UnNomeUnaPromessa

Generalmente si è soliti dire “Un nome una garanzia”… E se il 2021, anno appena iniziato, fosse per te l’occasione di comprendere che la garanzia di un nome è strettamente legata alla dimensione della promessa? E se il nome in questione fosse il tuo? Nome depositario di una promessa, grande, gigante!

Questo sarà il fil rouge che attraverserà il nuovo anno: un Nome una Promessa, per scoprire la Promessa divina iscritta nel tuo Nome.


UnNomeunaPromessa#5 – Il Nome che risveglia alla Speranza

Maria Maddalena e GesùCaro giovane, queste parole ti raggiungono nel tempo bello che stiamo vivendo: il Tempo di Pasqua. Chissà se hai fatto il gioco di ruolo che ti è stato proposto lo scorso mese… Proprio perché è importante che tu lo faccia, mettendoti al posto di Maria Maddalena davanti alla voce del Signore risorto, ti proponiamo una lettura che ti può aiutare ad approfondire l’importanza del nome, del tuo nome che, pronunciato con amore, risveglia alla Speranza, ricorda la Promessa. Il brano biblico a cui l’autore fa riferimento è Giovanni 20,11-18.

Buona lettura e buon cammino di risurrezione!

 

Da CRISTIANO D’ANGELO, L’amore del trafitto. Discepolato e maturità cristiana, EDB, 2007, pagg. 97-99

Una sola parola, il proprio nome ripetuto con amore, detto da chi ci ama e ci conosce, da chi vede in noi il dolore e lo sostiene, non lasciandosene vincere e imprigionare. È il nome la chiave che apre la porta del cuore sepolto di Maria. Il nome detto nel modo in cui il maestro lo diceva, quel nome che ti ricorda le strade, le scoperte, i doni e le grazie che solo l’amore fa nascere in noi.

Forse anche la speranza, sorprendente e inaspettata, dei poveri negli slums, nelle baraccopoli o nelle favelas non è altro che quella catena di nomi ripetuti, detti, da povero a povero, con amore. Pietro e il discepolo amato lasciano Maria sola, non hanno la forza di pronunciare quel nome con lo stesso amore di Gesù. Niente istilla di più la speranza nel cuore e nell’animo delle presone che il loro nome ripetuto con amore. Per questo le madri e i padri quando, senza negare la realtà del male, sanno dire, anche in situazioni difficili, parole d’amore ai propri figli, li temprano alla speranza.

Perché la speranza è una porta sempre aperta sul dolore del mondo, sugli insuccessi e sulle ingiustizie subite. La speranza è una porta sempre aperta, spalancata dall’amore, dal nostro nome detto con fiducia, perché l’amore è il promemoria di un’altra vita, è il segno vivente di un mondo altro che in noi già esiste. La speranza, la forza di non cedere al male, di rimanere in piedi e proseguire sempre non è uno sforzo, un atto di eroismo, ma è il rosario ripetuto, incessante, sempre presente in noi del nome detto con amore, il nostro nome, come il sussurro incessante di una litania interiore senza posa.

Chi spera può anche morire affrontando il male, ma è un morire che non conosce mai violenza, un morire da miti, perché il martire della speranza trova la forza nell’amore, a differenza del fanatico che solo nell’odio, nel risentimento nutre il gesto anche dell’offerta suprema della vita.

Quest’ultimo, il fanatico, muore e fa violenza, perpetuando la violenza che l’ha generato; l’altro, il martire di speranza, muore mite, interrompendo la violenza, ponendo le basi della pace, mostrando con il suo stesso morire, frutto di speranza, la possibilità reale di un mondo e un modo diverso di vivere la vita.

Il pertugio di un mondo nuovo, di un oltre diverso è aperto in noi da qual bisbiglio d’amore fatto dalle sillabe e dalle lettere del nostro nome ripetuto con amore.

Non è un altro discorso, un altro miracolo che apre il cuore di Maria, ma il suo nome detto dal Maestro, dall’Amore. Il Risorto vince il dolore, l’incredulità e la disperazione di Maria semplicemente pronunciando il suo nome.

La testimonianza della speranza è un fatto di nomi, prima che di ogni altra cosa.

La vita spirituale in noi è il luogo dove è custodito gelosamente l’eco del nostro nome ripetuto con amore da Dio. Un’eco che si forma in una storia, fragile come ogni sussurro.

Un’eco tenuta viva dalle parole, dalla memoria, dalla liturgia quotidiana del custodire il bene.

Un’eco legata alla sottile invisibile reciproca appartenenza dell’anima e del corpo, alle fragilità, alle paure, alle ferite, alla storia che ci prova e ci agita nel vento del mare che talora rende incerto il nostro cammino e lo oscura.

Gesù cammina sulle acqueTenebre sempre incombenti, come nell’episodio del mare in cui Gesù va incontro ai discepoli sulla barca camminando sulle acque, «mentre era ormai buio» (Gv 6,17) o, come riporta il testo di alcuni autorevoli codici, «il buio li afferrò»[1] mentre Gesù non era ancora andato da loro e il mare era agitato perché tirava un forte vento (Gv 6,16-17).

Niente più della semplicità e dell’umiltà possono custodire, mantenere a galla quell’eco, come Pietro invitato dal maestro che lo chiama. Un’eco, come un camminare sulle acque, la cui forza è la speranza, perché la speranza è quell’eco.

Un’eco che apre le porte e lascia entrare la luce e la vita e traccia una strada diversa per ognuno verso l’eterno:

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei Cieli» (Mt 5,8.3).

[1] Così il Sinaitico e il Codice D e altri manoscritti.

UnNomeunaPromessa#4 – Il Nome che risveglia alla Vita

Caro giovane, ci siamo lasciati all’inizio della Quaresima e ora siamo nella luce del giorno di Pasqua!

Ricordi la proposta della scorsa volta?

Scegli un tempo nella tua giornata per rileggere il passo dell’Esodo in cui Dio rivela il suo nome. E ripetere, sussurrandole e custodendole, le parole “Tu, Dio, sei misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.

Dopo aver fatto risuonare nelle nostre giornate il Nome di Dio, in questo mese torniamo al tuo nome che, come hai letto le volte scorse, è un nome depositario di una Promessa grande, gigante, una Promessa di Vita piena, di Gioia abbondante. Proprio il tuo nome! Tu mi dirai: è facile pensare e credere questo quando la vita ti va “a gonfie vele”… per citare un cantautore emiliano… Ma sicuramente non ti viene spontaneo pensarlo quando la vita si fa più dura.

Chissà com’è stata la tua Quaresima: forse un tempo come tutti gli altri, senza troppe differenze; o invece un tempo di grande grazia; probabilmente un tempo particolarmente difficile a causa della situazione che stiamo vivendo, forse qualcuno è ammalato di Covid, oppure hai perso un amico o un parente… è in queste circostanze che la fiducia nei confronti della vita vacilla, addirittura può svanire.

E ci troviamo nella stessa situazione di quegli uomini e di quelle donne di Galilea che, circa 2.000 anni fa, sono stati stravolti dal dolore per la perdita del loro caro Signore e Maestro, nel quale avevano posto ogni fiducia. La sua morte aveva fatto scendere il buio nel loro cuore. E tra loro c’era una donna, chiamata Maria di Màgdala. Lei aveva assistito alla crocifissione di Gesù, l’aveva visto morire e, molto probabilmente, aveva visto mettere la pietra davanti al sepolcro per chiuderlo. Tutto era finito, ai suoi occhi. Vedi come forse la sua situazione è simile alla tua?

Eppure, due giorni dopo, all’alba, tornando a quel medesimo sepolcro, cosa vede? La pietra è stata tolta! Lei ancora non ha il coraggio di entrare nel sepolcro, ma solo si china e, proprio dove era stato posto il corpo di Gesù, vede due angeli in bianche vesti che le fanno una domanda: “Donna, perché piangi?”. A Maria non basta vedere degli angeli al posto del corpo di Gesù per poter riprendere a sperare, a credere. No. Lei è ancora tutta dentro al suo dolore, tutta immersa lì, nell’assenza di quella persona cara che se n’è andata. Quante volte parole che avrebbero dovuto consolarci ci hanno invece fatto sentire ancora più soli …

 

E, mentre continua a piangere, un’altra voce raggiunge i suoi orecchi: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” e poi il suo cuore: “Maria!”. E solo ora lei lo riconosce: “Rabbunì!” – che significa “Maestro!”.

 

Scrive Paolo Curtaz [1]:

No, lo sapete bene, ovvio, non è stato il tono della voce, non diciamo idiozie.

È il nome, amici, il nome.

In Israele il nome non è usato per indicare l’identità, non è un affare di scelta dei genitori rispetto alla moda del momento. Il nome, qualunque nome, indica la conoscenza profonda dell’oggetto nominato. Perciò Adamo dà il nome a tutte le creature, su invito di Dio, perché le conosce, le possiede (cfr. Gn 2,19-20); perciò Dio dà il nome ad Adamo, e questi a Eva (cfr. Gn 17, 5.15).

Maria viene raggiunta dal Signore proprio lì nel suo dolore, nella sua fatica a credere e sperare ancora, e viene risvegliata alla vita, alla speranza, alla fiducia solo nel momento in cui viene chiamata per nome da Gesù.

Caro giovane, in questo tempo di Pasqua apri il tuo cuore alla voce del Risorto e dagli il permesso, la possibilità di chiamarti per nome, a Lui, al Dio che ha vinto la morte e ridona la Vita e la speranza a chi l’ha perduta.

Ecco la proposta per te: leggi e rileggi il racconto dell’incontro tra il Risorto e Maria di Magdala, e fai un gioco di ruolo: mettiti tu al posto di lei e al versetto 16 sulla bocca di Gesù metti il ​​tuo nome.

Sarai risvegliato alla Vita!

Buona Pasqua a te! Buon passaggio dalla morte alla Vita!

 

Gv 20,11-18

11Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. 14Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. 16Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. 17Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro””. 18Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto.

 

[1] Paolo Curtaz, Convertirsi alla gioia, San Paolo, 2015, pag.49.

UnNomeUnaPromessa #3 – Il nome di Dio

Cari giovani, eccoci al nostro terzo appuntamento! La meta è sempre davanti a noi: scoprire la bellezza e il senso profondo del tuo nome, facendoci accompagnare da alcuni testi e personaggi che possono rivelare qualcosa di bello e importante anche per te. Breve riassunto.

Primo passo: tu sei una Parola originale di Dio.

Secondo passaggio: tu sei chiamato all’esistenza da Dio stesso.

Terzo passo? Bè, non possiamo non lasciarci interrogare dal tempo liturgico che stiamo vivendo: la Quaresima. E qui scatta subito il pensiero automatico: Quaresima = penitenze, rinunce, tristezza…

Se per me la Quaresima è tutto e solo questo, altro non è che un buon proposito, molto spesso disatteso, perché al centro ci sono io: io che devo sforzarmi di essere più bravo, di essere più generoso, più attento, meno peccatore, più cristiano… .io io io…

Ma se Quaresima fosse altro? Se fosse il tempo opportuno per alzare lo sguardo dal mio ombelico per cercare il vero volto di Dio? Se Quaresima fosse “semplicemente” lasciarmi incontrare dagli occhi di Dio? Allora potrei conoscere il suo vero Nome, allora potrei conoscere un po ‘di più Dio.

Eccolo il terzo step: il Nome di Dio. Questo mese, quindi, prendiamo le distanze dal nostro nome (anche se forse solo apparentemente!)

Innanzitutto, prova a farti questa domanda: come definirei, io, Dio? Se dovessi completare la frase “Dio è…”, cosa scriverei al posto dei puntini?

Il cammino che la Quaresima quest’anno ci fa fare, ci suggerisce un’immagine molto bella: Dio è l’Alleato dell’uomo, è Colui che sta dalla parte dell’uomo, che stringe alleanza con lui per camminare accanto a lui. Dio, il nostro Dio, è il Dio per noi, il Dio per te! Se Dio sta dalla tua parte, questo significa che pensa bene di te, dice bene di te, agisce per il tuo bene, vuole il tuo bene.

Ma c’è nella Bibbia un passo in cui Dio stesso si presenta? In cui dice il proprio nome? Ebbene sì. Eccolo.

 

Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui (Mosè)

e proclamò il nome del Signore.

Il Signore passò davanti a lui proclamando:

Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso,

lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,

che conserva il suo amore per mille generazioni,

che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato,

ma non lascia senza punizione,

che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli

fino alla terza e alla quarta generazione”.

Esodo 34,5-7

 

Eccolo qua il nome di Dio: misericordia! Scrive papa Francesco: «Paziente e misericordioso è il binomio che ricorre spesso nell’Antico Testamento per descrivere la natura di Dio. Il suo essere misericordioso trova riscontro concreto in tante azioni della storia della salvezza dove la sua bontà prevale sulla punizione e la distruzione. […] Insomma, la misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono.» [1]

Ecco il Nome con cui proponiamo di stare in compagnia in questo mese: il Nome di Dio, che è misericordia.

Leggendo con attenzione i versetti tratti dal libro dell’Esodo, puoi intuire anche un altro aspetto legato al Nome di Dio e quindi alla sua identità: è Dio stesso a rivelare il proprio Nome, a farsi conoscere. È Lui che dice di essere “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”. E lo vuole dire ad ogni uomo, nessuno escluso! Ogni uomo, infatti, può essere interlocutore di Dio. Tu puoi essere l’interlocutore di Dio!

Se è vero che la Quaresima è un tempo speciale di conversione a Dio, cioè di ritorno al Lui, allora significa che il Dio a cui sei chiamato a tornare è il Dio della bontà e della misericordia, e non il dio che forse ti sei costruito attraverso immagini false o distorte. Sinonimo di Quaresima, dunque, potrebbe essere “ricerca del vero volto di Dio”. E sai qual è la cosa bella? Che mentre tu lo cerchi, già Lui è alla ricerca di te, per poter stringere nuovamente un’Alleanza d’amore con te.

Ecco la proposta per te: scegli un tempo nella tua giornata, un tempo quotidiano per rileggere il passo dell’Esodo. Ripeti, sussurrando, le parole “Tu, Dio, sei misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”. Custodiscile, lasciale abitare dentro di te durante la giornata e chiedi a Dio la grazia di conoscerlo.

Buon cammino!

 

 

[1] FRANCESCO, Misericordiae vultus. Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Città del Vaticano, 2015, n. 6.

UnNomeunaPromessa #2 – Tu sei chiamato

Cari giovani, bentornati! Eccoci al secondo appuntamento di questo percorso che ci condurrà a scoprire il senso e la bellezza del nome che ciascuno di noi ha ricevuto, Nome portatore di una Promessa di Vita piena.

Se hai accolto la proposta della volta scorsa, ti sarà diventato familiare il ritornello “Dio disse” – “E così avvenne”(Cfr. Gen 1); ad una parola di Dio corrisponde sempre un fatto, una creazione: Dio crea chiamando per nome! Ma allora questo significa che pronunciando il tuo nome Dio ti ha chiamato alla vita, ti ha donato esistere. Forse non ci pensi, o forse non ci credi fino in fondo che nome e vita non li hai ricevuti solo dai tuoi genitori… Eppure, se tu ascoltassi in profondità il tuo cuore, se ti spingessi con la tua sete di felicità nelle profondità del tuo cuore, sfioreresti il ​​tuo desiderio di infinito: ti scopriresti assetato di vita piena, vita che non finisce, vita eterna. E faresti un sussulto di gioia e stupore insieme… E sai bene che questo desiderio di infinito supera anche i tuoi genitori che, pur bravi e belli che siano, sono sempre e comunque limitati, finiti.

Sai perché desideri l’infinito, la vita piena, l’amore eterno? Perché da lì vieni: da un amore infinito, da un cuore che ti ama da sempre e che per sempre ti amerà: tu vieni da Dio! Lui ti ha chiamato per nome e ti ha chiamato alla vita, e il desiderio di infinito che ti abita ne è la prova! Come dice anche il ritornello di un canto ormai un po ‘datato:

Eccomi, Signore, mi hai chiamato:

da prima che io fossi

hai pronunciato il nome mio con amore.

Mi hai amato ed ora tu sai:

ardo del tuo desiderio.

Fame e sete ho di te, mio ​​signor,

non dimenticare il grido del tuo servo.

Sii tu la luce, la guida al mio cuor:

ardo del tuo desiderio.

(puoi ascoltare la canzone qui

Ecco che entra in gioco ora la parola vocazione : perché la vocazione, come l’ appello che si fa a scuola, sta all’inizio. Scrive Alessandro D’Avenia nel suo ultimo romanzo [1] :

«Se al verbo latino pello ,“ spingere ”, mescolo la preposizione ad- ,“ verso ”, do vita al composto AD-PELLO,“ spingere verso ”, ossia l’azione compiuta da una donna dà quando alla luce. APPELLO significa:

  • chiamare per nome una persona per accertarsi che sia presente;
  • invocazione, richiesta d’aiuto.

In entrambi i casi è presente una voce che definisce le condizioni di possibilità della vita umana […]

Concepire la tua vita come vocazione (dal latino “chiamata, invito”), come appello , significa prima di tutto comprendere che essa non è frutto di un caso, ma è risposta ad una chiamata, ad un invito. Allora puoi dire con forza: Io sono voluto, desiderato da Dio! Lui mi ha chiamato all’esistenza! Lui, niente di meno che Dio!

È il passaggio di consapevolezza che ha fatto anche Geremia [2] , il profeta:

Geremia 1,4-5

Mi fu rivolta questa parola del Signore:
«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni ».

Ma anche il popolo d’Israele:

Isaia 43,1

Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe,

che ti ha plasmato, o Israele:

«Non temere, perché io ti ho riscattato,

ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni ».

 

Ed è il passaggio di consapevolezza a cui oggi sei chiamato tu, per poter dire:

«Sei tu, Signore, che hai formato i miei reni

e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.

Io ti rendo grazie:

hai fatto di me una meraviglia stupenda;

meravigliose sono le tue opere,

le riconosce pienamente l’anima mia.

Non ti erano nascoste le mie ossa

quando venivo formato nel segreto,

ricamato nelle profondità della terra ».

Se vuoi, in questo mese puoi farti accompagnare dal Salmo 139 da cui sono tratti i versetti precedenti, e chiedere la grazia a Dio di poterti riconoscere suo figlio, figlia sua.

SALMO 139

Signore, tu mi scruti e mi conosci,

tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo,
intendi da lontano i miei pensieri,
3  osservi il mio cammino e il mio riposo,
ti sono note tutte le mie vie.
4  La mia parola non è ancora sulla lingua
ed ecco, Signore, già la conosci tutta.
5  Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
6  Meravigliosa per me la tua conoscenza,
troppo alta, per me inaccessibile.
7  Dove andare lontano dal tuo spirito?
Dove fuggire dalla tua presenza?
8  Se salgo in cielo, là tu sei;
se scendo negli inferi, eccoti.
9  Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
10  anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
11  Se dico: «Almeno le tenebre mi avvolgano
e la luce intorno a me sia notte»,
12  nemmeno le tenebre per te sono tenebre
e la notte è luminosa come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.
13  Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
14  Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda;
meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.
15  Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra
.
16  Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;
erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati
quando ancora non ne esisteva uno.

[1] A. D’Avenia, L’Appello, Ed. Mondadori, 2020, p.36.

[2] A. D’Avenia, Geremia, https://www.youtube.com/watch?v=oN-6QsHd_eI

Un Nome una Promessa #1

Ti è mai capitato di non dare peso alle parole di una canzone? Di canticchiarla senza capirne il senso, senza nemmeno farti troppe domande sul significato? Be’, a me sì, e la canzone in questione è Gigante, di Piero Pelù. Ma, riascoltandola qualche settimana fa, sono stata attirata dalle prime parole: “Spingi forte, spingi forte, salta fuori da quel buio”, parole rivolte ad un bambino che si affaccia alla vita (nello specifico il cantante parla ai nipotini…). E se le sentissimo rivolte a noi all’inizio di un nuovo anno? A noi, chiamati a saltare fuori dal buio che forse ci ha attanagliati nel 2020, per entrare con forza in questo 2021, anno nuovo che in un qualche modo mi invita: “Spingi forte, salta fuori!” detto in altre parole: “Vieni alla luce, vieni alla vita, vivi, diventa il gigante che sei!” (puoi ascoltare la canzone qui).

NomeParole che arrivano con il sapore di una promessa: “Tu sei molto di più di quello che credi, di quello che vedi…gigante!”; parole che dicono qualcosa della grandezza alla quale tu sei chiamato: a diventare gigante, a diventare pienamente uomo e pienamente donna…

Dunque, c’è una promessa che abita la tua vita, una promessa rivolta a te, che è solo per te e che è custodita nella tua vita!

Ritornando sempre alla scena del bambino che sta nascendo, immaginandola è apparso un altro elemento: il nome. Generalmente il nome viene scelto prima che il bambino nasca, non si improvvisa, viene preparato da mamma e papà e appena il bambino viene alla luce ecco che agli occhi dei genitori quel nome si riempie di vita, di carne e ossa, assume un corpo, toccabile, visibile, odorabile (oltre che adorabile!), ascoltabile nel pianto (che Pelù chiama il “primo canto”). Finalmente quel nome è diventato realtà! Il nome! Quanta importanza tu dai al tuo nome? Con quale attenzione pronunci il tuo nome, quando ti presenti? È solo qualcosa di funzionale, perché tu ti possa voltare quando ti chiamano? Serve solo per dare agli altri la possibilità di indicarti?

PresenteRiprendendo alcune parole di Omero Romeo, protagonista dell’ultimo romanzo di A. D’Avenia[1], possiamo affermare che:

  1. Il nome identifica “ciò che non si è mai dato nella storia e mai più si darà nel suo corso”: il nome dato a te, anche se portato da altri, identifica te e non altri: dice chi sei tu, meglio: chi sei chiamato a diventare tu e soltanto tu! Non altri prima di te, non altri dopo di te.
  2. “Il nome ha bisogno di essere pronunciato da qualcuno”: non sei tu che te lo sei dato: qualcuno ha deciso di chiamarti con quel tuo nome, qualcuno ha pronunciato il tuo nome.
  3. “Al nostro nome noi rispondiamo: presente!”: rispondere al tuo nome spetta solo a te e non puoi rispondere per finta, per abitudine, perché “non si è vivi per abitudine, ma per inquietudine”.
  4. Ecco la quarta sottolineatura, sottoforma di domanda-provocazione: tu sei vivo e vivi per abitudine? O c’è un’inquietudine che abita e muove la tua vita? Quale?

Vedi quanto c’è dietro il tuo nome? O meglio, dentro il tuo nome? C’è vita che ti è data e che chiede continuamente di venire alla luce, di esprimersi in pienezza, in tutta la sua bellezza; c’è la possibilità di relazione con chi ti ha chiamato alla vita. Vita e nome: entrambi non te li sei dati tu, ma li hai ricevuti!

E la sfida qual è? Non ridurre il tuo nome, che è nome proprio, non ridurlo a nome comune, perché questo significherebbe smettere di vivere, significherebbe, come amava ripetere Carlo Acutis, vivere e morire fotocopie, e non originali.

Ti facciamo una proposta per questo 2021: mettersi in ascolto di alcuni testi biblici per entrare sempre di più nel tuo nome, quello scelto per te dai tuoi genitori, ma ancora prima pronunciato da Dio nell’atto creativo. Sì, perché Dio crea chiamando per nome. Da lì noi veniamo: dal pensiero di Dio, dal suo cuore di Padre che porta tatuato nelle sue mani il nostro nome (Cfr. Isaia 49,16), e che ce lo affida come una promessa da realizzare.

Ci stai? Ecco, allora il primo brano: il Capitolo 1 di Genesi, dove si ripete il ritornello “Dio disse.

Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita.

Papa Francesco, Gaudete et Exsultate, n.24

Puoi leggere qui di seguito il testo di Genesi 1:

1 In principio Dio creò il cielo e la terra. 2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5 e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
6 Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7 Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8 Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
9 Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. 10 Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. 11 E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12 la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13 E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
14 Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni 15 e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: 16 Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 17 Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18 e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. 19 E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
20 Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21 Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 22 Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23 E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
24 Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: 25 Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.
28 Dio li benedisse e disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra».
29 Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. 30 A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. 31 Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

[1] A. D’Avenia, L’Appello, Ed. Mondadori, 2020, p.36.