobile nasce il 20 dicembre 1988 a Roma.

Dalla profonda sensibilità e intelligenza, sin da piccola si nutre di cultura, musica, libri e arte in una famiglia normalmente cattolica.

Inizia presto ad annotare i suoi pensieri, dai quali si evince una grande inquietudine interiore. Scrive a 8 anni: “La mia storia sarà diversa”.

Giovanissima, Carlotta comincia a studiare il violino arrivando a conseguire, nel giugno 2006, a soli 17 anni, il Diploma presso il Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore; negli stessi giorni consegue anche la maturità classica con la votazione di 100/100.

Nell’anno accademico 2006/2007 frequenta sia i Corsi di Alto Perfezionamento in Violino presso l’Accademia Internazionale di Portogruaro che quelli di Perfezionamento in Violino presso la Scuola di Musica di Fiesole, studiando contemporaneamente anche a Londra.

A settembre 2007 si iscrive al corso di Laurea Triennale in Studi Storico-artistici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, laureandosi l’11 gennaio 2011 con il massimo dei voti e la lode; subito dopo frequenta brillantemente il corso di Laurea Magistrale nello stesso indirizzo presso la medesima Università.

Nel frattempo, Carlotta partecipa a diversi concorsi violinistici nazionali e internazionali, risultando vincitrice in numerose occasioni e suona in varie formazioni da camera esibendosi presso importanti istituzioni nazionali e internazionali, diventando presto una talentuosa violinista di fama nazionale.

Nel 2010, a soli 21 anni, viene nominata direttore artistico dell’Orchestra da camera dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento.

Parallelamente agli impegni musicali e universitari, Carlotta coltiva una grande passione per la scrittura: a dicembre 2008 esce il suo primo libro, “Il silenzio delle parole nascoste” e a settembre 2012 il secondo, dal titolo “Oxymoron”.

Nell’ottobre 2011, all’età di 22 anni, le viene diagnosticato un melanoma: la reazione iniziale è la rabbia per quello che viene percepito come un irrazionale e ingiusto errore del destino, a fronte di una vita sempre dedita allo studio e alla disciplina di sé. Ma, in poche settimane, lo stato d’animo di Carlotta passa dalla rabbiosa domanda del “Perché a me?” a quella del “Perché non a me?!”, davanti alla constatazione della sofferenza altrui, soprattutto dei bambini col suo stesso male.

Inizia così per Carlotta un percorso faticoso e doloroso, fatto di cure e vari interventi, ma tutto ciò non le spegne il sorriso e la voglia di vivere. Nonostante la malattia, prosegue la sua carriera musicale e artistica, alternandosi spesso tra ospedali e concerti.

La malattia non si arresta, ma Carlotta non si dispera: nell’aprile 2012 apre la sua pagina Facebook “Il Cancro E Poi_” e ad agosto dello stesso anno il blog dal medesimo titolo “Il Cancro E Poi_”, lasciandoli entrambi anonimi perché “odio sentirmi compatita, odio chi mi reputa indebolita, io forte così non mi sono sentita mai. E posso campare cento anni o dieci, ma amo la mia vita ora più di quanto l’abbia amata mai. E non voglio che il cancro mi fermi. In nessun modo. Voglio solo che mi faccia crescere, voglio solo che mi formi”, scrive ad un’amica.

Attraverso il web, Carlotta dà una particolare lettura della malattia: il suo è un percorso interiore di approfondimento e di cura di sé, una preziosa occasione di crescita personale; Carlotta impara ad amare i propri limiti e a smettere di inseguire l’illusione della perfezione.

“Io non so più neanche quanti centimetri di cicatrici chirurgiche ho. Ma li amo tutti, uno per uno, ogni centimetro di pelle incisa che non sarà mai più risanata. Sono questi i punti di innesto delle mie ali.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_)

“Perché vuoi dimostrare prima di tutto a te stessa che si può avere un melanoma metastatico che non si arrende, eppure VIVERE, con tutto ciò che questa parola vuol dire. Vivere tutte le gioie, i progetti, i dolori, le lacrime che la vita di 23enne ti regala ogni giorno. Perché c’è un E POI per cui non smetterai mai di combattere, perché nessuno può toglierti l’assoluta certezza che – nonostante tutti i tagli, le cicatrici, gli aghi nelle vene, i controlli, i liquidi di contrasto, gli interventi e i dolori – c’è una gioia immensa che ti aspetta, c’è il tuo più grande sogno che ti guarda da un tempo futuro e non vede l’ora di raggiungerti. Perché tutto quello che stai vivendo ti verrà un giorno riscattato. Perché in fondo il modo che hai ora di guardare alla vita non potevi che raggiungerlo così.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_, 5 agosto 2012)

Il 4 marzo 2013 Carlotta ha una crisi cerebrale. Improvvisamente e misteriosamente, al risveglio dal coma, Carlotta riceve la Grazia e il dono della Fede. Inizia così, per Carlotta, un cammino di abbandono totale a Gesù e di accettazione della Croce. Carlotta racconta così l’evento che l’ha segnata nel profondo:

“E in un attimo capisci che è stato proprio quel cancro a GUARIRTI L’ANIMA, a riportare ordine nella vera essenzialità della tua vita, a ridarti la Fede, la speranza, la fiducia, l’abbandono, la consapevolezza di essere finalmente diventata chi per una vita intera hai fatto di tutto per essere e non eri stata mai: una donna SERENA! Capisci che è stato il cancro a permetterti finalmente di amare te stessa in un modo incondizionato, con tutti i tuoi pregi e tutti i tuoi limiti, a godere di ogni più piccolo istante, ad assaporare ogni attimo, ogni odore, ogni gusto, ogni sensibilità, ogni parola, ogni condivisione, ogni più piccolo frammento di infinito condensato in un banalissimo e preziosissimo istante. Capisci che è stato il cancro, con il suo tormento, con le sue aggressività, con le sue asprezze a portarti infine la LUCE. […] Io sono guarita nell’anima. In un istante, in un giorno qualunque, al risveglio da una crisi. Ho riaperto gli occhi ed ero un’altra. E questo è un miracolo.”

(Carlotta Nobile, Il Cancro E Poi_, 5 aprile 2013)

Il 24 marzo 2013 Carlotta ascolta l’invito del nuovo Papa Francesco rivolto ai giovani a portare la Croce con gioia. Carlotta fa sue queste parole:

“Caro Papa Francesco, Tu mi hai cambiato la vita. Io sono onorata e fortunata di poter portare la Croce con Gioia a 24 anni. So che il cancro mi ha guarita nell’anima, sciogliendo tutti i miei grovigli interiori e regalandomi la Fede, la Fiducia, l’Abbandono e una Serenità immensi proprio nel momento di maggior gravità della mia malattia. Io confido nel Signore e, pur nel mio percorso difficile e tormentato, riconosco sempre il Suo aiuto.”

(Carlotta Nobile, Lettera a Papa Francesco, 12 aprile 2013)

A maggio 2013 le condizioni di Carlotta peggiorano: nonostante i forti dolori, le metastasi e le ferite martoriassero sempre più il suo corpo, Carlotta vive un paradossale stato di grazia, di fiducia, di serenità, di accettazione e di gratitudine a Dio, nella preghiera e senza mai un lamento.

Nell’ultima notte della sua vita, quella tra il 14 e il 15 luglio 2013, il padre di Carlotta sente la figlia ripetere, sussurrandole con tono sereno e con lo sguardo rivolto verso il soffitto, queste parole: “Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio”.

Poco dopo la mezzanotte del 16 luglio 2013, giorno della Madonna del Carmelo, dopo due anni di battaglia, Carlotta muore all’età di 24 anni.

A febbraio 2018, Carlotta viene inserita tra i “Giovani Testimoni” del Sinodo dei Vescovi.

(biografia, testi, foto e video tratti dal sito https://carlottanobile.it/)

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Guarda il cortometraggio sulla vita di Carlotta Nobile realizzato dalla Pastorale Universitaria dell’Arcidiocesi di Benevento.

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Se vuoi conoscere meglio la storia di Carlotta, ti consigliamo la lettura del libro di Andrea Maniglia: Lo Spartito di Dio – biografia di Carlotta Nobile, edito dalla Tau.

MARCO GALLO: UNA VITA ALLA RICERCA DEL MISTERO

Forse che lo Spirito Santo può inviarci a compiere una missione e nello stesso tempo chiederci di fuggire da essa, o che evitiamo di donarci totalmente per preservare la pace interiore? Tuttavia, a volte abbiamo la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace interiore. Si dimentica che «non è che la vita abbia una missione, ma che è missione». (Papa Francesco, GE 27) 

 
Marco Gallo nasce il 7 marzo 1994 a Chiavari (GE).

Fin da bambino manifesta un forte desiderio di vita, un’apertura ad ogni aspetto della realtà, una curiosità per il Mistero.

Crescendo, si fa un ragazzo vivace, dinamico, curioso, sportivo, a volte impulsivo ed esuberante, un vulcano di idee e di iniziative.

Nella mente di Marco adolescente si affollano tanti “perché”: “Nel riflettere sulle domande ultime, voglio seguire questo metodo: utilizzare la mia ragione e la mia fede nel modo opportuno come strumento per trovare la verità. Se si vive la fede attraverso la ragione, cercando la verità in ogni idea anche negando l’idea stessa, alla fine si arriva alla verità”.

A 13 anni scrive: “Prepotente è il bisogno di significato per ogni uomo. Ciascuno desidera trovare il senso alle cose, alla gioia, al dolore, alla paura, al bene e al male e al desiderio di felicità. […] Io, nella mia persona, sento ogni giorno il bisogno incontenibile di dare un significato, anche ad una sola giornata. Rimanere fermi, annoiarsi, non avere uno scopo significa annullare la giornata, che quasi non merita di essere esistita; questo viola il valore della vita”.

Alla fine della terza media, nonostante la sua giovane età, inizia a comprendere che per ottenere il massimo è necessario il sacrificio: “È possibilissimo soffrire il dolore del sacrificio e contemporaneamente essere felici”. Capisce che la vita che il mondo gli propone, per lui fatta di cartoni, computer e giochi, non gli basta più: Marco freme per non perdere tempo, come dice ad un amico: “Non ragionare secondo il teorema: «La vita è lunga», perché ti accorgerai che è molto breve”.

Nelle sue giornate così normali quanto intense, progressivamente scopre una Presenza capace di imprimere alla sua vita un desiderio di essenzialità sempre più grande. L’affezione a Cristo inizia a fiorire e Marco si trasforma, cambia: aumenta in lui il desiderio irresistibile di cogliere il senso della vita, di capire il significato del destino, di conoscere e amare Gesù.

Il 19 marzo 2011, a 17 anni, Marco scrive: “Esclusa una falsa o distratta via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo. Il mio ideale è Cristo: la sua veridicità mi si continua a mostrare. Da questo momento mi sacrificherò interamente alla ricerca della felicità e vedrò se la mia vera vita è in Lui o no”.

Gli amici vedono in Marco un uragano di vita. A tutti si fa chiaro il suo amore per il Mistero: senza paura di essere deriso o di non essere capito, Marco ne parla con tutti: “[…] devo mettere al centro di tutto Gesù! Non importa di cosa si tratti o con chi tratti, al centro c’è Gesù! […] Non posso fermarmi!”.

Marco vuole gustarsi ogni attimo della vita, alla ricerca del Mistero: “Il tempo è giusto per quello che è, perché ci è dato per incontrare il Mistero vivente nella realtà, Gesù. Chi pensa di potere comprendere il Mistero da solo è uno sciocco, perché c’è sempre un altro, e l’altro ci aiuta, solo affidandoci arriviamo da qualche parte. Il punto che nella vita c’è un Mistero è fondamentale; e comunque, solo il nostro desiderio di felicità è già un mistero. Voglio stare di fronte alla realtà confrontandola con Gesù. L’umanità ci tiene svegli se siamo leali con noi stessi. Lealtà: noi siamo qui e abbiamo intravisto qualcosa: il punto è riconoscere il proprio bisogno, capire cosa vuoi. Si può essere leali in qualsiasi situazione. Una promessa per cercare di dire sì sempre”.

Marco arriva all’inizio del suo ultimo anno di scuola, “come se l’acuirsi del suo desiderio si palesasse in una fioritura del suo modo di essere. Acquisisce un entusiasmo per la vita sorprendente […]. Era diventato completamente, incondizionatamente libero in quello che faceva. […] Parlava con una familiarità del Mistero, questa la parola a lui più cara nell’ultimo periodo […] ”, ricorda sua sorella maggiore.

La mattina del 5 novembre 2011, mentre si reca a scuola in motorino, Marco viene investito da un’auto e muore.

La sera prima dell’incidente, Marco aveva scritto sul muro della sua camera, accanto al Crocifisso: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. All’indomani della sua morte, queste parole appaiono per tutti un monito per volgere lo sguardo a quel Mistero che Marco aveva inseguito per tutta la sua vita.

(testi tratti dal libro Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare)

FRANCESCA PEDRAZZINI: MAMMA OLTRE IL MISTERO DELLA MORTE

Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione. (Papa Francesco, GE 26) 

 
Francesca Pedrazzini nasce il 24 gennaio 1974 a Milano.

Dal carattere forte e dall’umorismo spiccato, Francesca conduce una vita normale, fatta di famiglia, casa, scuola, parrocchia. Ama disegnare, leggere e stare con gli amici.

Frequenta il liceo scientifico VIII a Milano dove incontra l’esperienza di Gioventù Studentesca e vi partecipa attivamente.

Dopo il diploma, si iscrive a Giurisprudenza alla Cattolica dove instaura numerose amicizie che dureranno tutta la vita e dove continua il suo impegno attivo ed entusiasmante in Gioventù Studentesca.

Francesca vive tutto con grande intensità. Ricorda una sua amica: “La vita della Franci si è sviluppata sempre per superlativi assoluti. Era tutto “issimo”, nel bene e nel male. Molto più nel bene. […] Si entusiasmava delle cose, sempre. Ma non era superficialità né una questione di temperamento: era la sua tensione. Desiderava essere felice in tutto. Pure nel piccolo particolare”.

In università, Francesca incontra Vincenzo. Si innamorano e il 7 dicembre 1995 si fidanzano. Ricorda Vincenzo: “Francesca aveva un modo di vivere, una passione irrefrenabile per le cose e per la vita, che volevo condividere”.

Gli anni passano tra feste, vacanze, compleanni. Il 15 aprile 1998 Francesca si laurea, l’anno seguente si laurea Vincenzo e il 9 settembre 2000 si sposano. Dopo due anni nasce Cecilia, seguita da Carlo e Sofia.

Nel frattempo, Francesca diventa insegnante di diritto alle superiori, scoprendo così la sua vera vocazione lavorativa: si immerge con tutta se stessa in questa nuova esperienza, conquistando tutti, alunni e colleghi.

Francesca cerca la felicità ovunque, si rapporta con le cose e con le persone in modo profondo e allegro insieme. È una donna come tante altre, con i suoi sogni e i suoi problemi.

A metà febbraio 2010, di ritorno da una vacanza con la sua famiglia, Francesca avverte un fastidio al seno destro. È un tumore, piccolo, ma che deve essere asportato. Subito la stanza dell’ospedale si riempie di parenti e amici. Francesca è sopraffatta da così tanto affetto.

L’operazione riesce bene. All’inizio della primavera successiva i medici comunicano a Francesca: “Complimenti, è guarita”. Francesca scrive riguardo alla malattia: “È stata un’esperienza importante per me, mi ha fatto capire quanto ho bisogno di tutto, tutto, persino del mio corpo, che consideri sempre come tuo ma evidentemente non lo è, e di quanto sono un bisogno. Ho vissuto tutto serenamente, sperimentando che davvero siamo sospesi su un pieno su cui possiamo appoggiarci, e non su un vuoto o un dubbio, e questo, nel momento della prova, è molto evidente, perché quando hai paura le tue forze vengono meno e quindi ti accorgi di più che la tua forza è un Altro, cioè se sotto hai un materasso su cui riposare o non hai niente. Non sarebbe stato possibile senza tutto quello che ho vissuto prima, è stata una grande verifica della fede che regge rispetto alla vita. Comunque non mi sono mai sentita una sfigata, ma semmai una preferita. Penso sempre ai dieci lebbrosi, a non essere come i nove che non sono tornati indietro perché la guarigione a loro è bastata. Ma prego sempre di essere come il decimo, che è tornato perché ha capito che la Sua presenza era un dono molto più grande dell’esser guarito. Se no a cosa vale l’esser guariti? Tanto non è che ti va sempre bene e comunque tra cent’anni non ci siamo più… è troppo chiaro che la vita è una chiamata. Non me lo voglio dimenticare questo periodo, nonostante l’invito di tanti a distrarsi, a dimenticare… Invece no. La vita è proprio un’altra cosa. È guardare fino in fondo la circostanza fino a scorgere nel suo fondo il Volto di chi ti chiama… Anzi, io mi cruccio di essere già distratta! Mi sono resa conto che devo rimettermi al lavoro con più energia di prima, perché niente ti garantisce, neanche una sberla così, serve tutta l’energia della mia libertà per vivere davanti al Mistero”.

Francesca riprende così la sua vita normale, fatta di famiglia, lavoro, amici e vacanze.

Tutto fila liscio, anche gli esami di controllo a cui Francesca si sottopone regolarmente vanno bene. A settembre, però, i valori risultano sballati, i marker tumorali sono alti. Servono altri controlli. Francesca è preoccupata, ha paura. Alle amiche dice: “Io la croce non la voglio”.

La diagnosi arriva qualche giorno dopo: metastasi alle ossa e al fegato. Per Francesca inizia un cammino di affidamento al Signore. A quelle stesse amiche dirà: “Amica, io sono in pace, perché Gesù mantiene la promessa di renderci felici. Fai con me questa strada e lo vedremo, ne sono certa”.

Il cammino è faticoso, le chemio sono pesanti, le giornate passano tra letto e divano. Racconta Vincenzo, il marito: “C’erano volte che si chiedeva: «Ma perché proprio io? Perché ha scelto me?» E io mi ricordo che in un momento così, le ho risposto: «Franci, questa è la strada su cui ci ha messo il Signore, dobbiamo fidarci. La tua vita è appesa a un filo, ma come quella di tutti in fondo: nessuno sa quanto ci è dato da vivere». Non so da dove mi sia venuta la forza di dire una cosa del genere, perché ero veramente schiacciato. Dicevo queste cose, e un secondo dopo ero a terra. Ma ringraziavo di riuscire a dirle, anche se non so come. Perché le servivano”.

I dolori sono forti, ma Francesca chiede di ridurre gli antidolorifici “perché se no sono rimbambita, e io voglio capire cosa dicono i miei figli quando mi parlano”.

Racconta Vincenzo: “Per me è stato fondamentale guardare i nostri bimbi, perché loro hanno vissuto questa situazione con una libertà invidiabile, che io desideravo per me. Si accorgevano di tutto, chiaro. E certamente chiedevano: «Quando guarisce la mamma?». Ma non hanno mai avuto un momento in cui rifiutavano quella condizione. La mamma stava così, punto. E loro accettavano questa cosa come un dono, tanto quanto era la mamma prima, quando stava bene. Lo hanno fatto con una serenità che veramente ti stupiva”.

Durante la fase della malattia, Francesca sperimenta la disperazione, la fatica, l’angoscia. Scrive ai suoi amici: “Appena gli esami vanno male mi assale un’angoscia tremenda, per me ma più che altro per mio marito i miei figli e la mia famiglia ed è una cosa che non riesco a vincere. Il futuro mi terrorizza, mi si spezza il cuore a pensare ai miei figli crescere senza mamma (la Sofia ha solo tre anni!!) e mio marito invecchiare da solo. Sono scenari tragici ma c’è poco da ridere e io ci penso tanto. Tutto sommato la più fortunata sarei io, che ho finito la mia prova. Lo so che la paura non è contraria alla fede, anche Gesù ha avuto paura sulla croce, ma è brutta e io non voglio vivere quello che mi resta (saranno tre mesi, tre anni o trent’anni??? e chi lo sa??) con questa paura nel cuore, determinata dalle circostanze, come se l’abbraccio di Cristo per me e i miei non potesse sconfiggerla. Io voglio avere una fede che davvero c’entra con la vita e questo non vale forse di più nella prova suprema? Se no cerchiamo sempre la soddisfazione dove la cercano tutti; magari gli altri la cercano nei soldi e nel potere e io la cerco nella salute, che sarà senz’altro un bene più nobile ma non è comunque quello che ti dà la soddisfazione. Sono stata sana fino ad ora, ma l’insoddisfazione so bene che cosa sia…”.

Poi però arriva la serenità e la certezza che nulla è perduto. Francesca mette tutto nelle mani del Signore, con sempre meno rabbia e paura. Ricorda una sua amica: “La salvezza. Lei cercava quella, non la guarigione. Domandava il miracolo, certo. L’abbiamo fatto tutti con lei. Ma lei voleva la salvezza: sapere che la morte non è la fine, che non diventiamo nulla. E che la vita vale la pena di essere spesa”.

Ai suoi colleghi, Francesca invia questa mail: “Per quanto mi riguarda, non vi nascondo che è una prova davvero durissima. Cerco di vestire i panni della combattente ma non sempre ci riesco, la tensione è alta e la vita stravolta in un attimo… Però ci sono anche tante certezze. Prima tra tutte, quella che la Madonna non ci abbandona mai e ci porta in braccio nei momenti più duri, e poi che la promessa di felicità con cui siamo stati messi al mondo, ci siamo sposati e abbiamo battezzato i nostri bambini resterà ferma per sempre, quelle che siano le vicende della vita, perché le promesse le ha fatte Chi tutto può. Questo mi libera tanto dall’angoscia che provo guardando mio marito e i bambini, perché è proprio evidente che la vita è un mistero e gli altri non li facciamo felici noi con i progetti anche buoni che abbiamo in serbo per loro, ma ci sono stati donati e un dono restano, anzi sono la prova e l’anticipo del bene che ci è stato promesso”.

La serenità di Francesca si diffonde intorno a lei e contagia tutti. Francesca è accompagnata ogni giorno dalla certezza che le viene dalla fede, la certezza di Cristo che continua a starle accanto.

Nonostante le sue condizioni di salute non siano buone, i medici consentono a Francesca di andare in vacanza in Grecia con la sua famiglia. Francesca è felice, vuole gustare la sua vita fino in fondo: passare del tempo con suo marito e i suoi bimbi è ciò che desidera fare più di qualsiasi altra cosa.

Al ritorno dalla vacanza, però, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Francesca sa di essere ormai alla fine. A suo marito confida: “Vince, io sono tranquilla. Non ho paura, perché c’è Gesù. Ora non sono neanche angosciata per te e per i bimbi: so che siete nelle mani di un Altro. Non sono triste. Sono certa di Gesù. Anzi, sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando. Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio il contrario…”.

Francesca saluta tutti: fratelli, genitori, amici, uno ad uno. Saluta anche i suoi bimbi, uno ad uno: “Tra poco la mamma andrà in cielo. In un posto bello, dove c’è Gesù. Avrete un po’ di nostalgia, ma non preoccupatevi: io vi proteggo dal cielo. Mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una bella festa, perché è una bella cosa da festeggiare”.

In ospedale, tutti sono stupiti dallo spettacolo di tanti amici attorno a quel letto, a parlare, ridere, piangere, pregare.

Francesca è serena, in pace. Ad un’amica confida: “Io non ho paura. Il Signore mi ha regalato tutto il tempo perché potessi affidare ogni giorno i miei cari alla Madonna. E così è stato. Non ho più paura. La prima paura che mi ha abbandonato è stata quella di morire, poi ero in pena per Vince, i bimbi… Ma ogni giorno è servito. Li ho affidati tutti. Il tempo è prezioso. Non ho paura”.

Il 23 agosto 2012 Francesca entra in coma. Ricorda Vincenzo: “Alla fine ho cominciato a sentire una fitta al petto ad ogni suo respiro. Era come se respirassi con lei, con la stessa fatica. È proprio vero che quando si è sposati in Cristo si diventa una cosa sola”. Poi le dà un bacio e le sussurra all’orecchio: “Non avere paura”. Francesca per un attimo si riprende, apre gli occhi e dice a voce alta: “Io non ho paura”. Sono le sue ultime parole.

Francesca muore così, all’età di 38 anni: contenta, curiosa, certa, radiosa.

Il funerale è una festa, proprio come Francesca aveva desiderato e chiesto. Federico, il fratello di Francesca, ricorda così quel giorno: “È stato uno dei giorni più belli della mia vita. C’era una commozione grandissima, ma con una gioia immensa. Quando salutavo la gente, ero contento. Era palese. Lì ho realizzato che eravamo presi da qualcosa di forte, capace di vincere tutto”.

(testi tratti dal libro Io non ho paura. La storia di Francesca Pedrazzini)

CRISTIAN MAFFEI: LA MALATTIA COME TERRA DI MISSIONE

Poiché non si può capire Cristo senza il Regno che Egli è venuto a portare, la tua stessa missione è inseparabile dalla costruzione del Regno: «Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti. Cristo stesso vuole viverlo con te, in tutti gli sforzi e le rinunce necessari, e anche nelle gioie e nella fecondità che ti potrà offrire. Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno. (Papa Francesco, GE 25) 

 
Cristian Maffei nasce il 28 febbraio 1991 a Reggio Emilia.

Chiamato da tutti Chicco, è un ragazzo come tutti gli altri: ama suonare la chitarra, andare a mangiare al McDonald, giocare alla playstation e a calcio.

Fin dall’infanzia la vita di Cristian è segnata da malattie e lutti: sua madre è affetta da una grave malattia psichica e suo padre muore per un tumore, quando Cristian ha 9 anni.

Divenuto adolescente, Cristian si rende conto che non c’è tempo da perdere: si impegna con tutto se stesso nella vita scolastica e in quella parrocchiale, partecipando attivamente e sempre volentieri alle iniziative pensate per i giovani delle superiori fino a diventare lui stesso educatore dei più piccoli.

In parrocchia Cristian conosce Mariachiara: “Siamo sempre stati amici perché eravamo in gruppo insieme in parrocchia, poi ci abbiamo messo un anno per metterci insieme… un anno un po’ travagliato ma ce l’abbiamo fatta. Ci siamo messi insieme nel giugno del 2009, stavamo finendo la quarta superiore”, ricorda Mariachiara.

Cristian riesce a cogliere il bene in ogni cosa, è felice. La tempesta però è in arrivo.

Nei mesi tra il 2009 e il 2010, un’altra malattia e altre due morti colpiscono la famiglia di Cristian, ma lui sa di non essere solo in tutto questo dolore, e invece di provare rabbia e disperazione, inizia a pregare tutti i giorni. Cristian chiede a Dio il dono di una vita serena.

Nell’agosto 2011, Cristian inizia ad accusare alcuni fastidi alle gambe e alla schiena: gli viene diagnosticata la sclerosi multipla (successivamente, però, i medici diranno che si trattava solo di un’infiammazione al midollo). Cristian si sente smarrito, ferito, abbandonato, solo. È la notte della fede.

Scriverà tre anni più tardi: “Ho assaggiato per tutta la vita la morte e la sofferenza nella mia famiglia. Una certa solitudine in questo. E dopo sofferenze inimmaginabili, quasi come un disegno di Dio, sono stato chiamato io a soffrire nel fisico, partendo da tre anni fa quando, oltretutto, rimasi profondamente ferito da Dio”. Cristian arriva a mettere in discussione Dio: cosa vuole da lui, dopo le tante prove vissute negli anni precedenti? Cristian desidera solo una vita normale: vuole laurearsi, creare una famiglia con Mariachiara…

Dice don Pietro, parroco di Cristian: “Cristian non ha mai mistificato la sofferenza, né l’ha accolta subito con eroismo superficiale. Ha visto arrivare la sofferenza nella sua vita come un macigno ingiusto e immeritato. Si è ribellato, ha lottato mesi contro questa dura realtà della vita. Ha sopportato bene la morte del papà e la malattia della mamma, ma così era troppo!”.

Cristian però non si arrende. Terminato il ricovero in neurologia, raggiunge i suoi amici a Madrid, alla Giornata Mondiale della Gioventù e, una volta tornato a casa, insieme a Mariachiara si dà da fare in parrocchia come educatore dei ragazzi più giovani e nelle attività del Movimento Giovani, del Movimento Familiaris Consortio. Cristian si mette alla ricerca del bene più grande.

Tra studio e vita di coppia, Cristian prosegue la sua ricerca spirituale. La sua preghiera si fa sempre più intima: “Con il Signore posso protestare, posso dirgli quali sono i miei limiti, posso dirgli tutto. Dov’è che possiamo trovare una relazione così?”.

Nel marzo 2013, la mamma di Cristian si ammala di tumore. Cristian scrive: “…la mia testa, la mia mente e il mio corpo sono ora pieni di confusione, domande, dubbi, paure, morte, paura della vita, paura della morte, paura di dover nuovamente affrontare una perdita in famiglia e non poter fare niente per evitarla. È quasi come se qualcosa o qualcuno aspettasse la mia ripresa per colpirmi, giusto per farmi riassaporare fin dall’inizio o quasi i dolori, la solitudine, l’amarezza, la tristezza del quotidiano. Prego il Signore affinché possa portare a compimento la mia vita, che sento simile se non uguale a quella di Giobbe, non perdendo la speranza. C’è sempre speranza, Dio non mi abbandonerà mai, Lui è con me fino alla fine. Se è vero che la santità la viviamo in vita, credo di avere intrapreso un cammino su quella strada. Aiutami Signore a non corrompermi”.

Il 18 dicembre 2013, Cristian dà l’ultimo esame della triennale. È felice. Nello stesso giorno, però, avverte un forte mal di testa, che nei giorni successivi peggiora, accompagnato da nausea, vomito, problemi alla vista e stato confusionale.

La Tac rivela un tumore maligno al cervello, Cristian deve essere operato. Tutti, amici, parenti, sacerdoti, iniziano a pregare per lui. L’intervento riesce bene.

Cristian confida a sua sorella: “Perché? Perché a me? Io voglio solo laurearmi, avere una famiglia e fare una vita tranquilla, chiedo troppo?”. Ma non perde tempo e su Facebook invita i suoi amici a pregare.

Segue il trasferimento all’Istituto Nazionale Tumori di Milano e due cicli di chemioterapia. Cristian non perde mai la sua ironia e simpatia, rallegrando tutti coloro che lo vanno a trovare.

Ma la situazione presto peggiora. Il 21 marzo 2014 Cristian ha un arresto cardiorespiratorio: viene rianimato, intubato e ricoverato in terapia intensiva. Le preghiere si intensificano.

Ricorda Mariachiara: “Stare ai piedi di quella croce era davvero difficile, ti sentivi impreparato e inadeguato… ripetevo a don Pietro: se solo potessi prendere io un po’ di questa sofferenza…”.

Dopo una settimana, Cristian si sveglia. Ricorda Mariachiara: “Pasqua del 2014 è stata la Pasqua più bella che ho vissuto, sono arrivata alla messa della notte talmente contenta che era una cosa inspiegabile. Tante volte nei giorni prima avevo visto Chicco in croce: non riusciva a parlare, a respirare, la sua croce era il suo letto e tutti i cavi a cui era attaccato. È stato un calvario nel vero senso della parola, poi davvero in pochissimo è risorto. Mi ricordo che in quella messa dicevo: Grazie Gesù, ora ho capito davvero che cos’è la Pasqua”.

Dopo questo evento, la fede di Cristian e di chi gli sta intorno si fa più profonda. Se fino a quel momento lui e sua sorella, di fronte alle esperienze di malattia vissute negli anni precedenti, si dicevano: “Fino a quando? Capitano tutte a noi!” ora si affidano a quel Dio in cui, nonostante tutto, hanno sempre creduto e scelgono di stare nel presente, felici. Scrive Cristian: “Uno si fa un sacco di progetti su quello che è Dio, su quello che Dio ha pensato per lui, che in realtà è quello che uno ha pensato per se stesso. In un certo senso è una falsa vita che una persona immagina per sé e quindi immaginandosi questa falsa felicità è come se si cancellasse Dio”.

Cristian e Mariachiara iniziano a offrire la loro sofferenza. Ricorda Mariachiara: “Spesso io e Chicco ci siamo chiesti il motivo, il perché delle tante prove che abbiamo dovuto affrontare: perché una vita così provata, perché accadono le disgrazie, perché piove sempre sul bagnato, ecc… Ci chiediamo dov’è Dio in certe situazioni… La domanda è sempre: perché? Il perché di tutte queste prove credo non lo sapremo dire mai… Abbiamo però imparato che è molto più bello e fecondo domandarsi “per chi” vivere ogni situazione, anche la più faticosa e dolorosa”.

L’8 aprile 2014 Cristian viene dimesso. Due mesi dopo sua madre muore. Scrive Cristian: “Se è vero che crediamo nella Resurrezione è giusto essere tristi per la perdita di una madre che sempre ha sofferto in terra fisicamente e che ora è nella Tua beatitudine?”.

Cristian riprende la sua quotidianità fatta di studio, preghiera e cure.

L’11 ottobre lui e Mariachiara si fidanzano, affidando il loro futuro a Dio. Cristian prega così: “Chiedo al Signore che il fidanzamento con Mery possa essere per noi segno tangibile del nostro amore: per noi prima e per gli altri. Abbiamo affrontato molte sfide insieme, probabilmente più di quanto tante coppie affrontino nell’arco della loro intera vita. Io non so ancora se il Signore mi concederà di formare una famiglia, ma so che il mio amore per Lui in Mery non avrà fine”.

Il 26 novembre Cristian sta di nuovo male: il tumore è ritornato. Stavolta però le speranze di guarigione sono nulle, ma Cristian è sereno; non vuole essere compatito, desidera portare frutto e si fa prossimo agli altri, affinché anch’essi portino frutto a loro volta. Vive la malattia come un’occasione di annuncio.

L’11 dicembre 2014 Cristian si laurea e il 23 dicembre viene operato per rimuovere la recidiva.

Senza perdere tempo, Cristian si iscrive alle lezioni della laurea magistrale, ma il 26 gennaio 2015 la Tac rileva una seconda recidiva. Cristian sa che ormai è prossimo alla morte, ma il suo amore per la vita e il suo desiderio di viverla fino in fondo non lo mollano.

Dopo aver festeggiato il suo 24° compleanno, a fine febbraio, le sue condizioni peggiorano rapidamente. Mariachiara veglia al suo fianco, pregando senza sosta. Da ogni parte si eleva una preghiera continua e tanti si riuniscono attorno al letto di Cristian. Racconta Don Pietro: “Si è respirato l’amore fraterno perché nessuno diceva sua proprietà quel momento. Ognuno viveva la pienezza nel dono, e tutti vivevano la pienezza perché c’era qualcuno che si occupava di te. La presenza di Chicco era una luce che non accecava o attirava a sé, ma apriva gli sguardi ai fratelli. E così vedevi chi era intorno a Chicco, vedevi gli altri. E ognuno era visto da tutti gli altri. Tutti erano guardati ed amati, nessuno era invisibile”. Un’amica di Cristian ricorda: “Potevamo vedere un amico che se ne andava ma in realtà il nostro sguardo, quando lo guardavamo, non era uno sguardo verso Chicco ma era uno sguardo insieme verso quello che era il significato di Chicco, il messaggio che Dio ha potuto portare a tutti noi tramite lui. Una sofferenza felice, credo sia questo, in breve, ciò che io ho imparato”.

Dell’ultima settimana di vita di Cristian, Mariachiara ricorda: “In quella settimana il nostro corpo era fisicamente al suo fianco ma stavamo vivendo qualcosa di non umano. Se mi devo immaginare il Paradiso me lo immagino così: una comunione di anime come in quella settimana. Chicco non parlava più, i suoi occhi erano chiusi, ma è come se per mano sua il Signore riponesse continuamente letizia in noi. Davvero per noi è stata una fatica bellissima accompagnarlo sul Calvario, accettando di non capire niente. È stato come se quell’ultima settimana avesse tolto tutte le fatiche e le cose che non ci tornavano perché davvero abbiamo sperimentato la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi, su quel letto agonizzante. Spero che Maria sia arrivata sotto alla croce piena di domande poco chiare a cui non riusciva a dare risposta. Questo stare a contemplare la croce del figlio, non le avrà chiarito nessun dubbio, ma le avrà dato la certezza che siamo fatti per l’eternità e questa salvezza esiste davvero”.

Cristian muore il mattino di sabato 28 marzo 2015. Ricorda una sua amica: “Attraverso il Calvario di Chicco il Signore ha tessuto rapporti, rafforzato amicizie e convertito cuori. A me piace pensare che fin dal primo giorno sia stato strumento del Signore: la sua storia, il suo dolore non potevano essere vissuti nella solitudine e nel silenzio poiché la malattia è stata testimonianza della sua fede e ha lasciato il segno in persone che altrimenti non avrebbero mai avuto motivo di porsi domande e mettersi in discussione”.

(testi tratti dal libro Chicco. Quando il seme muore. La vita di Cristian Maffei)

MARIANNA BOCCOLINI: UNA VITA VISSUTA FINO IN FONDO

Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purché tu non abbandoni la via dell’amore e rimanga sempre aperto alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina. (Papa Francesco, GE 24) 

 
Marianna Boccolini nasce il 7 maggio 1992 a Narni.

Fin da piccola è dotata di una particolare sensibilità d’animo e di una grande capacità di meravigliarsi davanti alle cose e alle persone che la circondano.

Marianna ama la natura, la storia, l’arte, il cinema e la musica leggera, ha molti amici con i quali esce la sera. Marianna è amata per la sua capacità di intessere relazioni autentiche, di portare gioia, di aiutare i compagni più deboli o emarginati, di favorire l’unità tra le persone.

A scuola, nonostante le ripetute assenze dovute alla sua salute cagionevole, ottiene sempre risultati eccellenti. Così dice di lei una sua insegnante: “Marianna era piena di grazia, con il suo sorriso timido e il suo sguardo profondo. Un animo gentile e una bellezza rara, fuori dal tempo, così diversa e distante dalla volgarità e dall’aggressività di oggi”.

Marianna, dai 9 ai 18 anni, tiene un diario segreto: i suoi scritti rivelano la sua apertura mentale e di cuore, i valori umani e di fede che incarna con coerenza in tutti gli ambiti della sua vita, dalla casa alla scuola, dagli amici alle sue passioni.

All’età di 11 anni, Marianna ha già chiaro quale sarà il suo futuro: “Quando sarà il momento, sceglierò la via che ha seguito mia madre, quella della medicina. Oggi, il mio sogno è poter curare gli altri, aiutarli fino in fondo e ricercare nei laboratori i vaccini e le medicine apposite per ogni tipo di malattia”.

Marianna riconosce che la sua vita è un tesoro unico e bellissimo, un dono prezioso da gustare con gratitudine: “Grazie, Dio, per i doni della Terra, per la salute, per la gioia che ho, ma, innanzitutto grazie per aver dato a tutti noi il dono della vita. Io ti lodo, Signore, e ti ringrazio per questo dono insuperabilmente bello e prezioso e io ti prego perché tutti si rendano conto di quello che hanno e perché imparino ad amarlo e apprezzarlo. Amen. Il fine di questa Preghiera è quello di spingere tutti noi ad apprezzare la vita donataci da Dio per ciò che è veramente: una cosa di valore inestimabile a cui dobbiamo tenere molto perché la vita è una sola e non si può avere due volte ed è per questo che si deve riuscire a viverla serenamente poiché la pace, la gioia, la bontà inizia nei piccoli luoghi, inizia da noi”, scrive a 11 anni.

Due anni più tardi scrive: “Questo è quello a cui aspiro di più, vivere una vita che valga la pena di raccontare, o comunque abbastanza dignitosa da poterlo fare. Mi preparo ad affrontare le difficoltà di questa con serenità e forza e continuare in quello in cui credo e ho passione, fino ad ottenerlo, così da non dovermi recriminare nulla quando sarò adulta”.

A 14 anni scrive: “Saper guardare le piccole cose con attenzione apprezzandole ognuna come un grande dono di Dio così come saper guardare serenamente alle grandi cose della vita non potrà che condurre lontano, nel Regno dei cieli”.

Marianna vive ogni momento come se fosse l’ultimo: “Come vivrei questo momento se oggi fosse l’ultima volta che incontro questa persona? E se questo scritto, o questo regalo o questa attività, fosse l’ultimo della mia vita?”.

Nell’estate del 2010, Marianna sente che la sua vita sta per giungere alla fine e lo confida più volte a sua madre. La notte del 18 agosto 2010, di ritorno da una serata in compagnia dei suoi amici, l’auto sulla quale Marianna viaggia insieme ad altri due suoi amici si schianta contro un pilastro, a pochi chilometri da casa. Marianna muore così, improvvisamente, all’età di 18 anni, lasciando nei cuori di chi l’ha conosciuta il ricordo della sua bellezza semplice e della sua straordinaria gioia di vivere.

(testi tratti dal libro Un mondo a colori. La storia di Marianna)

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Guarda il docufilm sulla storia di Marianna Boccolini.