Santi

«Rallegratevi ed esultate» (Mt 5,12), dice Gesù a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua. Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. (dall’esortazione apostolica “Gaudete et Exultate” di Papa Francesco)

In questa pagina troverai le storie di alcuni giovani che non hanno avuto paura di puntare in alto e che vogliono dire anche a te, oggi, che la santità è davvero possibile.


ANDREA MANDELLI: LA MALATTIA COME STRADA VERSO LA SANTITÀ

Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. […] A volte la vita presenta sfide più grandi e attraverso queste il Signore ci invita a nuove conversioni che permettono alla sua grazia di manifestarsi meglio nella nostra esistenza «allo scopo di farci partecipi della sua santità» (Eb 12,10). Altre volte si tratta soltanto di trovare un modo più perfetto di vivere quello che già facciamo […]. (Papa Francesco, GE 16-17) 

 
Andrea Mandelli nasce a Lucca il 3 febbraio 1971.

Quarto di sette fratelli, vive con la famiglia a Brugherio dove partecipa alla vita della parrocchia e del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, senza costrizione ma per un suo naturale interesse.

Andrea è un ragazzo tranquillo, positivo, sempre disponibile, con una grande passione per la vita che si manifesta nel suo interessarsi a tutto e nel suo giocarsi fino in fondo. Ama molto la montagna, dove si reca spesso con i fratelli e il padre o con il gruppo della parrocchia per passarvi le vacanze invernali ed estive.

Andrea riesce bene in tutto, tranne che nello studio. A scuola, infatti, fatica ad avere risultati brillanti, un po’ per pigrizia, un po’ perché ritiene che studiare sia un’attività non conforme ai suoi desideri. Nonostante ciò, è molto stimato dai suoi compagni e anche dai suoi professori. Si fa promotore, insieme ad altri studenti, del carisma di Comunione e Liberazione all’interno dell’ambiente scolastico: è sempre il primo quando si tratta di organizzare incontri e/o momenti di preghiera per i giovani studenti di CL.

Durante la sua giovinezza, Andrea instaura molte amicizie. Una sua amica ricorda: “Era bello stare con lui, era sempre una gioia perché per lui tutto era un dono e mai una fatica. […] Ci divertivamo tanto perché era tutto importante. Era tutto giudicato da quel suo grande desiderio di Mistero e di rapporto con l’Infinito”.

In terza liceo, Andrea si traferisce all’Istituto Sacro Cuore di Milano. È un cambio radicale: aiutato dal rettore e dai suoi professori, in lui rifiorisce il gusto per lo studio, che diventa così una parte importante della sua vita. Nello stesso tempo, si fa strada la malattia che insorge con un dolore al calcagno e che, in breve tempo, si mostra come un tumore osseo molto grave.

Andrea viene ricoverato. All’amica Marina che va a trovarlo dice: “Marina, abbiamo poco tempo, non sprechiamo il tempo che abbiamo!”.

Andrea continua a vivere tutto con la stessa intensità di prima. Il suo modo di vivere la malattia colpisce tanti: familiari, compagni, amici, professori, conoscenti. Racconta la madre: “Quando ha cominciato a non star bene, ad aver male al piede, e si è man mano chiarita la malattia, c’è stato un movimento di cuori che ha dell’incredibile. Lui ha incontrato la presenza di Dio in volti di persone che gli volevano bene. Erano gli adulti che lo seguivano a scuola, i suoi compagni, i suoi vecchi amici, i medici che si sono prodigati in mille modi per aiutarlo, i fratelli e noi, con cui è nato un rapporto nuovo e più vero: Andrea ha proprio incontrato il Signore. Si sentiva dentro a quell’amicizia grande che lo sosteneva”. Anche la sorella di Andrea, Marta, ricorda: “Paradossalmente il periodo della sua malattia è stato di una intensità pazzesca e di grazia. Tra di noi in famiglia tutto ruotava intorno a questo fatto, ma il babbo e la mamma non ci hanno mai trasmesso di vivere questo come una cappa che fosse venuta a soffocare la nostra vita. Era una circostanza data che ha portato una fioritura di rapporti, di amicizia, di occasioni, di bellezza, di profondità”.

Con coraggio Andrea decide di seguire il Signore per questa strada, affrontando con serenità ciò che quotidianamente Dio gli chiede. Sua madre ricorda ancora: “Andrea diceva che l’unica cosa che vale è il momento, è lì che vivi la grandezza del tuo cuore. Ciò che il Signore ti dà da vivere, che è bene per te, è nel presente, non nel progetto futuro. Non è fare cose straordinarie, ma fare ogni piccola cosa dicendo quell’“accada di me” che diceva la Madonna. Ai suoi amici voleva dire che se a lui era chiesto quel cammino, a loro sarebbe stato chiesto altro, ad esempio studiare. Andrea accettava il suo, senza fare niente di straordinario, perché fosse chiaro che sia che mangiate sia che beviate sia che siate in un letto la vostra vita è per Cristo, è perché cresca la presenza del Signore, perché sia chiara la ragione tra noi. Questa ragione è proprio ciò che ci lega e muove: nostro Signore. Anche il modo diverso di guardare i suoi amici come le persone che aveva intorno in ospedale è maturato in Andrea in ultimo, quando il suo “sì” detto al Signore è stato più consapevole. Allora poteva godere delle piccole cose, come il mangiare la pizza insieme a qualche altro ragazzo in reparto o giocare con i bambini. Piccolissime cose che avevano dentro l’infinito”.

Andrea non ha paura, è felice di fare la volontà del Padre. Così dice all’amica Paola: “Paola, è così semplice fare la Sua volontà, basta seguirlo”. Riconosce sempre più la presenza del Signore nella sua vita: “Il cambiamento non è diventar buoni ma è la Sua Presenza. Beato, non più infelice, perché puoi dire tu a Cristo. Chiedo al Signore di prendermi finché ho questa certezza. […] La preghiera è riconoscere una Presenza. La memoria è ciò che mi permette di vivere una Presenza”.

Durante un incontro con i cresimandi della parrocchia, Andrea porta la sua testimonianza: “Ho tanti progetti ma mi rendo conto che il Signore ne ha altri su di me; l’importante è dargli credito. Il Signore, presente dentro la compagnia dei miei amici, mi sta cambiando la vita. Lo Spirito Santo non è l’accadere di un “miracolo” ma per me è stato restare legato ad una compagnia con dei volti precisi. Questo dà significato nuovo al dolore, alla fatica, alla malattia… Vi prego, date credito al fatto che Cristo cambia la vita! Chi resta dentro, anche se ha capito pochissimo, impara e cresce moltissimo. Io sono molto aiutato dagli amici che ho incontrato, soprattutto a partire dalla Cresima: magari è un’amicizia con gente semplice, magari antipatica, ma che mi aiuta ogni giorno a fare memoria del Fatto incontrato”.

È durante il tempo della malattia che Andrea esprime con chiarezza il suo grande desiderio: “Voglio diventare santo”. In lui esplode la vita: con entusiasmo e voglia di fare, non si tira indietro da nulla. Ricorda una sua amica: “Andrea non tagliava mai via niente della vita: era tutto molto chiaro ed esplicito. La malattia non era un impedimento, ma un’occasione per andare più in fondo nell’esperienza cristiana. Ripeteva costantemente questo suo grande desiderio di diventare santo. Mi è rimasta nel cuore la consapevolezza con cui lo esprimeva ed è riemersa in me come domanda tante volte. È come se Andrea volesse “prendere tutto”. Un giorno, uscendo da scuola, mi aveva raccontato che lui prima di ammalarsi aveva chiesto al Signore di fargli vivere tutte le cose con radicalità ed essere felice. Poi è arrivata la malattia, che considerava una risposta al suo grande desiderio che aveva posto nelle mani del Signore”.

Andrea capisce che la malattia è il luogo in cui poter amare Cristo. Ai suoi professori dice: “Voi mi volete bene, ma avete un po’ pietà di me, come si ha per uno che è malato. Invece io attraverso la mia malattia ho incontrato Gesù. Quindi sono la persona più felice che c’è. Io sono la persona più felice del mondo”. Attraverso la malattia, Andrea approfondisce il suo desiderio di una vita totale per Cristo. All’amica Marina dice: “Mari, la vita può essere lunga o breve, ma tutta la vita vale per l’istante in cui abbiamo incontrato Cristo”. E all’amica Silvia dice: “Vedi, Silvia, io da questa malattia ho imparato l’obbedienza a Gesù, perché non posso decidere quello che faccio nel giro di un’ora. Perché se mi viene la febbre non posso fare quello che avevo deciso. E così ho imparato ad obbedire a Gesù in ogni momento”.

Durante le terapie, seppur debilitato, Andrea non rinuncia alla sua vita attiva di sempre: con i suoi amici e compagni di Gioventù Studentesca si rende disponibile per diverse opere di volontariato. Ricorda un suo amico: “Rispetto alla fatica c’era una gioia in Andrea che derivava dalla consapevolezza chiara che ogni istante può essere un incontro con Cristo”. Per Andrea vivere l’istante è vivere pienamente, senza lasciarsi sfuggire nulla: “La differenza sta non in ciò che fai, ma in “come sei” in ciò che fai”.

Ai suoi amici, Andrea trasmette l’entusiasmo della vita e spesso ripete: “Ciò che accade nella vita è la cosa giusta per ciascuno, per poter crescere. E non c’è da chiedere altro”.

La malattia avanza. Nel settembre 1990, prima dell’inizio della scuola, Andrea scrive una lettera ai suoi compagni: “Carissimi, a cosa serve la vita se non per essere data? Io adesso sono a completa disposizione. Non devo più decidere. Chiedere al Signore la forza di sopportare ancora un po’ di fatica, questo sì e lo chiedo e devo chiedere tutti gli istanti. Ma a questo punto è tutto nelle Sue mani. Forse per i dolori che oramai si fanno insistenti, mi sembra che si sia arrivati ad un momento decisivo, se non alla fine. Anch’io voglio essere pronto in ogni istante. […] Voglio concludere ogni cosa per poter non far altro che aspettare”.

Il mese seguente, il 6 ottobre, consapevole del poco tempo che gli rimane, Andrea scrive quest’altra lettera: “Quel che conta accade. L’unica cosa che conta è il momento. È in forza di una unità che si può stare da soli. Sembra che io stia facendo qualcosa di straordinario, di eccezionale o di eroico. Invece non è vero. Perché se Dio mi dona qualcosa che ci risveglia è perché sia chiara la ragione fra noi. Se Dio ci dà questo è perché la nostra vita sia totale. Bisogna dire un SI a Cristo che sia totale. La pienezza della vita sta nella verginità e nella morte. Ne sono gli atti supremi”.

Negli ultimi giorni di vita Andrea ripete spesso: “Il senso della vita è uno solo: è Cristo. E Cristo vince”.

Andrea muore la notte del 29 novembre 1990, vigilia della festa di sant’Andrea, pronunciando queste parole: “OK, va bene, andiamo!”.

Appena Andrea muore, la madre invita i presenti a recitare l’Angelus. È lei che consola gli amici di Andrea: “Non dovete piangere, perché in questo momento lui sta abbracciando Cristo, abbiamo consegnato Andrea tutti insieme tra le braccia di Cristo”.

(testi tratti dal libro Ti regalo la mia molla. La vita di Andrea Mandelli)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Andrea.

MARTA BELLAVISTA: UNA VITA ALLA RICERCA DELLA VERA FELICITÀ

Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinchè sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23). […] Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, troverai tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità. Il Signore l’ha colmata di doni con la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita delle comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore, «come una sposa si adorna di gioielli» (Is 61,10). (Papa Francesco, GE 15) 

 
Marta Bellavista nasce a Cesena il 19 ottobre 1983.

Insieme ai genitori e ai fratelli cresce a Rimini, dove vive la sua infanzia e la sua gioventù sollecitata da un ambiente vivace e solido, intessuto dall’esperienza cristiana, vissuta all’interno della comunità locale di Comunione e Liberazione.

Dopo gli studi classici, si iscrive a Lettere moderne all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È qui, nell’ambiente universitario, che fiorisce pienamente quanto seminato dalla famiglia e vissuto a Rimini con gli amici di Gioventù Studentesca (gli studenti superiori di CL). In università stringe rapporti forti e significativi con alcuni amici e adulti, che diventano per lei un riferimento sicuro per giungere alla conoscenza del volto di Cristo.

Marta ha un carattere intraprendente e schietto che le permette di vivere intensamente ogni cosa; in lei arde un profondo desiderio che investe tutto, dalla sua passione per la danza, allo studio, agli amici. Desiderio che si racchiude in un’unica insistente domanda: quella di essere felice.

Il 24 febbraio 2003, durante il suo primo anno di università, scrive nel suo diario: “Scrivo perché non riesco a dire a nessuno quello che sto vivendo in questo periodo di università. Provo tutto, sento tutto, vivo tutto! Desidero essere felice ma spesso le circostanze che vivo me lo impediscono! Ho tante nuove amicizie, appena sbocciate, per le quali sono grata a Dio che continuamente attraverso loro mi richiama a tenere quegli occhi aperti davanti alla bellezza della vita! Ho il cuore a pezzi e non so perché, ho continuamente qualcosa nello stomaco, qualcosa dentro che non mi fa stare tranquilla! Momenti di tristezza sono all’ordine del giorno ma devo riconoscere che Tu Gesù ti riveli a me ogni momento o attraverso il volto di un amico o nelle parole del libro che sto studiando… in tutto, in ogni cosa e io nella mia piccolezza solo raramente ti riconosco! Gesù rivelati a me, donami un cuore puro, semplice, pronto ad amarti in ogni istante, un cuore che brami Te, solo Te! Ho paura sempre di tutto, a volte vorrei scomparire, mi sento a disagio spesso con le persone perché ho sempre paura di quello che possono pensare di me! Il ricatto è una brutta cosa! Desidero cose vere, è un’urgenza quella che ho dentro, è un grido. Ogni giorno è una continua ricerca. Ho paura che le persone a cui tengo veramente non corrispondano questo bene per me che io sento per loro: è un bisogno, una necessità per me essere voluta bene. Non mi attira l’amicone, ma l’amico vero. Non mi basta più l’amicizia superficiale, io desidero che l’amicizia diventi un aiuto serio e concreto per seguire Te, Gesù. Desidero che tutto mi parli e mi faccia aprire gli occhi! Io sono fatta per la Grandezza! Ho bisogno di imparare a volermi bene, a stimarmi per quello che sono, allora forse le cose cambierebbero un po’ per me, comincerei a fregarmene di quello che possono pensare gli altri di me e probabilmente mi farei meno problemi. È ora di crescere, Marta! […] Da quando sono piccola la domanda di essere felice l’ho sempre avuta forte. […] La mia famiglia è sempre stata la mia forza in ogni momento della mia vita, nei momenti brutti e belli, in quelli importanti, dolorosi che mi hanno fatto crescere. Madonna io ho speranza in te! […] Gesù mi affido a te, sono nelle tue mani, fai Tu quello che non riesco a fare io. Rendimi felice, Gesù! Lieta…”.

Dopo la laurea triennale, Marta si iscrive alla specialistica in Filologia moderna. Sta frequentando il primo anno quando, nel novembre 2006, giunge fulminea la malattia. Scrive nel suo diario: “Tutto è iniziato il giorno 10 novembre 2006: mi trovavo in università a studiare il mio esame di Architettura moderna quando, intorno alle 17.10 del pomeriggio appena uscita dal bar dell’università per comprare la merenda, ho iniziato a sentire dei forti dolori all’addome, in particolare nella parte destra. […] mi è stato consigliato di andare in ospedale”.

Marta viene ricoverata. Scrive ancora: “Il 15 novembre, sono venuti nella mia camera i miei due chirurghi, perché avevano bisogno di parlarmi. Il dottor Foschi mi ha detto: «Marta, noi non sappiamo cosa hai e perché ti è successo. Dagli esami si vede una grossa massa tra rene e fegato, potrebbe essere una sciocchezza oppure qualcosa di molto più serio come un tumore. Sai, bisogna tenere conto di tutte le possibilità. Per scoprirlo dobbiamo aprire, dobbiamo operarti. Ti opereremo d’urgenza perché dagli esami si vede che hai un calo di emoglobina, hai un’emorragia interna». Poi mi ha detto: «Sei proprio un caso raro, in anni di lavoro non mi è mai capitato un caso del genere». Io ho risposto al dottore: «Ha ragione a dire così, io sono un pezzo unico». Appena i dottori sono usciti dalla mia camera la paura è salita: non avevo mai frequentato ospedali, se non per un prelievo del sangue due estati prima e adesso dovevo essere operata d’urgenza. È stato un mercoledì sera molto difficile, continuavo a chiedermi: “Perché? Come è possibile?”. Non trovavo spiegazioni ma avevo al mio fianco, da una parte e dall’altra del mio letto, Anna e Silvia che mi guardavano in silenzio e sorridevano, mi facevano compagnia; io piangevo, le guardavo continuamente negli occhi e non ero disperata, non lo erano neanche loro. […] Alle ore 10.45 sono entrata in sala operatoria. Mentre preparavano l’anestesia per me ed io ero stesa sul lettino non riuscivo a pensare a niente, avevo paura, da un giorno all’altro ero stata travolta da un fatto assolutamente misterioso e per questo straordinario. Prima di addormentarmi un giovane medico mi ha detto: «Pensa ad una cosa bella, così la sogni mentre dormi». Io gli ho chiesto se per piacere poteva farmi un segno di croce sulla fronte. Appena me lo ha fatto e mi ha lasciato sola per un attimo, ho iniziato a piangere e ho detto: «Signore, per la Tua gloria». Mentre lo dicevo mi sono accorta che avevo tutte e due le braccia aperte e le gambe chiuse: mi sono vista in croce, ero in croce, in croce con Lui, in croce per Lui. Mi sono subito addormentata”.

Durante l’operazione, le viene asportato il rene destro. I medici confermano che si tratta di un tumore in stadio molto avanzato. Ma Marta non ha bisogno di alcuna terapia, perché fin dai primi controlli, eseguiti dopo l’operazione, risulta inspiegabilmente guarita.

Marta così riprende gli studi. Contemporaneamente, continua il suo cammino di ricerca della verità e dell’amore a Cristo. Ad un incontro di universitari della Cattolica, interviene dicendo: “Ho scoperto che neanche un miracolo può soddisfare il mio cuore. Ho un grandissimo desiderio di essere felice. Ho bisogno di poter riconoscere sempre di più che tutto il desiderio che vivo di essere felice, di essere amata, di pienezza totale coincide con la volontà di Dio. Perché questo io l’ho vissuto nella mia malattia: mentre ero in ospedale e dovevo essere operata e dopo l’operazione, il mio cuore non ha mai smesso di desiderare di essere felice nel dolore, di desiderare tutto; ed è successo, ero sorprendentemente contenta e non vedevo l’ora che arrivasse mattino per vedere cosa mi sarebbe accaduto nella giornata; tutto era sorpresa. È stato possibile, è possibile e non posso più tornare indietro. La mia vita adesso, più di prima, è diventata profondamente drammatica, ho un desiderio immenso che mi brucia dentro, che mi fa tremare e mi fa chiedere: Tu che mi hai ridato la vita una seconda volta, tu che mi hai salvata, cosa vuoi da me? Perché mi hai donato tutto questo? Perché mi fai desiderare tutto così potentemente? Tu che mi puoi togliere e mi puoi dare tutto, continua a mostrarmi il tuo amore e permetti che io non ti resista ma mi abbandoni totalmente a te. Io sono in ginocchio, sto vivendo in ginocchio e il dramma più grande che vivo ogni giorno è lasciarmi amare ancora, donarmi completamente, non avere paura di desiderare tutto, non avere paura della potenza del mio desiderio. Quello che voglio imparare a dire con sempre maggiore convinzione e certezza è: sia fatta la tua volontà, non la mia, ma la tua volontà, questa è l’unica strada che vedo possibile per me per poter vivere il centuplo qui sulla terra e per l’eternità nei cieli”.

Marta ripete spesso: “Io voglio tutto”. Riconosce sempre più chiaramente che ciò che rende la sua vita vera nel profondo è il rapporto con la presenza di Cristo, conoscerlo e amarlo: “La cosa che chiedo quando mi alzo è «Conquistami». Non ho un desiderio più grande. Io voglio stare con Gesù”.

Nel suo cammino quotidiano, Marta riconosce la presenza di Dio dentro ogni circostanza, lieta o dolorosa che sia, e il suo inarrestabile desiderio di felicità si concretizza in abbandono fiducioso e consegna radicale di sé al Padre: “È davvero grande il desiderio che ho di amare Gesù, di poter immedesimarmi con Lui… e di lasciarmi amare così come sono abbandonandomi fra le Sue braccia” scrive. E ancora: “Ho visto che le cose non mi bastano, io voglio essere felice, voglio una pienezza totale, è l’unica cosa che desidero più di tutto”.

Nel settembre 2008, Marta riceve un incarico come insegnante di sostegno a Gallarate. La sua vita sembra prendere un nuovo ulteriore sviluppo, ma questa corsa subisce ancora una brusca svolta. La malattia riaffiora, all’intestino e al fegato. Da subito, per Marta, questa diventa l’occasione per vivere quella “pienezza totale” che tanto desidera, senza mai cedere allo sconforto. Scrive ad una sua amica: “Io sono agitata e ho paura ma allo stesso tempo mi scopro lieta e fiduciosa, ricca di tutta la mia vita fino ad ora e dell’abbraccio forte che mi sta stringendo ogni giorno, attraverso le persone che Dio mi mette continuamente vicino. Non sono mai sola. […] Gesù vuole che io porti la Sua croce e il Suo sacrifico, con Lui e per Lui. […] questa è la mia vocazione. Accade per la nostra conversione, per la conversione di tutti”.

Marta è cosciente che c’è un Bene da vivere fino in fondo. Il modo con cui affronta anche questa nuova prova colpisce e cambia la vita di tante persone, che si danno il cambio per accompagnarla alle visite in ospedale e alla Messa quotidiana, a cui lei tiene particolarmente.

A scuola, nonostante la malattia e pur essendo alle prime armi, Marta si impegna con tutta se stessa, diventando un punto di riferimento per alunni e colleghi. La sua presenza non passa inosservata. Con lei le cose cambiano, tanto che la vicepreside spesso esclama: “Marta, sei entrata!” per indicare il clima vivo e gioioso che genera in classe.

Marta comprende che il suo compito è quello di contribuire a edificare, con la sua vita, quella della comunità cristiana. Scrive nel suo diario: “Io sto offrendo a Dio questa malattia per i miei amici, poi ci pensa Dio cosa farne… qualcosa lo vedo già, qualcos’altro lo vedrò in cielo…”. E ancora: “Ho molto la domanda di capire cosa vuol dire che la mia vocazione è la mia malattia e poi perché. È una cosa strana, uno, quando si parla di vocazione, pensa a una forma precisa, o matrimonio o verginità. Perché io questa? A me sembra di capire che la vocazione è nell’istante. Posso dire che durante questo anno sono cambiata offrendo: è cresciuta la coscienza che quel che vivo può incidere nel mondo. Io desidero un possesso vero di tutto…”. Scrive anche ad una sua amica: “Sto scoprendo che l’offerta è una cosa bellissima, è una preghiera potente: offrire la mia malattia per le persone che amo e non solo, cambia me ed è una preghiera ascoltata da Dio. Tutti possono offrire a Dio quello che vivono, in qualunque condizione si trovino, poi ci pensa Lui come usare la nostra offerta”.

Dopo un anno di cure, le condizioni non migliorano. Nell’estate del 2010, Marta affronta il trapianto del midollo osseo. L’operazione riesce bene, ma gli effetti non sono quelli sperati. Marta continua a peggiorare, fino a quando, nella notte dell’8 ottobre 2010, a soli 27 anni, si spegne nell’abbraccio del Padre.

Un mese prima di morire, Marta arriva a dire: “Per me Gesù è «Io sono Tu che mi fai». La cosa più evidente è che siamo oggetto di un amore infinito, un Altro ti ha voluto e ti vuole bene. […] Per essere felici occorre amare Lui più di tutto, sopra ogni cosa e questo ti fa amare tutto, più intensamente. Io amo tutto, tutto della mia vita, da quando sono nata fino ad adesso. La vita è gioia e dolore ed è così perché l’ha fatta così Gesù, è per questo che dico sì alla mia malattia. Uno si lava, si veste bene, sceglie delle cose belle, ha cura di sé perché un Altro ha cura di lui. Questo succede per grazia […]”. E, parlando della sua vita, afferma: “Mi è stato risposto e mi è sempre stato dato di più… io sono la prova vivente che Dio non inganna”.

Una delle sue amiche più care ricorda: “Ci siamo trovate il giorno del funerale e ci siamo accorte che non eravamo lì a ricordare un’amica che non c’era più. Non so spiegarlo. Ma non si trattava di una fine. Tra noi era chiaro. Si percepiva, nelle parole, negli sguardi, nelle sensazioni. Ce lo siamo anche detto esplicitamente, stupite. Marta era viva come non mai”.

(testi tratti dal libro Marta Bellavista. Voglio tutto)

FILIPPO GAGLIARDI: EDUCATORE, MARITO, PADRE A SERVIZIO DEGLI ALTRI

Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. […] Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. […] Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. […] Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. (Papa Francesco, GE 14) 

 
Filippo Gagliardi nasce il 5 marzo 1983 a Verbania.

Fin da piccolo è un ragazzino affettuoso, allegro, brillante, spiritoso, molto apprezzato e benvoluto da tutti; gli piace studiare e stare in compagnia. Contemporaneamente alla scuola, è impegnato nello sport e in oratorio, che frequenta assiduamente anche grazie ai suoi genitori, coinvolti in diverse attività parrocchiali.

Nel maggio 2002, in quinta superiore, Filippo conosce Anna, di tre anni più giovane: partecipano alle Giornate mondiali della Gioventù, compiono con un gruppo di amici il cammino di Santiago e sono presenti nelle iniziative delle Sentinelle del mattino.

Nell’autunno 2005, la separazione dei genitori sconvolge la vita di Filippo: questo evento gli procura una grande sofferenza e una grande rabbia, tanto da mettere in discussione la sua relazione con Anna: “Anna, se non ce l’hanno fatta loro, anche noi falliremo. Che senso ha stare insieme?” Con l’aiuto della stessa Anna e di don Fabrizio, suo amico, capisce che non ha senso mettere in discussione tutto e che con le loro sole forze forse fallirebbero: “Con quello che abbiamo costruito insieme e con l’aiuto del Signore, ce la faremo”.

Nel maggio 2009, Filippo vive un’esperienza con le Sentinelle del mattino che cambia radicalmente il suo modo di vivere la fede e che lo aiuta a vivere le cose in modo più leggero. Suo papà lo ricorda così: “Dopo quell’esperienza ho notato in Filippo un cambiamento profondo. Me ne sono accorto soprattutto nei rapporti con sua mamma che, dopo la nostra separazione, sono sempre stati molto difficili. Tuttavia, dopo le Sentinelle ho visto in lui maggiore serenità e apertura. Prima era un bravo ragazzo, che faceva cose anche positive, ma lì ha fatto un salto di qualità. Non solo faceva le cose seriamente come sempre: oserei dire che mi sembrava le facesse con amore”.

La crescita nella fede spinge Filippo a mettersi in gioco molto di più anche con i ragazzi dell’oratorio, che non esitano ad aprirsi con lui senza paura di essere giudicati. Filippo ha una grande capacità di osservazione e di ascolto che, unita all’affetto, alla disponibilità e a un grande rispetto per la libertà dell’altro, lo fanno un educatore molto cercato dai ragazzi. Don Fabrizio ricorda: “Filippo era contento perché aveva realizzato una cosa: che Dio lo amava. Davanti a questa scoperta aveva deciso che lo avrebbe detto con la sua vita a tutti. Ogni occasione era buona per dire agli altri che forse nella loro vita c’era una speranza in più, una possibilità in più, una luce che avrebbe potuto far vedere le cose in modo diverso. Questo riusciva a farlo vivendo una fede semplice, frequentando i sacramenti e pregando. Per lui l’oratorio era una fonte a cui attingeva sapendo che sarebbe andato in mezzo al deserto. Ma sapeva anche che quell’acqua che aveva dissetato lui poteva dissetare anche altri”.

Il 15 settembre 2012 Filippo e Anna si sposano e subito parlano della possibilità di avere un figlio, ma Filippo non si sente ancora pronto. Una domenica pomeriggio di metà dicembre, Filippo si ferma in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Al termine, confida a don Fabrizio: “Fabri, oggi ero venuto qui per riflettere sul mio modo di vivere il matrimonio: certe cose le capisci solo davanti a Lui!”. Torna a casa e, senza dire niente, raggiunge Anna in cucina e la abbraccia: “Amore, credo di essere pronto per avere un bambino”. Dopo tre settimane, Anna è già incinta.

La loro famiglia diventa un punto di riferimento per i tanti ragazzi dell’oratorio; Filippo e Anna, infatti, decidono di continuare a portare avanti i rispettivi gruppi anche dopo il matrimonio.

Nell’estate del 2013, Filippo inizia ad accusare alcuni fastidi allo stomaco. Siccome il dolore aumenta giorno dopo giorno, il 15 agosto, insieme ad Anna, si reca al Pronto Soccorso per i primi accertamenti che rilevano del liquido sospetto nell’addome. I medici consigliano a Filippo di tornare il giorno dopo per fare altri esami. Anna ricorda così quel giorno: “Nel pomeriggio abbiamo fatto una passeggiata, ma il chiodo fisso era sempre quello. I medici ci avevano invitati alla calma, ma il pensiero che potesse trattarsi di un tumore ci spaventava. Nonostante lo vedessi teso, Filippo continuava a dirmi che io dovevo stare tranquilla, che probabilmente si trattava di un’infezione”. Il giorno dopo tornano in ospedale pieni di paure e interrogativi. La Tac, oltre al liquido, evidenzia anche la presenza di alcune masse nell’addome. La situazione precipita. Anna ricorda: “Ci guardavamo disorientati, come se fossimo stati scaraventati in un luogo lontano da tutti, dove non sapevamo cosa stesse succedendo, dove saremmo arrivati e quando”.

Filippo viene ricoverato, lo aspettano tre settimane intense. Fatica a capire quel Dio in cui ha sempre creduto, adesso che deve fare i conti con un tumore. Lui, che ha appena 30 anni e ha sempre avuto una salute di ferro, che si è sempre impegnato nell’oratorio, che, dopo tanto tempo, è finalmente riuscito a sposare Anna e che è al settimo cielo perché è in arrivo il loro primo figlio.

Anna ricorda quei primi giorni difficili di ospedale: “Abbiamo pianto tanto, ci siamo arrabbiati con il Signore e sono partite un milione di domande: perché a noi e perché adesso, nel momento più felice della nostra vita? A un certo punto però, abbiamo capito che sarebbe stato inutile spaccarci la testa con questi interrogativi”.

Una mail li aiuta ad avere una prospettiva diversa: “Chiedervi il perché di quello che vi sta succedendo il più delle volte vi farà impazzire. Non avrete una risposta ai vostri perché, almeno finché siete su questa terra. Alcune cose sono più grandi di noi. Quello che vi consiglio di fare è chiedere a Dio di accettare e accogliere nella vostra vita questo cammino che avete davanti, ovunque vi porterà, e io pregherò per voi perché riusciate a compiere questo passo”. Ancora oggi, Anna non ricorda chi sia stato il mittente di questa mail.

Filippo resta colpito, sembra una risposta alle sue inquietudini. Quelle parole “accettare e accogliere” invadono il suo cuore come un fiume in piena. Nel dolore, gli fanno intravedere una luce. Sussurra ad Anna: “Finora non abbiamo pensato a vivere così questa situazione. Proviamoci”. In quel momento capiscono che, anche se non sanno il perché, alcune cose succedono, e pertanto cercano di affidarsi. Per la prima volta, come capiterà spesso nei giorni seguenti, pregano insieme.

Il tempo passa e Filippo capisce che giorno dopo giorno peggiora, si sente sempre più debole e i medici continuano a rimandare qualsiasi azione terapeutica in attesa di capire come muoversi. Filippo scrive a don Fabrizio: “All’inizio volevo dirgliene quattro… poi ho capito che Lui “carica” la croce su chi può sopportarla (anche se ne facevo a meno)… quindi gli ho affidato tutto: me, il piccolo e Anna”. Filippo non è arrabbiato, ha tante domande, ma ha deciso di affidarsi al Signore.

Tanti sono gli amici e i parenti che non lo lasciano mai solo e che ogni giorno gli fanno visita: tutti pregano per lui e per la sua guarigione. In parrocchia vengono organizzate delle veglie di preghiera alle quali partecipano anche tante persone lontane dall’oratorio e dalla fede.

Filippo, dal suo letto d’ospedale, continua ad essere per tutti l’amico sempre attento a ciascuno. Ricorda Daniele, da sempre suo amico: “In ospedale vedevo che non cercava di distrarsi, era concentrato sull’oggi, voleva capire quello che stava succedendo e viverlo fino in fondo per arrivare preparato. Si interessava alle persone più care, cercava di rispondere ai tanti messaggi, pregava. Faceva solo le cose essenziali. Spiritualmente era pronto: era lui a darmi la forza e a invitarmi ad affidarmi al Signore. Ma nella pratica, parlare con me di quello che sarebbe potuto succedere, senza imbarazzo o esitazione, lo ha aiutato a sfruttare bene il tempo trascorso con Anna, a cercare di vedersi anche da soli, a dirsi tutto”.

Filippo e Anna a volte pregano insieme: lei chiede la guarigione del marito, mentre lui prega per quel figlio che forse non riuscirà a vedere. Anna racconta: “Grazie a un consiglio di don Fabrizio a un certo punto della malattia, Filippo e io abbiamo iniziato a parlare solo delle cose essenziali”. I loro sms diventano più rari e sobri: si scrivono solo per andare dritto al cuore, come fa Anna il 2 settembre: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me (salmo 23)”. Dopo tre giorni, Filippo completa il versetto scrivendole solo queste parole: “Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Non vogliono sprecare parole inutili.

Nel frattempo, le analisi confermano che si tratta di un tumore, ma è necessario fare ulteriori esami per capire di che tipo sia il male. Filippo confida all’amico sacerdote: “Fabri, la porta si fa sempre più stretta e ho ancora offerto questo dolore per tutti voi”. E ad Anna ripete spesso: “Tu non devi preoccuparti per me, devi pensare solo a te e al bambino”.

Filippo non si rassegna e continua ad affidarsi, perché comprende sempre più che la cosa importante non è lo stare bene o il fare cose, bensì ancorarsi a quella roccia capace di essere approdo sicuro anche nel mare in tempesta: “Il Signore è la mia forza e io spero in Lui, il Signore è il Salvatore, in Lui confido non ho timor” ripete spesso nei suoi momenti di preghiera. Filippo fa sua anche una frase di Madeleine Delbrêl: “L’ubbidienza è fame di stare nelle mani di Dio”.

Un pomeriggio di inizio settembre Filippo chiede ad Anna di chiamare don Fabrizio, perché vuole confessarsi: “Fabri, sta iniziando l’ultimo combattimento della mia vita e voglio viverlo con cuore libero”.

Il 10 settembre Filippo si sottopone alla prima chemioterapia. Quel giorno Anna e Filippo non riescono a parlare, stanno insieme in silenzio. Prima però che lei vada via, Filippo riesce a sussurrarle una cosa importante che riguarda il bambino, perché sa che il giorno successivo lei si sottoporrà a una visita di controllo della gravidanza: “Ricordati di chiedere se c’è qualche rischio che il tumore sia trasmesso a Luca…”. Anna ricorda: “Non so se in quel momento intuisse quello che sarebbe successo, ma mi ha colpito che, in una situazione comunque difficile, Filippo riuscisse ancora a pensare agli altri”.

Durante quella notte Filippo fatica a respirare e i suoi movimenti sono resi difficili dalla pancia gonfia. Giunge così l’alba dell’11 settembre e Filippo se ne va. Due giorni dopo la sua morte, arriva la diagnosi definitiva: tumore rabdoide extrarenale, un’aggressiva e rarissima forma di tumore pediatrico, che solitamente colpisce i bambini con meno di tre anni.

Al funerale partecipano centinaia di persone. Anna, con forza sorprendente e certezza incrollabile, legge davanti a tutti queste parole: “Caro Filly, qual è il progetto di Dio su di noi? Ce lo siamo chiesti parecchie volte in queste ultime tre settimane. Sono sicura che tu oggi lo sai già, perché te lo ha appena svelato. A me toccherà scoprirlo piano piano, perché sono sicura che tu mi aiuterai a capirlo. Già, perché un progetto su di noi Dio ce l’ha ben chiaro, perché nella vita le cose non capitano per caso, fatalità, sfiga o coincidenza, le cose succedono perché c’è sempre un disegno dietro tutto da comprendere… Grazie Filly perché mi hai insegnato tante cose: grazie perché mi hai insegnato a crescere e a fare progetti, quei progetti grandi che ci hanno fatto crescere insieme e fare scelte grandi. Quei progetti che ci hanno fatto vivere l’Amore, quello vero, quello forte, quello che rispetta e che aiuta a crescere, quello con la A maiuscola; grazie perché mi hai aiutato a capire nel profondo che cos’è il dono della fede e la potenza della preghiera, che ci insegna ogni giorno a guardare lontano e in alto verso Dio. Grazie perché mi hai mostrato ogni giorno cosa vuol dire affidarsi completamente a Dio in tutte le scelte che abbiamo fatto e che con il tuo aiuto dall’alto, continueremo a fare; grazie per il dono della vita che adesso respira nella mia pancia e che tra poco, in modo un po’ diverso, ti potrà conoscere. Ma tu ora non credere di poter stare lì a guardarci e non fare nulla. Hai dei compiti grandi che devi portare avanti […]. Hai il compito di accompagnare Luca nel cammino della sua vita; io lo farò da quaggiù, ma lui avrà il papà più speciale che si possa avere che lo aiuterà dal cielo, e so bene che lo farai; infine hai il compito di prendermi per mano, come fai di solito, e aiutarmi a crescere nella fede, a crescere il nostro bambino, a non avere paura di compiere scelte grandi e magari difficili, ad avere il coraggio e la forza di fondarsi ogni giorno nella roccia, in quella vera, perché qualunque cosa ci accada, nulla ci possa distruggere; ho sempre saputo di avere accanto una persona davvero speciale, adesso so per certo che accanto a me c’è un angelo speciale che non mi abbandonerà mai perché, come mi hai sempre ripetuto fino all’ultimo: io e te, insieme per sempre!”

(testi tratti dal libro «Volevo dirgliene quattro…» Storia di Filippo Gagliardi)

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Guarda la puntata di A Sua Immagine del 25/4/2015 sulla storia di Filippo.

ANGELICA TIRABOSCHI: UNA VITA A COLORI

«Ognuno per la sua via», dice il Concilio. […] Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza. […] Perché la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro. (Papa Francesco, GE 11) 

 
Angelica Tiraboschi nasce a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 22 novembre 1995.

È una ragazza normale, con pregi e difetti, che ama correre in bicicletta, uscire con le amiche, contemplare la bellezza della natura, leggere, scrivere, guardare la televisione e ascoltare la musica. Come tutte le sue coetanee, litiga con le compagne, piange per un insuccesso, disobbedisce ai genitori, eppure non si dà per vinta: vuole migliorare se stessa e il suo carattere, punta alla qualità alta della vita.

Ovunque Angelica è circondata da amicizie che coltiva con cura. Desidera vivere appieno ogni legame che costruisce volta per volta con una persona, per questo decide di non utilizzare i social per comunicare o per stringere amicizie, perché preferisce il contatto diretto. Diventa il punto di riferimento di molti suoi coetanei, ai quali insegna a vivere il presente, a valorizzare la propria vita e a non dare nulla per scontato: “È troppo breve il tempo che abbiamo e non vale la pena sprecarlo in cose tristi e inutili. Ogni vita è importante non per quanto dura, ma per l’intensità del suo passaggio”.

Angelica è anche una ragazza di grande fede. Vive con gioia il suo rapporto con Dio attraverso la preghiera, la partecipazione alla messa domenicale e ai sacramenti, e l’appartenenza al gruppo Shalom del Rinnovamento nello Spirito Santo. Anche a scuola, attraverso i suoi atteggiamenti, trasmette ai suoi compagni il suo amore per Gesù.

Si sente immensamente amata da Dio, per cui la sua fiducia in lui non viene mai meno. Questo cambia tutta la prospettiva del suo vivere quotidiano: non pensa più solo a se stessa, ma si fa dono per gli altri. È sempre pronta ad aiutare, senza mai pretendere nulla in cambio, con quel suo sorriso luminoso.

Angelica ha una grande voglia di vivere: vuole studiare, innamorarsi, progettare il futuro. Spesso ripete: “Non dobbiamo dare anni alla vita, ma vita agli anni”. Adora i bambini e non perde occasione per dare anche ai più piccoli una testimonianza di vita autentica con lo scopo di far loro conoscere Gesù.

Nell’estate del 2014, nonostante la preparazione degli esami di maturità, Angelica sceglie di fare l’animatrice all’oratorio estivo di Canonica d’Adda. È qui che fa il suo incontro con la malattia. Un giorno, un bambino le corre incontro per abbracciarla e subito Angelica sente una fitta al seno destro. Nei giorni successivi il dolore persiste e, così, si sottopone a diversi esami che rilevano la presenza di un tumore.

Angelica non capisce il senso di tutto questo, ma lo accoglie e lo accetta con speranza, senza domande né rivendicazioni, rimanendo serena e fiduciosa perché il Signore non fa mai mancare la sua forza. La potenza della vita e dell’amore sono superiori alle preoccupazioni del momento e, così, si lascia stravolgere i piani della sua vita, nella certezza che il Padre dà solo cose buone ai suoi figli.

Solo poche persone vengono a conoscenza della malattia di Angelica; è lei stessa a volerlo, perché non ama compatirsi: non vuole che gli altri soffrano e si preoccupino per lei. Questa scelta le permette di vivere la malattia con più serenità.

Da agosto a novembre Angelica si sottopone a diversi cicli di chemioterapia presso l’Istituto Europeo Oncologico di Milano, al termine dei quali, gli esami mostrano il totale assorbimento del tumore. A gennaio, però, il tumore ritorna. Angelica non si arrende: continua a camminare con Gesù, fidandosi completamente di lui e intravedendo in ciò che sta vivendo un progetto d’amore del Padre. Spesso ripete: “Si può superare tutto, se ci si arma di sorriso”. La sofferenza non riesce a smorzare la carica di amore e di vita presente nel suo animo. In una sua lettera scrive: “Non possiamo cambiare la direzione del vento, ma possiamo sistemare le vele in modo tale da raggiungere la nostra destinazione in Cristo Gesù nostro Signore”.

Angelica si confida spesso con suo padre. Nei primi tempi, quando il tumore sembra curabile, lo consola dicendo: “Papà, è la volontà di Cristo, non preoccuparti: la croce la porto io. Ma quando sono stanca, te la do per un po’. E poi la riprendo”.

In un biglietto indirizzato a lui nel giorno del suo compleanno, scrive: “[…] Penso che ogni uomo, almeno una volta nella vita, si trova ad affrontare questo incontro con la morte, sia essa reale o figurata, e ognuno è libero di decidere se scappare o affidarsi a colui che tutto può e dà forza! Dopo un po’, si impara e si incomincia ad accettare le sconfitte, a testa alta e gli occhi aperti, con la grazia che viene da Dio. Si iniziano a costruire le strade di oggi perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani e ci si abbandona a lui, quel Padre che ti incoraggia dicendoti che sei prezioso ai suoi occhi. Domando così al Signore di darmi la forza per portare la croce. Amen”.

Nel mese di luglio 2015 tutto sembra rientrare nella norma, ma dopo metà agosto il male torna a manifestarsi. Angelica, da alcuni giorni, si sente poco bene; insieme al papà, giovedì 27 agosto, si reca perciò all’ospedale per eseguire una TAC alla testa che rileva una metastasi alle meningi. In un attimo, a entrambi crolla il mondo addosso. Angelica è presa dallo sconforto, è confusa, prova dolore, angustia e tristezza, piange per la disperazione ma, allo stesso tempo, fa esperienza della tenera mano di Dio che la consola, e per questo è felice.

La sera seguente, il gruppo Shalom del Rinnovamento dello Spirito Santo di cui Angelica fa parte, si ritrova per l’adorazione eucaristica mensile. La liturgia di quel giorno offre il brano di Vangelo delle dieci vergini: «A mezzanotte un grido: ecco lo sposo! Andategli incontro!» (cfr. Mt 25, 1-13). Questa parola echeggia come “profezia” di un avvenimento che si sta compiendo.

Così il padre di Angelica racconta gli ultimi istanti di vita della figlia: “Il giorno della morte, sabato 29 agosto 2015, mi trovavo a Bergamo, all’Inps, per firmare le carte del congedo parentale di un anno per poter assistere Angelica. Impugno la penna, abbozzo la mia firma e in quell’attimo un fremito percorre tutto il mio corpo. Squilla il telefono. È il numero dell’ospedale. Mi si congela il sangue nelle vene. Mi dicono: «Corra subito perché stiamo perdendo sua figlia». […] Vado a casa a prendere mia moglie e poi, subito all’ospedale. Arriviamo, esco dalla macchina e corro con tutte le mie forze verso mia figlia. […] Apro la porta. Il mio tesoro è lì, nel letto, con le braccia aperte e i palmi delle mani rivolti all’insù. La corona del rosario accanto a lei. […] Angelica è volata in cielo proprio come aveva detto: senza disturbare nessuno. Qualche tempo prima mi aveva detto: «Non mi vedrai morire, lo farò in modo delicato». E così è stato”.

Angelica muore a 19 anni, così come ha vissuto: con dolcezza e coraggio, in punta di piedi, con la lampada sempre accesa in attesa dello sposo. Non si è mai rassegnata. Solo quando ha compreso che Gesù voleva così, non ha protestato, ma ha risposto: “Lo voglio anch’io”.

In uno dei suoi ultimi scritti, Angelica ci lascia queste parole: “[…] Perché non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima di averlo, perché non bisogna cercare le apparenze, possono ingannare; cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far brillare una giornataccia… cerca ciò che ti fa sorridere e abbracciare l’anima. […] Cogli ogni opportunità che la vita ti dà, perché se te la lasci sfuggire, ci vorrà molto tempo prima che si ripresenti. In questo mondo, nulla accade per caso… tutto è un disegno di Dio, quindi un bel giorno tutto avrà un senso. […] Dio dà all’uomo la libertà di essere artefice del proprio destino: ognuno di noi può commettere sempre lo stesso errore, può fuggire da ciò che non vuole, oppure abbandonarsi a Gesù Cristo nostro Signore e lottare per i propri sogni, accettando il fatto che non si presentano sempre nel momento giusto e che un giorno ci si ritroverà a dover portare con coraggio la propria croce. […] E, per chi crede, non serve un miracolo… il vero miracolo è continuare ad amare la vita nonostante le sofferenze, perché è sempre l’amore la chiave di ogni risurrezione!!! Solo allora capirai quanto è importante dire grazie a Dio per averti donato la vita, così come lui vuole, in ogni modo, circostanza, forma ed espressione”.

(dal libro Angelica Tiraboschi. Vivere a colori)

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Guarda la testimonianza del padre di Angelica.

Ascolta l’inno ufficiale per Angelica Tiraboschi “IL VISO. Dove nasce l’universo”.

NICOLA PERIN: CAMPIONE NELLA PARTITA DELLA VITA

Quello che vorrei ricordare con questa Esortazione è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste». (Papa Francesco, GE 10) 

 
Nicola Perin nasce il 2 febbraio 1998 a Rovigo.

Fin da piccolo, grazie alla testimonianza dei genitori e dei nonni, vive una fede gioiosa e concreta, fatta di piccoli gesti quotidiani e di attenzioni verso il prossimo. Ogni giorno ringrazia il Signore per il dono della famiglia e per il bene che riceve da loro.

Nicola è un bambino allegro, solare, sorridente, dotato di una straordinaria intelligenza, ma anche determinato in ciò che vuole. È curioso, pieno di voglia di vivere e capace di farsi voler bene.

A scuola ottiene sempre ottimi risultati, e le insegnanti e i professori lodano spesso la sua buona educazione e il suo comportamento altruista, in quanto è sempre pronto a dare una mano ai suoi compagni.

L’incontro con Cristo sconvolge la sua vita. Dal giorno della sua Prima Comunione vive un intenso rapporto con Gesù nella preghiera personale e nella partecipazione alla messa domenicale: per Nicola, Gesù diventa un amico, un punto di riferimento. Il sacramento della Cresima, poi, lo unisce più saldamente a Cristo, donandogli una forza speciale per testimoniare la fede.

Nicola è un grande appassionato di pesca (hobby ereditato dal padre e dai nonni) e rugby, sport che inizia a praticare all’età di 6 anni e dove, da ragazzo, fa parte della Monti Junior Rovigo, ricoprendo il ruolo di mediano di mischia indossando la maglia numero 9. Il gioco del rugby ha un ruolo importante nella sua vita poiché gli trasmette alcuni ideali fondamentali che faranno parte per sempre del suo DNA: nobiltà d’animo, lealtà, senso di responsabilità, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, altruismo, amicizia, impegno, gioco di squadra e coraggio.

Man mano che cresce, Nicola si dimostra sempre rispettoso e disponibile verso tutti, semplice e profondamente umile, attento agli altri, sempre accompagnato dal suo incoraggiante sorriso. A un amico confida: “Non possiamo dare niente di scontato nella vita, tanto meno l’amore. Quando mi alzo al mattino, dopo aver ringraziato il Signore per il dono di un nuovo giorno, gli chiedo di poterlo amare attraverso le persone che metterà sulla mia strada, senza nulla chiedere in cambio”.

Nicola crede fermamente nei valori ereditati dalla sua famiglia, quali la generosità, la fede, la purezza, il sacrificio: è sempre disponibile e accogliente verso il prossimo ed esigente con sé stesso nel perseguire le mete che si prefigge senza tirarsi indietro davanti agli ostacoli. Spesso ama ripetere: “Non conta quanto si dona, ma quanto amore si trasmette nel donare”. La felicità fa da sottofondo a ogni sua giornata, vuole vivere una vita piena di senso.

Il mondo della scuola e dello sport è il suo banco di prova dove, con grande entusiasmo, mette in pratica tutti gli insegnamenti ricevuti, andando spesso contro corrente. È stimato e apprezzato dai suoi compagni e questo gli permette di evangelizzare senza temere di essere criticato o deriso. Nonostante la sua giovane età, emana un fascino particolare che lo rende autorevole nella parola e nell’azione, facendo rimanere affascinati quanti gli si avvicinano.

Il 9 luglio 2013, all’età di 15 anni, inizia per Nicola una grande prova. Da alcuni giorni si sente più affaticato del solito, quindi si sottopone a diversi accertamenti e la diagnosi non tarda ad arrivare: leucemia. In un istante, la sua vita e quella dei genitori cambia. Nicola piange per giorni e vive momenti di ribellione e sentimenti di abbandono. Nonostante ciò, scrive a un amico: “Mi aspetta un’altra dura battaglia. Un’altra lotta. Un’altra partita da vincere. La vita è anche questo, ma chi supera questi momenti diventerà una persona forte, coraggiosa, che sa che cosa vuol dire soffrire per una giusta causa, che conosce il vero dolore e sa apprezzare i veri tesori della vita come la salute, l’amicizia, avere una famiglia al tuo fianco: io mi sento una di quelle persone. IO NON MOLLO!!!”

Da quel giorno comincia un lungo ricovero all’ospedale di Padova, che diventa, per lui e i suoi genitori, una seconda casa. Nicola affronta la malattia con una fiducia strabiliante nella Divina Provvidenza, sempre sorridente. A volte piange, ma non si ribella, non maledice: pur essendo chiuso in ospedale, è sereno. A sua madre confida: “Lotto ogni giorno per essere una persona serena. Ogni giorno provo a cercare la felicità in ogni cosa che mi è concessa di fare. Dipende da noi trovarla. Chi ci ha dato l’idea che per essere felici dobbiamo per forza avere tutto?”

È in questo momento che Nicola comprende fino in fondo quali sono le cose importanti nella vita: capisce che la vita può essere molto breve e che non va sprecata in cose inutili e senza senso. È lui, dal suo letto d’ospedale, a insegnare agli altri l’amore per la vita e la voglia di non mollare: “È compito di noi ammalati far capire ai sani quanto la vita è meravigliosa e degna di essere vissuta sino alla fine. Vivere e dare la vita è un grande dono”.

Il Vangelo diventa la guida nei mesi difficili della malattia. Nicola si abbandona a Dio, perché sa che il Signore gli è sempre vicino e questo gli permette di non perdere la speranza e di sopportare le avversità della vita. Si lascia amare da Lui che non delude mai anche quando sembra che le cose vadano tutte nel verso contrario; sa che la sua vita è abitata, e con quella Presenza cambia tutto.

Nell’ospedale di Padova continua a studiare, sia grazie agli insegnanti che fanno servizio in reparto, sia tramite Skype dove si tiene in collegamento con i professori di Rovigo; questo gli rende la vita apparentemente normale e la malattia a tratti più leggera.

Per Nicola, l’unica terapia alla malattia è il trapianto di midollo osseo; non si trovano però donatori compatibili e così si decide per suo padre: è lui, il 14 gennaio 2014, a donare a Nicola la vita una seconda volta. Per 50 giorni Nicola non può uscire dall’area trapianti, ma sopporta tutto con serenità e coraggio. Quando poi le cose sembrano andare meglio, ecco che la malattia si ripresenta. A novembre subisce un secondo trapianto di midollo e stavolta la donatrice è sua madre. Rimane nuovamente “segregato” nella sua camera d’ospedale per un mese, ma l’ottimismo e la speranza non lo mollano un istante. Ogni giorno rinnova il suo abbandono alla volontà di Dio: “So che Gesù mi è vicino, mi vuole bene e mi aiuta; faccio e accetto quello che decide lui”. Poco dopo la malattia ritorna, più forte che mai.

Il 4 luglio 2015 Nicola riceve il sacramento dell’Unzione degli Infermi che lo rafforza nella fede e nella lotta contro la malattia. Prega dicendo: “Signore, attraverso la forza del tuo Spirito ti chiedo di guarire la mia anima e se è nella tua volontà anche il corpo”.

Come quando era in salute, anche durante la malattia Nicola non pensa solo a sé stesso; quando prega insieme ai suoi genitori e al suo parroco chiede a Dio aiuto e consolazione per tutti coloro che sono ricoverati in ospedale.

Nicola attraversa tanti momenti dove sperimenta l’oscurità avvolta dal non senso, la “notte del silenzio”, ma non si lascia deprimere perché, nonostante tutto, mantiene viva la speranza di una vita nuova.

L’8 dicembre 2015 viene ricoverato per l’ennesima volta in ospedale: le sue condizioni di salute peggiorano di giorno in giorno. Il 22 dicembre, due giorni prima di morire, come ultimo gesto chiede a suo padre: “Mi aiuti a fare il segno della croce?” Non ha più le forze per compiere quel gesto, ma non vuole darla vinta a quella malattia che gli ha rubato il vigore del fisico ma non la speranza. Sente che il Signore è al suo fianco e questo gli dà consolazione: “Signore, voglio vivere e morire facendoti onore, come un vero figlio”.

Nicola si spegne la Vigilia di Natale del 2015 all’età di 17 anni.

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“Chi si sente già arrivato, già perfetto e non lascia più aperto il proprio cuore alle novità, vivrà un’esistenza neutra, senza colori, piatta, senza entusiasmo.”

“Sono sicuro che ciascuno di noi ha un talento, un’opportunità per dare senso alla propria vita. Bisogna guardarsi dentro e scoprire quello che a ognuno è stato dato in dono. Il tesoro è dentro di noi, non dobbiamo andare lontano per trovarlo.”

“La santità è amare la volontà di Dio. Non c’è niente di più facile e alla portata di tutti.”

“Ho sempre immaginato di diventare grande, che un giorno avrei avuto le rughe e i miei capelli sarebbero diventati bianchi. Ho sognato di fare una famiglia. La vita è così. Fragile, preziosa e imprevedibile. Ogni giorno che passa non è un nostro diritto, ma un dono che ci viene dato. Amo la mia vita, sono felice e in debito coi miei cari. Non so quanto tempo devo vivere, quindi non voglio perdere tempo a essere triste.”

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Guarda la testimonianza dei genitori di Nicola.

GIULIA GABRIELI: LA GIOVANE SPOSA DI DIO

Lasciamoci stimolare dai segni di santità che il Signore ci presenta attraverso i più umili membri di quel popolo che «partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità». (Papa Francesco, GE 8) 

 
Giulia Gabrieli nasce a Bergamo il 3 marzo 1997.

È una ragazzina normale, semplice e solare. Le piace ridere, giocare e divertirsi, ama la scrittura, la musica, la danza e lo shopping, ma soprattutto ama stare in rapporto con le persone, e questo la riempie di gioia. In più Giulia è davvero innamorata di Gesù: un amore che cresce in lei, giorno dopo giorno, sin da quando è bambina.

Il 1° agosto 2009, mentre con la famiglia si trova in vacanza al mare, Giulia si accorge di una tumefazione sulla mano sinistra; inizialmente si pensa ad una semplice puntura d’insetto ma, nonostante le creme cortisoniche, il gonfiore e il dolore aumentano. Così Giulia si sottopone a una serie di esami: la diagnosi risulta essere quella di tumore, un sarcoma tra i più aggressivi.

Giulia inizia la chemioterapia, che affronta sempre con il sorriso e con una straordinaria forza d’animo, senza mai arrendersi al dolore. Spesso è lei a far coraggio a familiari e amici, e chi la incontra resta abbagliato dalla luce che Giulia si porta dentro. Persino nei momenti più difficili Giulia riesce a prendere la forza dalla vita stessa: Se continui a pensare sto male, povera me, ti deprimi e stai sempre peggio! Se ci fai sopra una risata e dici: “Bene oggi è andata come è andata… adesso basta pensiamo al presente! Ora sto bene? Sì, allora mi godo questo momento. Ora sto male? Ok, preghiamo che domani io possa stare meglio”. Bisogna andare avanti, perché la vita è bellissima! La cosa che Dio ha creato, la cosa più bella al mondo è la vita!

Giulia non mette mai al centro la malattia, la “se stessa” malata; al primo posto per lei c’è sempre il Signore. Giulia desidera con tutto il cuore mettere al centro della vita il suo grande Amore e così lo sceglie ogni giorno, in ogni momento. Il risultato è che il suo grande Amore per Dio diventa una fonte inesauribile e contagiosa di incontri, di amicizie e di rapporti di comunione.

Persino con i suoi medici ha un rapporto bellissimo, tanto da chiamarli “i miei supereroi”. E tocca proprio a loro, un giorno dell’agosto 2010, il compito di comunicare a Giulia la recidiva del tumore e lei, come sempre, spiazza tutti e con il sorriso dice: “Non vi preoccupate! Se ce l’abbiamo fatta una volta ce la faremo anche la seconda, io sono pronta… Voi sarete sempre i miei supereroi!”

Ma anche per Giulia arriva il momento della prova, della tentazione, del rifiuto: “Ho passato dei momenti molto duri. In particolare, in un periodo in cui ho avuto una reazione di insofferenza a un farmaco, durata alcuni giorni. Ero arrivata a un punto cruciale: ero nervosissima, mi tremava tutto il corpo e piangevo tutto il giorno. Continuavo a dire ai miei genitori: «Ma Dio dov’è? Adesso che sto malissimo, ho addosso di tutto, Dio dov’è, lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori, perché non me li leva? Dov’è? Perché sta a guardare?». Ero arrabbiata, in quei giorni ho fatto una fatica tremenda a pregare, era proprio difficile. […] Allora sono andata nella basilica di Sant’Antonio e mi sono inginocchiata a pregare, tranquilla. Vicino a me c’è una signora, mai vista prima. Non ci avevo fatto caso. Mi alzo per andare ad appoggiare la mano sulla tomba del Santo e arriva questa signora. Arriva e mette la sua mano sopra la mia mano malata che, voglio farvi notare, non era fasciata, apparentemente era una bellissima mano normale. Non mi ha detto niente, ma aveva un’espressione sul volto, come se mi volesse comunicare: «Forza, vai avanti, ce la fai, Dio è con te». […] Sono entrata arrabbiata, in lacrime, proprio in uno stato pietoso, sono uscita dalla basilica con il sorriso a cinquanta denti, con la gioia che Dio non mi ha mai abbandonata. Mai. Dio, molto probabilmente, mi è stato ancora più vicino in quel periodo: ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più.” (testo tratto dal libro Giulia Gabrieli. Un gancio in mezzo al cielo)

Per Giulia la sofferenza diventa l’occasione di veri incontri e della nascita di moltissime amicizie. In particolare, grazie all’“incontro” con la beata Chiara Luce Badano, Giulia impara a vivere la sua malattia come un dono: “Lei è morta, però ha saputo vivere questa esperienza in modo così luminoso e solare, abbandonandosi alla volontà del Signore. Voglio imparare a seguirla, a fare quello che lei è riuscita a fare nonostante la malattia. La malattia non è stata un modo per allontanarsi dal Signore, ma per avvicinarsi a Lui”.

Specialmente negli ultimi tempi, Giulia è abitata dal desiderio di testimoniare a tutti, con ogni mezzo possibile, la “buona notizia”, sente l’urgenza di condividere la sua “meravigliosa scoperta”. Il suo viso è notevolmente gonfio di cortisone e il suo corpo porta i segni delle innumerevoli terapie e operazioni subite. Eppure, Giulia emana una luce, una bellezza, una fierezza che fanno invidia a tutti: il suo volto, il suo sguardo, la sua voce sono come rapiti da un Amore tanto grande da essere palpabile: “Quando sarò guarita, se guarirò, devo fare assolutamente qualcosa per i giovani che non hanno ancora conosciuto questo grande Amore per il Signore. L’Amore è il più grande e il più bello tra i sentimenti, l’Amore racchiude tutto”.

Pur con le forze che le vengono meno, circa due mesi prima di morire, supera brillantemente l’esame di terza media con il massimo dei voti, perché lei, Giulia, desidera continuare a fare le cose normali della sua età. Siccome non si può muovere, i professori la esaminano nel salotto della sua casa, meravigliati della sua preparazione nonostante i mesi di ospedale e le cure.

Il giorno prima di morire Giulia termina di comporre il testo di una coroncina di puro ringraziamento al Signore (scaricabile dal blog www.congiulia.com); Giulia sente infatti il bisogno di ringraziare: “Nelle nostre preghiere, nelle nostre litanie, chiediamo sempre qualcosa per noi o per gli altri. Mai che ci si limiti a dire grazie, senza chiedere nulla in cambio”.

Giulia muore a 14 anni il 19 agosto 2011, proprio negli stessi istanti in cui a Madrid si conclude la Via Crucis della Gmg.

Giulia, seppur non sia guarita, ce l’ha fatta, perché è riuscita a trasformare i suoi due anni di malattia in un inno alla vita, in un crescendo spirituale che l’ha portata a dialogare con la sua morte: “Io ora so che la mia storia può finire solo in due modi: o, grazie a un miracolo, con la completa guarigione, che io chiedo al Signore perché ho tanti progetti da realizzare. E li vorrei realizzare proprio io. Oppure incontro al Signore, che è una bellissima cosa. Sono entrambi due bei finali. L’importante è che, come dice la beata Chiara Luce, sia fatta la volontà di Dio”.

Domenica 7 aprile 2019 si è aperto il processo di beatificazione e Giulia è stata proclamata Serva di Dio.

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Guarda la testimonianza dei genitori e del fratello di Giulia a Bel tempo si spera.

DAVID BUGGI: UNA STORIA DI PASSIONE E RISURREZIONE

Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». (Papa Francesco, GE 6)

 
David Buggi nasce il 6 novembre 1999.

È un ragazzo assolutamente normale, con una vita da adolescente che cerca di scoprire il vero senso della vita: frequenta il post cresima della parrocchia e fa parte del Cammino Neocatecumenale. Ha tanti interrogativi, tante domande, un cuore e una mente che sono costantemente alla ricerca della felicità vera e anche di ciò che la può ostacolare. Questo suo desiderio temerario lo porta a confrontarsi con i temi che la società contemporanea e i giovani come lui difendono spesso come verità assolute, dinanzi alle quali non ci si interroga più, ma si aderisce seguendo ciò che più piace, invece di scorgere e scegliere ciò che è bene e assicura una gioia piena.

Vuole viaggiare, difendere la verità che ha cominciato ad assaporare leggendo il Vangelo. Chi lo segue in questo discernimento lo invita invece a rimanere a casa, nel quotidiano, perché ancora sprovvisto degli strumenti per potersi difendere in ciò che gli sembra essere il cammino giusto per essere un giovane realizzato. Scopre allora, in seguito ad un momento di preghiera, come dietro la proposta di chi lo accompagna ci sia anche la voce di Dio perché coincideva perfettamente ad una Parola letta casualmente nella Bibbia: “Il Signore esisteva veramente, agiva nella mia vita, parlava alla mia vita”.

Un giorno David inizia ad avvertire un indolenzimento ad una gamba, subito pensa alla troppa attività sportiva dell’ultimo periodo (gioca nella nazionale Under 19 di hockey subacqueo). I dolori però aumentano sempre di più, la notte fatica a dormire e gli antidolorifici provocano un effetto quasi nullo. Partono catene di preghiere, in molti offrono messe e penitenze. Il responso medico che arriva è tra i peggiori: osteosarcoma aggressivo con una soglia di dolore massima.

Come tutti i giovani, chi in un modo e chi in un altro, arriva ad arrabbiarsi con Dio: “Perché io prego per una cosa e Tu me ne fai accadere un’altra? Perché proprio a me tutto questo? Perché non mi vuoi aiutare? Che senso ha pregare se poi succede l’esatto opposto?”

Ma David non molla anche se il male inizia a cavalcare velocemente. Nonostante le grandi difficoltà, continua a cercare conforto nella Chiesa e non smette di chiedere aiuto a svariati sacerdoti. Un giorno uno di loro gli dice: “David, affida tutta la tua malattia a Dio”. Ma lui ha un rifiuto categorico, in cuor suo capisce immediatamente che ciò significa accettare la possibilità di morire, però capisce anche che è una sfida d’amore. Nonostante le prove, sente che questa è l’unica via per realizzare il suo sogno di felicità: riesce a consegnare la sua malattia a Dio tra le lacrime, ma anche con una gioia mai sperimentata finora. Da lì ha inizio quello che lui chiama “l’anno più bello della sua vita”.

Le ultime settimane sono tremende: il tumore ormai ha avvolto quasi tutti gli organi vitali. David soffre molto, fatica a respirare, ma non si lamenta mai. Dona tutto di sè, riversa il suo dolore nella Croce e in ogni istante offre il suo sacrificio a Dio Padre.

Nelle ultime ore della sua vita, centinaia di ragazzi sfilano per la sua stanza d’ospedale. David respira a fatica, non riesce più a parlare. I ragazzi lo salutano e don Pierangelo Pedretti, la sua guida spirituale, parla per lui: si erano messi d’accordo quando lui era ancora in grado di parlare. Con la lucidità di chi ha una vita spirituale seria, e con la chiarezza di chi sta guardando in faccia la morte, David li aveva mandati a chiamare, uno per uno, spiegando a don Pierangelo quale fosse il nodo problematico più importante che ognuno di loro doveva sciogliere. Chi un’affettività disordinata, chi la ribellione, chi la droga… sapeva leggere dentro i cuori, e nel momento di morire prega per ognuno di loro. Per dare l’ultimo, faticoso respiro, aspetta che l’ultimo della lista – aveva fatto una lista con i loro nomi – se ne sia andato dall’ospedale. Allora capisce che può morire, perché aveva fatto tutto. È il 18 giugno 2017, giorno del Corpus Domini. Sul suo volto sembra stampata quella frase che andava ripetendo a chiunque incontrasse: “Ma se sono felice io, come non puoi esserlo tu?”

David ha saputo, seguendo Gesù, offrire anche lui il suo corpo, accogliendo la sofferenza. Ha combattuto come un soldato, ha vinto perché ha continuato a credere all’amore di Dio, ha continuato ad annunciare che Cristo è risorto, fino alle ultime ore della sua vita, e morendo ha offerto tutte le sue sofferenze per la conversione dei giovani.

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“Pregate, pregate molto, ma non affinché io guarisca, poiché non è questo l’importante, ma che sia fatta la Sua volontà. Perché se sarà così, in ogni modo andrà, io avrò vinto.”

“Qualsiasi cosa, anche se può sembrare orribile, la più brutta, se è la Sua volontà è la cosa più bella che può succederci.”

“Il Signore non ti chiede mai di fare un sacrificio senza restituirti cento volte tanto.”

“Io il Signore lo immagino così: come un Padre che vuole che io sia solo felice e fa di tutto per rendermi felice!”

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Guarda la testimonianza di David.

Guarda la testimonianza dei genitori di David a Bel tempo si spera.

EMANUELE MARIA MARCHETTI: UN ANGELO SULLA TERRA

Nei processi di beatificazione e canonizzazione sono presi in considerazione i segni di eroicità nell’esercizio delle virtù, il sacrificio della vita nel martirio e anche i casi nei quali si sia verificata un’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte. Questa donazione esprime un’imitazione esemplare di Cristo, ed è degna dell’ammirazione dei fedeli. (Papa Francesco, GE 5)

Dopo 8 anni di attesa, finalmente il 13 febbraio del 1990 nasce Emanuele Maria, da subito considerato un dono del Cielo. Fin da piccolo ha ascoltato la Parola di Dio, la madre infatti ogni sera gli leggeva un passo del Vangelo e lui con interesse faceva una piccola risonanza sulla Parola. In occasione della Prima Comunione, subito dopo la prima confessione, dice ai genitori: “Sono felice, nel cuore sento tanta gioia”.

Emanuele cresce, da adolescente è pieno di impegni, frequenta il Liceo Scientifico ed è appassionato di musica. È amante dello sport, gioca nell’ASD Giovanile Chieti e frequenta la Comunità Neocatecumenale nella sua parrocchia.

È un ragazzo scherzoso, con pregi e difetti, ma con un cuore profondo mite, disponibile e umano, al punto da sacrificare tutto di sé per aiutare il prossimo; come qualcuno l’ha definito: “Lele è sempre stato un angelo”.

Durante l’incontro con Kiko, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, nella GMG di Colonia, sceglie di iniziare un percorso di discernimento presso il Centro Vocazionale. Tra combattimenti e dubbi, dopo due anni di percorso, si sente chiamato al Matrimonio cristiano e nel 2007 a Loreto conosce Jessica, che diviene presto la sua fidanzata.

Emanuele ha tanta cura di Jessica, rispetta i suoi genitori, e spesso le ricorda: “Devi lasciare le tue sicurezze perché non è diplomandoti con 100 che avrai la Vita Piena!”

Terminato il liceo, dice a Jessica: “Ho deciso, voglio fare Scienze Infermieristiche, così posso aiutare gli ammalati. E poi potrei avere subito un lavoro, così possiamo sposarci “. 

Nel cuore di Emanuele cresce il desiderio di fare la volontà di Dio, desiderio che lo accompagna anche nei momenti più difficili. Inizia a frequentare l’università e il tirocinio, testimoniando senza timore la sua fede a colleghi e professori. Con gioia e dedizione si prende cura dei pazienti, soprattutto dei casi più complessi, come quello di Gabriele, con un piede diabetico, che nessun infermiere vuole medicare. Il 7 giugno 2009, dopo il tirocinio, confida a Jessica di avere un dolore dietro il ginocchio sinistro. La prima risonanza non mostra nulla di strano ma i dolori continuano. Con altri controlli si intravede una neoformazione, ed Emanuele inizia già ad assumere la morfina. A Milano, nell’agosto del 2009 viene definita la diagnosi: Sarcoma di Ewing di IV grado plurimetastatico a fegato, polmoni, costole, parte del bacino.

La diagnosi infausta sconvolge tutti. Viene subito programmata la chemioterapia e la dottoressa gli spiega tutti gli effetti collaterali, tra cui l’infertilità, proponendogli di congelare il liquido seminale, così da poter iniziare in futuro una fecondazione artificiale. Emanuele si rifiuta: “No, preferisco lasciar fare alla Provvidenza”, e poi confida a Jessica: “Per me fare un figlio è una “liturgia” e non posso pensare di concepire un figlio in provetta”.

Ritorna a Chieti e inizia la chemio, seguita dalla radioterapia. La malattia e i farmaci gli causano dolori atroci e innumerevoli effetti collaterali. Emanuele non si lamenta, non fa pesare nulla a chi gli è accanto, anzi è lui ad incoraggiare tutti. Presto comprende che non riuscirà a sposarsi, ma è pronto a fare la Volontà del Padre. Nonostante i suoi sforzi per condurre una vita normale, spesso è costretto a restare a casa.

Poco prima di aggravarsi, durante la Celebrazione dell’unzione degli infermi dice ai presenti: “…mi sta spogliando da tutte le mie sicurezze facendomi vedere che solo Lui basta. Ho sempre amato giocare a calcio, ora non posso, a 19 anni mi trovo costretto a letto con dolori atroci e nemmeno le medicine mi fanno effetto, Jessica lo sa perché sta ai piedi del letto e non può far nulla; non ho mai amato la scuola, ma dopo aver iniziato Scienze Infermieristiche ho sentito un forte amore per questa vocazione; ora non posso andare a fare tirocinio né seguire le lezioni; ho sempre avuto un bel fisico e mi sono sempre amato, il Signore mi ha messo in umiltà. Oggi davanti a voi sono senza capelli, debole ma forte! Io sono certo che questo cancro ha un senso, per mia madre, mio ​​padre, per Jessica, mio ​​fratello, mia sorella… per tutti! Quindi che questa sofferenza non è inutile, non maledico Dio perché mi fa vedere il suo amore. Mio padre e mia zia non si parlavano da 15 anni, grazie a questo cancro si sono riconciliati e ora mia zia è qui. Io, oggi sono nudo… sono sempre stato il dio della mia vita, e ora il Signore mi sta facendo capire che Lui è l’unico”.

Emanuele Maria muore in ospedale l’8 dicembre 2009, accompagnato dalle preghiere di amici e parenti che hanno riempito l’intero reparto.

La signora Melania, infermiera, ha commentato: “Sono tanti anni che lavoro in ospedale, una morte così non l’ho mai vista!”

Jessica racconta: “Il funerale è stato un Matrimonio. Ho scelto gli stessi canti che avevamo scelto per le nozze. […] Non è stato un funerale, è stata una Pasqua!”

Isacco, amico d’infanzia: “Lele mi ha fatto capire, dopo 19 anni di vita in una famiglia cristiana, che Dio esiste! Mi ha tolto ogni minimo dubbio. Come può qualcuno non credere davanti a una testimonianza come quella di Lele?”

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Guarda la puntata di Nel cuore dei giorni sulla vita di Emanuele.

 

MARTINA CILIBERTI: UNA GUERRIERA SORRIDENTE

Soprattutto siamo invitati a riconoscere che siamo «circondati da una moltitudine di testimoni» (Eb 12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta. […] Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore. (Papa Francesco, GE 3)

 
Martina Ciliberti ha vissuto a Mariglianella, piccolo comune nelle vicinanze di Napoli. La sua seconda casa negli anni dell’adolescenza è stata per lungo tempo – a causa di un tumore – una stanza dell’ospedale Gemelli di Roma. Amante della vita, della sua famiglia, della musica, dei social, delle serie tv, adorava il mare e non smetteva di sorridere, neanche nei giorni più duri. In ospedale ha maturato l’amore per lo studio, la lettura, il disegno e la scrittura. Ha lottato con passione e determinazione fino al 10 marzo 2017.

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“Il dottor Giorgio mi fece accomodare vicino a lui; da quel gesto capii tutto. Ci disse che qualcosa non andava, che qualcuno era tornato senza alcun permesso, quando nessuno lo avrebbe voluto, ma lui era di nuovo lì. In quel momento mi sentii davvero male, non riuscivo a metabolizzare, chiesi di uscire. Andai vicino al muro e iniziai a piangere e a urlare. Mi sentivo davvero disperata. Quell’“alieno cieco e privo di emozioni” stava provando ancora una volta a strapparmi via da una cosa che io amavo sempre di più: la mia vita. Quella vita che aveva acquistato un valore aggiuntivo dopo i dieci mesi che erano appena trascorsi. Mi ritrovavo lì a dover riaffrontare un’altra battaglia, la guerra era ancora aperta. Ricordo le tante lacrime, i calci e i pugni contro quel muro. Seduta sul divanetto c’era Stella, che non riusciva a capire bene cosa stesse accadendo perché stava aspettando notizie. Non so dove trovai la forza e il coraggio per rientrare a parlare con il dottore; forse era proprio la rabbia di voler capire come fosse possibile tutto ciò. Ricordo che il dottore ci disse che il male era ritornato e questa volta le cure sarebbero state ancora più dure; ci disse che solo nel 15 per cento dei casi si presentava una recidiva e io ero proprio in quel 15 per cento… Mi chiese se volevo restare subito per il ricovero o tornare a casa per ritornare in ospedale il lunedì. Io dissi di voler rimanere per iniziare quanto prima. Ricordo che appena finii di parlare con il dottore chiamai Lina, la mamma di Ciro, perché ero disperata. Non sapevo come e con quali parole comunicare a Ciro tutto quello che era accaduto, non riuscivo a trattenere le lacrime, ma trovai il coraggio di chiamarlo e dirgli: «Amore, c’è bisogno di combattere: il mostro è di nuovo qui». In quel momento avevo solo tante domande con quasi nessuna risposta. L’unica cosa che sapevo era che il mostro era tornato: non aveva ancora capito con chi aveva a che fare!

I miei e mia sorella erano distrutti. La prima volta era stato brutto, ma la seconda volta lo era ancora di più: sapevo già cosa avrei dovuto affrontare. Ricordo che quella sera tornai dal dottor Giorgio e gli dissi che in quel momento avremmo potuto piangere, ma già dal giorno dopo dovevamo mettere le armi in campo e avremmo dovuto iniziare a combattere. Il dottore si alzò e mi abbracciò. In quell’abbraccio sentii il calore di un padre, non di un medico. […]

[…] Quella chemio fu fortissima. Sembrava che mi strappasse via ogni briciola di forza e di speranza. Ricordo che con quel tipo di protocollo stavo davvero male. Nel corso della mia malattia ho sempre avuto la forza di mutare una lacrima in un sorriso, ma quella volta avevo un dolore così forte che piangevo e chiedevo aiuto a Dio. Sono sempre stata pronta ad affrontare tutto, chemio, siringhe e qualsiasi dolore, senza aver paura di niente, ma quella volta era davvero tutto insopportabile. Ero triste perché di solito ero sempre disponibile per gli altri ammalati, ma questa volta non ci riuscivo. Poi, col tempo, mi tornarono le forze e a mia volta provavo a dare sostegno a Federica, Giulia e agli altri bambini. […]

[…] Da sempre, in quel reparto, cercavo di strappare un sorriso, una risata partendo dai più piccoli sino ad arrivare agli adolescenti come me. Molte volte ero proprio io ad avere paura, ma davo coraggio a chi ne aveva come me o di più, facendo anche finta di avere la certezza che sarebbe andato tutto bene. Quella “finta” sicurezza mi portava poi a convincermi di ciò che dicevo. Facevo con gli altri ammalati ciò che volevo venisse fatto a me.”

(tratto dal libro Martina. La lotta coraggiosa di una guerriera sorridente)

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“Dio è sempre con me. Lui è sempre al nostro fianco, in mille avversità, non a farle passare subito ma a darci la forza e il coraggio per oltrepassare tutto.” (Martina)

“Se si vuol vincere nella vita, non bisogna mai smettere di lottare. Un messaggio che vorrei dare a tutti voi ragazzi è quello di non sprecare mai un giorno della vostra vita, perché come dicevo prima, ci sono persone che lottano ogni giorno per andare avanti e lo fanno sempre con il sorriso. Quindi voi che siete fortunati VIVETE E SORRIDETE.” (Martina)

“Le cose vanno affrontate con il sorriso, perché dalla paura nasce la tua forza. Bisogna avere pazienza e tanta forza. Raggiungi il traguardo se sei davvero convinto di raggiungerlo.” (Martina)

“Dopo la tempesta esce sempre il sole.” (Martina)

“Martina ha vissuto poco più di diciassette anni, ma ha dato valore e senso a ogni giorno della sua vita. Ci sembra incredibile che in così pochi anni abbia saputo divenire la persona forte e determinata che era. Mai si è arresa di fronte alla malattia e alle infinite difficoltà che l’hanno accompagnata; mai si è lasciata abbattere di fronte alla fatica, al dolore, agli ostacoli, e se pure aveva qualche momento di debolezza era passeggero, Martina risorgeva più forte e determinata di prima. È stata lei a dare forza, coraggio e speranza alla famiglia, nonostante fosse la più piccola; è stata lei ad aiutare gli altri a crescere nella fede, nel coraggio, nella determinazione. Dopo essere stati accanto a lei, tutti si sentono diversi, capaci di far fronte alla vita in piedi, con lo sguardo rivolto verso l’alto.” (Stella, sorella di Martina)

“Martina ha insegnato a tutti noi, grandi e piccoli, ad andare avanti nonostante le difficoltà che quotidianamente la vita ci impone di affrontare. Un messaggio di speranza di una ragazzina di appena diciassette anni, che ha lottato fino alla fine contro un nemico più grande di lei. Martina era una leonessa. Una guerriera.” (Daniela, insegnante di italiano e storia nel reparto di Oncologia pediatrica del “Policlinico Gemelli” di Roma)

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Guarda la puntata di Bel tempo si spera sulla storia di Martina.
 
 

SONIA CUTRONA: UNA VITA COME DONO D’AMORE

Il Signore chiede tutto, e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. […] Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» (Ef 1,4). (Papa Francesco, GE 1-2)

 
Sonia Cutrona nasce il 17 aprile 1973 a Ramacca (Catania).

Fin da piccola si distingue per il suo carattere sorridente e buono, simpatico e vivace, sempre solidale con tutti, sia a casa che a scuola.

Grazie ai suoi genitori, nasce in lei un vivo desiderio di conoscere e amare Gesù, che incontra spesso nella preghiera e nella Messa festiva, a cui è fedelissima. Questo sarà il suo stile di vita: in semplicità e letizia, “cresce in età, sapienza e grazia” a immagine di Gesù, abitata dalla sua presenza, partecipe delle realtà più belle e grandi: la fede, la bellezza della natura, l’amicizia per tutti, soprattutto per chi soffre.

A 14 anni inizia a frequentare il Liceo presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, dove si fa testimone di Gesù ai compagni, con la sua gioia, la sua parola buona, la sua capacità di voler bene, l’aiuto dato a tutti con generosità.

Crede al valore inestimabile della purezza, della verginità, della fedeltà a Gesù, che incontra spesso nella Confessione, nella Comunione eucaristica e nella meditazione del Vangelo e, come Don Bosco, Maria Mazzarello, i Santi salesiani che ha conosciuto nella sua scuola, sa e crede che la vita è dono di amore.

A 15 anni le viene diagnosticato un sarcoma, ma lei, forte della sua fede, non si arrende e sorride: “Dio è con me, Gesù non mi abbandona”.

Va a Lourdes per chiedere alla Madonna il miracolo, perché vuole guarire e torna a casa carica di serenità e di pace, certa che la Madonna non l’abbandonerà mai. Il Rosario diventa la sua preghiera prediletta, di tutti i giorni.

Fin quando può, frequenta la scuola, preoccupata di studiare, di non perdere tempo, di aiutare le compagne, di nascondere più che può il dolore ai suoi cari.

Prima delle feste di Natale del 1989, va a scuola per l’ultima volta. Tutti le fanno festa. Lei, sorridente, dà l’impressione di una grande gioia che le sale dal cuore e a ognuno lascia un biglietto dove ha scritto: “Ti voglio bene”.

Dal suo letto diffonde serenità e pace attorno a sé, ripetendo sovente, con il suo sorriso rassicurante: “Non preoccupatevi, io sto bene, non ho niente”. Si preoccupa dei genitori, della scuola, degli altri.

Ormai sa che la sua vita sta per finire su questa terra, ma non dispera e con una certezza incrollabile e una forza incredibile, nonostante i dolori insopportabili, continua a sorridere e a dire: “Il Signore è buono e non mi abbandonerà, ne sono certa!”

Spesso ripete sottovoce, lentamente, questa preghiera: “Gesù, io ti guardo con occhi di fede… con occhi di speranza attendo da Te un futuro migliore per il mondo intero… Gesù, io ti guardo con occhi di amore che si uniscono a Te e vorrebbero esprimerti la profonda attrattiva che mi porta a Te… Gesù, io ti guardo con occhi di gioia che trovano in Te una felicità sconosciuta sulla terra, felicità dal sapore di Cielo”.

Sonia muore il 18 giugno 1990, a 17 anni.

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“Non è giusto essere felici da soli, ma purtroppo, dico purtroppo, lo siamo. Sono sicura che rendendo gli altri felici, la nostra felicità si innalza fino alle stelle, perché l’ho già provato.” (Sonia)

“Alcune persone si sacrificano anche lasciando la famiglia, partendo per le missioni… Ma so che anch’io posso fare il mondo più bello: basta un po’ di buona volontà e tantissima fede in Colui che ci ha creati, perché dobbiamo sempre tenere in mente che siamo figli dello stesso Padre, Dio.” (Sonia)

“Tu sai che io soffro molto, ma nonostante questo io riesco a vivere, a sorridere, a stare calma.” (Sonia, all’amica Cinzia)

“Sonia ci ha fatto comprendere che la nostra vita non ci appartiene, che in qualunque momento possiamo essere chiamati a rendere conto al Signore.” (Maria, amica di Sonia)

“Sonia ci ha voluto bene, anche nei momenti infelici. Pur nella sofferenza, cercava di sorridere e avere premure per tutti.” (amici di Sonia)