Spiritualità di Madre Chiara

Dio sa quello che fa!

È certamente questa l’espressione più conosciuta di Madre Chiara Ricci, fondatrice delle Suore Francescane Angeline, che in questi anni ha suscitato, nei cuori di tanti giovani, il desiderio di conoscere meglio la sua spiritualità francescana, così ricca di fiducia in Dio.

Per molti di noi, infatti, Madre Chiara è un esempio luminoso di vita cristiana e religiosa, che intercede presso il Padre, insegnandoci a confidare sempre nella sua paterna bontà.

Certi che la sua esperienza abbia ancora tanto da dire alle nostre giovani vite, vogliamo soffermarci su alcuni aspetti della sua vita. Partiremo dalla Lettera Circolare che lei stessa scrive a tutte le sue figlie, per poter così cogliere il dono che ancora oggi è per noi giovani.

 


Maria madre di Misericordia

Nel mese di maggio, mese dedicato alla devozione di Maria, vogliamo approfondire il rapporto di madre Chiara con la Vergine e lo facciamo a partire dalle ultime parole da lei pronunciate prima di morire:

Maria madre di Dio, madre di Misericordia santificate l’anima mia

Negli ultimi istanti della sua vita, quando era chiaro per lei che di lì a poco avrebbe incontrato il suo Sposo, madre Chiara si affida alla Vergine Maria nella sua accezione di madre di Misericordia. Questo affidamento, pur nella sua semplicità, ci dice molte cose. Innanzitutto ci parla della sua storia con Dio e dei primi passi che lei compì nella fede: a Savona infatti è presente il Santuario di Nostra Signora della Misericordia e qui madre Chiara si è recata più volte nella sua giovinezza. Una volta a Castelspina decise di portare copia dell’immagine di Maria madre di Misericordia in convento ed è possibile che su di essa pose il suo sguardo prima di morire. Ma la sua devozione alla Misericordia non caratterizza solo l’inizio e la fine della sua vita. Tutta la sua esistenza fu infatti segnata da un affidamento costante alla misericordia divina, atteggiamento tipico di chi pone fiducia in Dio.

Come ci ricorda papa Francesco nel documento Misericordiae vultus:

Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona.

Madre Chiara aveva una grande consapevolezza della bontà di Dio che si fa misericordioso nei confronti dell’uomo e questo atteggiamento lo rese vivo e reale nel suo modo di vivere e testimoniare la fede. La sua attenzione nei confronti delle sue figlie e di coloro che le erano affidati ne è un segno. Molti ricordano come madre Chiara esigesse un comportamento retto e non risparmiasse penitenze alle figlie che trasgredivano l’obbedienza; ma al tempo stesso le penitenze non erano punizioni, tanto che la stessa madre non serbava mai rancore nei confronti di chi sbagliava e sempre era pronta a incoraggiare e sostenere nel bene. La penitenza era solo uno strumento per colui che la praticava: essa permetteva di cancellare l’errore e incoraggiare a fare meglio. Anche quando si sentì abbandonata e incompresa dalle sue stesse figlie e sorelle, madre Chiara non smise di avere fiducia in Dio e nella sua misericordia e tutto fece perché le decisioni prese non portassero ulteriori divisioni, ma offrì la sua sofferenza per l’unità e il futuro della famiglia da lei fondata.

Anche noi possiamo affidarci a Maria madre di Misericordia nel nostro cammino di fede. Leggiamo ancora un brano tratto dal documento Misericordiae vultus:

Il pensiero ora si volge alla Madre della Misericordia. La dolcezza del suo sguardo ci accompagni … perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio. Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne. La Madre del Crocifisso Risorto è entrata nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore.

Scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, Maria è stata da sempre preparata dall’amore del Padre per essere Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini. Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù. Il suo canto di lode, sulla soglia della casa di Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende «di generazione in generazione» (Lc 1,50). Anche noi eravamo presenti in quelle parole profetiche della Vergine Maria.

Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù. Il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio. Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno.

Anche l’icona di Maria madre di misericordia ci parla della bontà di una madre che tutti accoglie sotto il suo mantello. Questo non è solo simbolo di protezione, ma anche di dignità filiale. Nel Medioevo (epoca in cui nasce questo tipo di iconografia) il manto protettore aveva un significato giuridico ben conosciuto: indicava la figliolanza legittimata (i figli nati prima del matrimonio erano legittimati se tenuti sotto il mantello della madre durante le nozze), protezione e amore caritatevole (un perseguitato che si fosse rifugiato sotto un manto regale aveva diritto alla grazia essendo il mantello simbolo di dignità).

Maria, accogliendoci tutti sotto il suo mantello si fa tramite per la misericordia divina e ci ricorda che siamo figli amati di un unico Padre.

Dio, vivo e vero, sempre ci guarda

Pasqua

In questo tempo immerso nel mistero pasquale della morte e risurrezione di Gesù, continuiamo a rivolgere lo sguardo a madre Chiara col desiderio di comprendere questi giorni anche grazie alla sua parola e al suo modo di vivere il rapporto con Dio. Tra le memorie e testimonianze che la ricordano e che narrano la sua vita, si trova una frase che si lega bene al mistero che stiamo vivendo in questi giorni:

Dio, vivo e vero, sempre ci guarda

Quale fu l’occasione in cui venne pronunciata? Madre Chiara rivolge questo ammonimento a una giovane suora che, durante le preghiere della sera, si era distratta e non era riuscita a continuare nel suo ufficio perché le veniva da ridere. La madre il giorno dopo la chiama e con amorevolezza le ricorda che Il coro è il luogo santo dove Dio, vivo e vero, sempre ci guarda.

Come sempre, nella semplicità e in poche parole, viene racchiusa tutta l’attenzione e la consapevolezza di una relazione viva e profonda con Dio Padre. Si vede in questa frase tutta l’intensità del rapporto che la fondatrice delle suore angeline aveva con Dio e la certezza che il Suo sguardo amorevole è sempre rivolto ai suoi figli: uno sguardo di un Dio che è vivo e vero. Questi aggettivi possono sembrare dovuti semplicemente a un’educazione religiosa o alla spiritualità del tempo, ma se ci soffermiamo sul significato che hanno, non possiamo non renderci conto della loro profondità. Dio è vivo ed è risorto dalla morte! Ed è un Dio vero, la cui presenza è tangibile nella nostra vita. Questo fa sì che la relazione con Lui sia altrettanto viva e reale! E questa relazione madre Chiara l’ha vissuta intensamente nella sua vita.

Ma lo sguardo di Dio è rivolto a noi solo quando siamo in preghiera (o nel coro, cioè in chiesa)? Anche in questo le testimonianze su madre Chiara ci aiutano. Nello stesso racconto da cui abbiamo estrapolato la frase che abbiamo commentato sopra si legge, poco più avanti:

Voleva far comprendere come la vita religiosa è intessuta non di cose appariscenti e luminose, che potrebbero essere pascolo all’amor proprio od alla superbia, ma di piccoli fili d’erba, piccole gocce di sacrifici nascosti, briciole di atti virtuosi, granelli di atti d’amore che talvolta possono passare inosservati all’occhio umano ma non a quello Divino.

Ecco allora che lo sguardo di Dio si allarga a tutta la nostra vita, così come la relazione con Lui si nutre non solo nella preghiera, ma nei piccoli gesti di ogni giorno, nei piccoli passi possibili che compiamo per amor Suo e dei fratelli che accompagnano il nostro cammino.

Madre Chiara ci insegna la certezza che lo sguardo di Dio è lo sguardo di una presenza amorevole, viva e reale nella vita dei Suoi figli; uno sguardo che illumina ogni gesto, anche il più insignificante, di amore e lo trasforma con la luce della risurrezione.

Alba

Ciò farà tanto bene all’anima tua

Continuiamo, anche questo mese, a prendere spunto dalle memorie e dalle testimonianze raccolte su madre Chiara per approfondire la sua conoscenza e vedere insieme il suo modo di vivere la fede e il proprio rapporto con Dio.

Leggiamo insieme il racconto di suor Candida che, attratta dalla vita religiosa e dal carisma francescano, conobbe madre Chiara e decise di entrare nelle suore francescane Angeline.

Candida visse a Castelspina per meno di un anno, i mesi in cui si preparò alla vestizione. Nella sua testimonianza trapela un’immagine molto tenera della fondatrice, che lascia trapelare tutto l’amore e la cura che madre Chiara doveva avere nei confronti delle sue figlie, in particolare delle più giovani che si trovavano all’inizio della loro vita religiosa.

L’incontro con la Madre non lo saprei esprimere. Mi accolse maternamente … Mi trattò con tanta affabilità che mi incantava … Anche quando doveva fare il rimprovero non lo faceva pesare.

Ma ciò su cui ci soffermiamo oggi è un ricordo particolare di suor Candida:

Non ho conservato nessuno scritto, salvo una immagine di Gesù Crocifisso scritta da lei [Madre Chiara] il giorno della mia Vestizione Religiosa, il giorno sacro delle Stimmate di S. Francesco, 17 settembre 1896: “Guarda questo Crocifisso di frequente e poi medita le sue pene per cinque minuti; ciò farà tanto bene all’anima tua”

L’immagine e la frase di cui scrive Candida le sono donati da madre Chiara per un giorno speciale, quello della vestizione, che segna l’inizio della vita religiosa della giovane suora. Nel cuore della fondatrice c’era quindi sicuramente l’intento di lasciare un ricordo che potesse essere una guida lungo il cammino che Candida si apprestava a fare.

Possiamo dire con certezza che la preghiera era al centro della vita di madre Chiara e un posto speciale doveva avere per lei la preghiera davanti al Crocefisso. Rivolgere a Lui lo sguardo e meditare sulla Sua passione deve averla aiutata e sostenuta lungo tutta la sua vita; in Cristo madre Chiara ripose le sue gioie e i suoi dolori, certa di non essere mai abbandonata e di trovare in Lui guida, aiuto e conforto.

Per questo diventa ancora più significativo che faccia dono di questo insegnamento a suor Candida nel giorno in cui inizia la sua vita da religiosa.

Colpisce anche un altro dettaglio: guarda … di frequente e poi medita … per cinque minuti. Non è necessario dedicare tempi lunghi alla preghiera, bastano pochi minuti vissuti con fedeltà nel quotidiano (di frequente). Possiamo vedere in questo uno stile di preghiera che probabilmente madre Chiara aveva fatto suo: nelle attività che avranno riempito la sua giornata ogni momento era un buon momento per fermarsi e pregare cinque minuti.

La preghiera nutriva la sua vita. Madre Chiara si mise alla scuola di Gesù, che ha sempre pregato lungo tutta la sua esistenza terrena.

Come ci ricorda papa Francesco:

anche nei momenti di maggiore dedizione ai poveri e ai malati, Gesù non tralasciava mai il suo dialogo intimo con il Padre. Quanto più era immerso nei bisogni della gente, tanto più sentiva la necessità di riposare nella Comunione trinitaria, di tornare con il Padre e lo Spirito.

E questo insegnamento madre Chiara lo dona anche a te oggi: nella vita spesso frenetica e piena di impegni, rivolgi lo sguardo a Dio di frequente e donagli cinque minuti del tuo tempo.

La preghiera è uno strumento fondamentale per curare il nostro rapporto con Dio e sostenere la nostra fede. Gesù, infatti, ci insegna a pregare e si fa lui stesso intercessore per noi presso il Padre.

Ci ricorda papa Francesco:

Un giorno vissuto senza preghiera rischia di trasformarsi in un’esperienza fastidiosa, o noiosa: tutto quello che ci capita potrebbe per noi volgersi in un mal sopportato e cieco destino. Gesù invece educa all’obbedienza alla realtà e dunque all’ascolto. La preghiera è anzitutto ascolto e incontro con Dio. I problemi di tutti i giorni, allora, non diventano ostacoli, ma appelli di Dio stesso ad ascoltare e incontrare chi ci sta di fronte.

Il cammino quotidiano, comprese le fatiche, acquista la prospettiva di una “vocazione”. La preghiera ha il potere di trasformare in bene ciò che nella vita sarebbe altrimenti una condanna; la preghiera ha il potere di aprire un orizzonte grande alla mente e di allargare il cuore.

In questo tempo di Quaresima, tempo particolarmente favorevole alla preghiera, vogliamo metterci alla scuola di madre Chiara e di Gesù per far consolidare, rifiorire o semplicemente nascere in noi l’abitudine alla preghiera, affinché la nostra vita assuma un sapore nuovo, di pienezza e di gioia.

Puoi leggere la catechesi completa di papa Francesco su “Gesù maestro di preghiera” al link https://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20201104_udienza-generale.html

Seguimi, … io ti aiuterò

Nel nostro percorso di approfondimento della vita e della spiritualità di madre Chiara, questo mese facciamo la conoscenza di suor Antonietta. Chi era? E che legame ha con madre Chiara?

Suor Antonietta era una giovane che sentiva dentro di sé il desiderio di seguire Gesù e di consacrare a Lui la sua vita, ma non sapeva trovare la strada giusta. Aveva infatti fatto un’esperienza vocazionale presso le Monache Cappuccine del suo paese ma era rimasta delusa perché non sentiva come proprio il loro stile di vita. Una sua zia Francescana Angelina la invitò a Castelspina per farle conoscere l’istituto nel quale viveva. Antonietta vive con gioia quel giorno che rimarrà per sempre nel suo cuore, tanto che a distanza di anni e ormai anziana lo ricorda così

Andai come ad una gran festa e quale non fu il mio contento nell’entrare in quel sacro recinto ove spirava tanta povertà e semplicità serafica, ma ancor di più quando mi venne incontro la cara Fondatrice col suo benevolo sorriso; il mio cuore si sentì preso, ella avrebbe preso per sempre il posto della cara mamma perduta e non sbagliavo.

Antonietta sente subito che quel posto la chiama, è quello che lei desidera. E, tra le righe, vediamo come questa certezza sia passata anche attraverso l’accoglienza e la cura materna di madre Chiara che subito la accoglie come una figlia e non la dimentica, nonostante Antonietta non possa entrare subito in convento ma debba attendere alcuni anni prima di vedere realizzato il suo desiderio e poter rispondere alla sua vocazione. Antonietta entra dunque a far parte delle Francescane Angeline, conservando un vivo ricordo di madre Chiara e del suo stile di vita.

Eppure, come spesso accade nella vita, anche Antonietta attraversa momenti di difficoltà. Dopo molti anni nell’istituto e dopo aver vissuto in diverse case, le viene affidato l’incarico di superiora del convento di Castelspina. È un ruolo importante e gravoso e Antonietta fatica a reggerne il peso. Ma il ricordo di madre Chiara la aiuta in questa situazione: ella sente la fondatrice vicina e le si presenta la sua immagine che la rimprovera soavemente dicendole

Non puoi fare tu pure come ho fatto io? Seguimi, … io ti aiuterò

Questa frase diede ad Antonietta la scossa che le serviva e da quel giorno svolse il suo incarico con letizia e impegno.

Ma cosa può dire a noi questa frase? Può aiutarci a vivere meglio la nostra vita e il nostro rapporto con Dio? Madre Chiara invita suor Antonietta a seguire il suo esempio, ma cosa significa esattamente e come questo ha aiutato quest’ultima? L’invito che madre Chiara rivolge a suor Antonietta è quello di seguire la strada che lei stessa ha percorso, cioè seguire il Signore Gesù e docilmente mettersi alla scuola della Sua Parola.

Ma non è un consiglio un po’ scontato da fare a una suora? Eppure Antonietta scrive che quella frase fu esattamente quello di cui aveva bisogno. Questo perché, a volte, pur desiderando conoscere Dio e vivere un rapporto personale con Lui, viviamo delle situazioni che ci impediscono e ci limitano: vorremmo seguire Gesù, ma seguiamo invece degli atteggiamenti che ci allontanano da Lui. Questi possono essere di varia natura e spesso anche mascherati dietro atteggiamenti che noi pensiamo di fede.

Come ci ricorda papa Francesco:

Ci sono degli atteggiamenti previ alla confessione di Gesù. Anche per noi, che siamo nel gregge di Gesù. Sono come “antipatie previe”, che non ci lasciano andare avanti nella conoscenza del Signore.

Antonietta era così preoccupata per il suo incarico e per svolgerlo al meglio che aveva perso la strada e lo stile giusto per farlo. Mettersi alla sequela di Gesù infatti non è solo abbracciare uno stile di vita (capire la propria vocazione, sposarsi, consacrarsi), ma rinnovare ogni giorno quell’atteggiamento di fiducia e di abbandono, disponibili a far sì che Dio operi nella nostra vita; madre Chiara ci insegna come ascoltare e seguire Gesù significa innanzitutto essere liberi da tutti quei legami che non ci permettono di credere.

Il 2 febbraio si celebra la giornata per la vita consacrata: vogliamo ricordarci che ogni vita è vocazione e ognuno di noi porta dentro si sé il seme di una chiamata (al matrimonio, alla vita consacrata, …) che racchiude la realizzazione dei propri desideri più veri. E tu, sei pronto a scoprire il tuo seme mettendoti in cammino dietro il Signore?

Se lo desideri puoi approfondire il tema della sequela di Gesù leggendo questa omelia di papa Francesco: https://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200505_perentrare-nelgregge-dicristo.html

Aspettando il Natale con madre Chiara

Gesù bambino si degni di sempre tenerla sorretta delle più distinte sue grazie.

PresepeQuesta frase, che agli orecchi di oggi può sembrare un po’ strana e poco comprensibile a causa di un italiano un po’ vecchio, è tratta da una lettera che madre Chiara scrive al vescovo mons. Sciandra il 23 dicembre 1881, pochi giorni prima di Natale.

Il significato della frase è un semplice augurio affinché Gesù Bambino possa proteggere e sostenere il vescovo e ricolmare la sua vita di doni. Colpisce che l’invocazione non sia rivolta genericamente a Dio o al Signore Gesù, ma proprio a Gesù Bambino ricordando come questi, fin dalla sua venuta nel mondo, sia stato portatore di salvezza e di grazia per tutti gli uomini.

In questa occasione non ci soffermeremo sui contenuti della lettera, ma prendiamo spunto da questa frase per riflettere sul Natale, ormai vicino, e su come il messaggio di questa solennità si rifletta nell’operato e nella fede di madre Chiara Ricci. Lo faremo facendoci aiutare da alcune frasi tratte dalla lettera apostolica Admirabile signum che papa Francesco ha scritto per riflettere sul valore e sul significato del presepe.

Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. (Admirabile Signum 1)

 

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi. (Admirabile Signum 3)

Incontro e umiltàMadre Chiara era una persona decisa, che non si faceva certo mettere i piedi in testa (ci vuole forza e determinazione nel dirigere una scuola, nel preoccuparsi della formazione religiosa delle sue figlie e nel governare un istituto appena nato), ma che nella preghiera e nel suo rapporto con il Signore aveva appreso le doti dell’umiltà, della povertà e della spogliazione; quest’ultima è una parola forse un po’ difficile da calare oggi nella nostra vita, ma la potremmo tradurre con un atteggiamento che ci fa mettere al primo posto gli altri, spogliandoci del nostro egoismo e di quei tratti del nostro carattere che rendono i nostri pensieri e i nostri problemi le cose più importanti.

L’umiltà è appunto uno dei tratti che maggiormente contraddistingue madre Chiara. Le testimonianze di coloro che l’hanno conosciuta la ricordano come una persona profondamente umile, che non si poneva mai sopra gli altri. La sua preoccupazione era sempre rivolta alle persone che aveva di fronte; anche nell’affidare i compiti alle sue figlie si preoccupava sempre che esse non ne fossero gravate, ma li potessero vivere con serenità. L’umiltà era per lei il modo di mettersi in ascolto del prossimo, al suo servizio, accogliendolo come un fratello, figlio dello stesso Padre.

Cielo stellato

Rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza. (Admirabile Signum 4)

Madre Chiara conosceva la sofferenza e molte volte, in diversi momenti della sua vita, le saranno sorte nel cuore domande importanti, esistenziali diremmo noi. È normale avere queste domande, la differenza la fa la risposta che troviamo. Madre Chiara ha sempre cercato in Dio le risposte alle domande che l’affliggevano. Lo provano due delle frasi più famose che ricordiamo di lei: “Dio sa quello che fa” e “In te Domine speravi” (In te, Signore, mi sono rifugiato). Ella aveva provato che solo Dio è colui che può far rischiarare la notte delle nostre sofferenze, dei nostri dubbi e delle nostre paure.

Che questo Natale possa portare luce nei nostri cuori affinché diventiamo fratelli del nostro prossimo e possa rischiarare le tenebre della nostra vita portandovi verità e luce.

Buon Natale!

Necrologio di madre Chiara Ricci

Madre Chiara RicciI mesi di settembre e ottobre sono particolarmente legati alla memoria della fondatrice delle suore francescane angeline: è in questo periodo che si svolgono le giornate di spiritualità durante le quali viene fatta memoria del transito al cielo di madre Chiara. Ella morì infatti il 1° ottobre 1900, a Castelspina. Prendendo spunto da questa ricorrenza, vogliamo oggi leggere insieme il necrologio che venne pubblicato in sua memoria su un giornale di Alessandria il 20 ottobre 1900.

Oggi siamo abituati a necrologi brevi e concisi, il cui scopo è dare semplice notizia della morte di una persona. Colpisce, pertanto, innanzitutto la lunghezza del testo che si rivela essere quasi una breve biografia di Chiara Ricci e che non tralascia nessuna delle tappe fondamentali della vita della fondatrice.

Una dolorosa irreparabile perdita fecero le Suore Angeline di S. Francesco di Castelspina il giorno primo di ottobre. La loro Superiora Suor Chiara Ricci lasciava questa terra di esilio per unirsi al suo sposo Gesù. Fu essa religiosa umile, mite, caritatevole, pia. Nata a Savona l’anno 1833 da pii e ricchi genitori venne educata nel Santo timor di Dio.

È questo l’inizio del necrologio. Dopo l’annuncio della morte, chi scrive informa il lettore riguardo alla nascita di madre Chiara e alla sua famiglia. Una famiglia benestante, come abbiamo avuto modo di vedere anche leggendo l’autobiografia, ma molto pia, nella quale i figli vennero educati alla fede. Segue quindi un ritratto profondo del carattere di Chiara Ricci.

Era affabile, ma senza leggerezza, grave, ma senza alterigia, gioviale, ma senza dissipamento, modesta, ma senza caricature, fervorosa, ma senza fanatismo, delicata di coscienza ma senza scrupoli.

Queste caratteristiche trovano conferma sia nei suoi scritti (la lettera circolare e l’autobiografia), sia nelle memorie a noi tramandate che la riguardano e la descrivono. Madre Chiara doveva essere una persona molto saggia sia nelle azioni che nelle decisioni, capace di discernere e sempre attenta alle persone che incontrava e desiderosa del bene per la loro vita.

Il necrologio continua narrando la sua decisione di consacrarsi a Dio e fa cenno alle difficoltà che ella dovette affrontare prima di poter entrare in convento. Tuttavia, come ha modo di dire anche lei stessa nella sua autobiografia, la sua vocazione le era chiara e tale consapevolezza le dette la forza e la serenità per portare avanti la sua scelta. Una volta entrata nelle Terziarie del Monte di Genova si fece apprezzare per il suo carattere e per la sua intelligenza.

Durante il suo noviziato in Genova si fe’ ammirare per la sua obbedienza, osservanza delle regole, belle maniere e prudenza, per bontà di cuore, santità di costumi e dotata di non comune intelligenza e profonde cognizioni appena ebbe fatta la sua professione le vennero nella sua Congregazione affidati difficili e delicati uffici quali disimpegnò con soddisfazione dei suoi superiori e delle Consorelle.

Il testo passa poi a narrare della presenza di madre Chiara Ricci in provincia di Alessandria e nello specifico della sua attività di educatrice e direttrice di diversi istituti fino all’arrivo a Castelspina e alla costruzione della casa madre delle suore francescane angeline.

In pochi anni mandò le sue Consorelle in ben due città e in ben novi paesi alla Direzione, vuoi di asili infantili, vuoi di orfanatrofi, vuoi di scuole di lavoro, vuoi alla cura degli infermi negli ospedali e a domicilio. Il Signore benedisse le sue fatiche.

Oltre al veloce sviluppo della nuova famiglia da lei fondata, colpisce sicuramente la varietà e la ricchezza di servizi che le sue figlie svolgevano nei diversi luoghi in cui furono chiamate e fondarono comunità. Traspare attraverso questo elenco l’attenzione della fondatrice per la vita e per tutte quelle situazioni in cui essa ha più bisogno di cure come, per esempio, l’infanzia e le situazioni di malattia.

Ma la vita di madre Chiara, nei suoi ultimi anni, fu segnata anche dal dolore e dalla sofferenza dettati da alcune divisioni che sorsero nella sua stessa famiglia e che la videro deposta dall’incarico di madre generale. Sappiamo che risale a questo periodo la sua frase più celebre “Dio sa quello che fa” e anche il necrologio non tralascia di ricordare lo spirito di perdono e di affidamento a Dio con cui ella visse questo periodo.

Essa colla coscienza pura di aver fatto il proprio dovere svelò le arti della menzogna e alla ingratitudine delle persone da lei beneficate corrispose con generoso perdono. Intanto il suo cuore temprava alla pazienza e rassegnazione, alla rimembranza che le opere di Dio incontrano contrasti e opposizioni.

Ormai malata, visse gli ultimi mesi rafforzando la sua preghiera e il suo affidamento a Dio.

Da qualche mese parea venirle meno le forse, si munì dei conforti di nostra SS. Religione, meditò Gesù Crocefisso, si trattenne alcune ore innanzi al SS. Sacramento e non parlava che di Dio.

La notte della sua morte si confessò e benedisse le sue figlie. Le sue ultime parole furono di affidamento alla Vergine: “Maria madre di Dio, madre di Misericordia santificate l’anima mia”.

Si giunge così alla conclusione del testo che ricorda come, meglio di qualsiasi discorso parlino le sue virtù, lo spirito di sacrificio, di annegazione, la sua umiltà, la sua pazienza, la sua carità, lo zelo della gloria di Dio.

Il necrologio è uno splendido ritratto che dipinge tutti gli aspetti più importanti della sua vita delineandone non solo le azioni, ma soprattutto il carattere e l’indole. Ne traspare la figura di madre Chiara Ricci nella sua interezza e nella sua profondità, ma soprattutto nella sua attenzione al bene e alla vita, nella sua capacità di affidarsi a Dio certa di trovare in lui risposta ai suoi bisogni. Se tutto ciò non bastasse, l’affetto e la stima che le persone avevano per lei e che si possono intuire in tanti passaggi di questo testo confermano come ella morì da Santa, come da Santa era vissuta.

Madre Chiara e la scuola

Questo mese leggiamo insieme uno scritto un po’ particolare e meno conosciuto di madre Chiara. Si tratta della “pubblicità” redatta da lei stessa e pubblicata su un giornale di Alessandria per promuovere e far conoscere l’educandato da lei fondato a Castelspina.

Settembre è infatti un mese strettamente legato alla scuola: bambini e ragazzi ritornano sui banchi dopo la pausa estiva e gli studenti universitari sostengono gli esami in attesa della ripresa delle lezioni. Vogliamo quindi scoprire insieme quale idea avesse madre Chiara della scuola.

Quest’istituto si propone di attendere con ogni diligenza e sollecitudine alla buona educazione fisica, intellettuale e morale delle fanciulle, curando la sanità e la robustezza del corpo, la coltura della mente nelle cognizioni necessarie ed utili per l’adempimento dei doveri della donna nella famiglia, e l’educazione del cuore dirigendo la volontà nell’amore del bene, e informando tutto il magistero educativo alla Religione ed alla sana morale.

Sono queste le prime righe dell’articolo da lei scritto. Colpisce innanzitutto l’attenzione a uno sviluppo completo delle ragazze che frequenteranno la scuola (non solo intellettuale, ma anche fisico e morale) e la consapevolezza che l’educazione ricevuta sarà per loro uno strumento per la vita adulta. L’attenzione all’educazione del cuore e a dirigere la volontà nell’amore del bene non va intesa come una frase fatta (e quasi dovuta in una scuola tenuta da religiose) ma indica il profondo desiderio di madre Chiara a formare donne in grado di saper scegliere il bene e saperlo costruire.

Gioveranno … le cure materne riguardo alla nettezza, al cibo …, all’alternativa ed alla giusta distribuzione dello studio, della ricreazione, del lavoro e del riposo.

È specifico interesse di madre Chiara che le alunne stiano bene a scuola. A quei tempi (siamo alla fine dell’Ottocento) gli Istituti erano del tutto simili a quelli che oggi chiameremmo collegi. Gli alunni (che potevano avere dai 6 ai 14 anni d’età) vi risiedevano per tutto l’anno scolastico e tornavano a casa solo per le vacanze. Traspare in questa frase tutta l’amorevolezza materna della fondatrice: non solo riguardo alle cose materiali (pulizia e cibo) ma soprattutto ai diversi bisogni delle alunne (non solo studio, ma anche attività pratiche, gioco e riposo). Ella sapeva bene quali sono le necessità delle ragazze e quanto potesse essere difficile per loro vivere lontane da casa e dagli affetti familiari.

Descritto il contesto e l’atmosfera in cui le studentesse avrebbero vissuto, Madre Chiara passa poi ad elencare le materie di studio senza tralasciare che esse sono in regola con quanto definito dalla legge (l’istruzione comprenderà tutti gli studi indicati dall’art. 315 della legge 15 Novembre 1859) e i programmi a norma. Sottolinea inoltre come, per alcune materie, si farà attenzione a passare quelle nozioni di maggiore utilità e di più facile applicazione agli usi ordinari della vita.

Il testo prosegue con i dettagli più pratici come la retta (e quanto vi è compreso) e i documenti necessari per l’iscrizione. Si indica inoltre il periodo delle vacanze estive, durante il quale le ragazze potevano tornare a casa. Tuttavia, la scuola non chiude mai (l’Istituto resta aperto per l’intero anno): si può leggere anche in questa decisione un’attenzione nei confronti di quelle ragazze che per svariati motivi non potevano tornare a casa durante le vacanze estive (magari perché orfane o per altre ragioni).

Per ultimo si fa cenno alla possibilità per le ragazze di seguire lezioni di francese e di pianoforte: materie certo non scontate per una scuola che si trovava in un contesto rurale e lontano dalla città.

A una prima lettura, il testo che abbiamo letto può sembrare una normale promozione di una nuova scuola, ma come abbiamo visto anche in esso traspare tutto il carisma di madre Chiara e la sua attenzione e passione per la vita. L’obiettivo che si prefigge non è uno sterile passaggio di nozioni, ma un prendersi cura delle ragazze a lei affidate e di tutti gli aspetti che ne compongono la personalità con lo scopo di formare donne mature in grado di inserirsi nella società. Non importa se esse saranno madri di famiglia o lavoratrici, l’importante è che abbiano tutti gli strumenti necessari per costruire il bene e saperlo scegliere.

Buon anno scolastico o accademico a tutti!

Maria Regina degli Angeli

Agosto è un mese importante per coloro che seguono il carisma di san Francesco perché il 2 agosto si celebra la festa del Perdono di Assisi. Ma per le suore Francescane Angeline c’è un motivo in più di festa: il 2 agosto è anche la loro festa titolare.

La norma di vita dell’istituto (cioè quel documento che raccoglie le principali norme spirituali e giuridiche) approvata dal vescovo di Alessandria nel 1889 recita, infatti, che la nascente famiglia aggiunge il nome di Angeline, oltre che per evitare la confusione con altri istituti francescani,

sia per amore di Santa Maria degli Angeli, cui è dedicata la cappella della prima casa di Castelspina, sia perché si propone di coltivare una speciale devozione verso i santi Angeli Custodi.

Fu proprio madre Chiara a volere la custodia e la protezione della beata Vergine Maria per il suo istituto e a scegliere, tra tutti gli appellativi e i titoli a lei riservati, quello di beata Vergine Maria degli Angeli della Porziuncola, tanto da dedicarle la cappella della casa di Castelspina.

Ma come mai proprio la Madonna degli Angeli?

Una lettura superficiale potrebbe far pensare a una devozione nata negli anni vissuti a Rivalta Bormida, dove si trova una cappella dedicata a Maria Regina degli Angeli. Ma le scelte di madre Chiara non sono mai scontate tantomeno se hanno a che vedere con le sue figlie e sorelle.

Madre Chiara rivela, nella sua decisione di dedicare la sua famiglia religiosa alla Vergine degli Angeli, il suo profondo attaccamento alla spiritualità francescana e all’insegnamento di san Francesco. Le biografie e gli scritti che parlano di Francesco testimoniano infatti il suo attaccamento alla Porziuncola, in quanto luogo santo, abitazione di Cristo e della Vergine sua Madre. Egli stesso ne aveva infatti più volte sperimentata la presenza, rivolgendo a Dio la sua preghiera e ottenendo grazie. In questa chiesetta, Francesco affida a Maria l’inizio dell’Ordine dei Frati Minori e delle Clarisse in modo che apparisse chiaramente che era la Madre della Misericordia a partorire nella sua dimora l’uno e l’altro Ordine. La Porziuncola è il luogo dove si sperimenta l’intercessione della Vergine degli Angeli che ottiene a nostro favore il perdono dei peccati e l’abbondanza delle grazie; è il luogo dove si celebra la misericordia del Figlio e si cresce nel suo amore.

Madre Chiara ha sicuramente presente la grande devozione di san Francesco per Maria così come le è chiaro che i modelli della sequela sono due: Cristo e Maria; entrambi, con il loro sì, hanno portato a compimento il progetto di salvezza di Dio Padre: la riconciliazione del genere umano con Dio. Ella volle associare quindi a questo sì le sue figlie e sorelle, perché fossero nel mondo testimoni e strumenti di riconciliazione.

È proprio alla luce di quanto detto finora che la decisione di affidare e dedicare il novello istituto alla beata Vergine Maria degli Angeli della Porziuncola acquista un significato molto più profondo che segna la strada per quanti si avvicinano al carisma di madre Chiara Ricci. Non solo nel forte attaccamento alla spiritualità francescana ma soprattutto nell’evidenziare nella misericordia uno dei tratti più importanti del cammino di fede. Solo quando facciamo esperienza della misericordia di Dio nella nostra vita infatti possiamo comprendere cosa significhi essere figli amati di un unico Padre, sperimentarne la bellezza e diventare a nostra volta testimoni.

Maria ci insegna la strada della sequela e ci sostiene in questo cammino perché possiamo vivere pienamente la nostra vita, scoprendo il disegno di bene che Dio ha per noi.

L’autobiografia #2

Il mese scorso abbiamo letto insieme la prima parte dell’autobiografia di madre Chiara nella quale ella narra la sua infanzia e la sua giovinezza e abbiamo visto come, dopo le seconde nozze del padre, Caterina (che era il nome di madre Chiara) si vide costretta a rimanere in casa per aiutare nella gestione della famiglia. Di quegli anni faticosi sappiamo poco, ma possiamo essere certi che era forte in lei la domanda riguardo alla sua vocazione.

In questo tempo pregai molto il Signore perché mi facesse decidere nello stato che dovevo abbracciare giacché il mondo non mancava di lusingarmi perché non lo abbandonassi.

Vediamo in questa frase tutta la fatica del discernimento. Caterina era una giovane donna, appartenente a una ricca famiglia della città e ben inserita nella vita sociale: nel suo modo discreto di dire che il mondo la lusingava possiamo immaginare anche le attenzioni di altri giovani della sua età. Ma per lei “sistemarsi” non è solo una questione sociale o di autonomia dalla famiglia di origine: per lei è chiaro che la scelta che è chiamata a fare è una scelta in cui si gioca tutta la sua vita e il suo rapporto con Dio.

All’età di 28 anni ha l’occasione di seguire gli esercizi spirituali tenuti nella parrocchia di Sant’Andrea da un francescano, padre Basilio da Neirone. Ascoltando la sua predicazione, Caterina sente nascere forte in lei non solo il desiderio di consacrarsi, ma anche di seguire il carisma francescano. Decide dunque di confidarsi con padre Basilio che la indirizza verso le Terziarie Francescane di Nostra Signora del Monte di Genova.

Questa non è una decisione scontata: ai tempi le ragazze benestanti che decidevano di consacrarsi erano indirizzate verso ordini religiosi e istituti che potessero loro garantire una condizione adeguata al loro stato sociale di origine. Ma questo a Caterina non importa.

Amavo di essere povera per amor di Dio e, se mi avessero mandato, di andare anche volentieri alla questua.

Saranno in molti a cercare di convincerla a cambiare la sua scelta verso un istituto più adeguato: nella sua autobiografia madre Chiara cita il suo confessore, altri religiosi (probabilmente amici di famiglia), suo padre e suo fratello maggiore Agostino. Ma lei è irremovibile, certa del desiderio che sente nel cuore e alla fine riesce ad avere la meglio.

Il 19 marzo 1862, accompagnata da suo padre e da uno zio canonico, va a Genova per entrare nelle Terziarie Francescane del Monte.

Il convento si trovava in cima a una salita abbastanza ripida e faticosa ed è proprio qui che madre Chiara viene chiamata a confermare per l’ultima volta la sua scelta. Lo narra lei stessa, con ironia, nella sua autobiografia:

Ricordo che per istrada nel borgo di S. Fruttuoso incontrai due suore appunto di quelle che dovevano essere le mie sorelle e al vederle così macilente con un abito così meschino e rozzo mi sentii tentata di dire a mio padre che non volevo più andare a farmi monaca, ma tosto sentii una voce che parlandomi al cuore mi diceva che era quella una tentazione del Demonio per guadagnarmi al secolo; mi feci animo e non diedi alcun segno di quella impressione avuta nel veder le suore. Giunta finalmente alla porta del Conservatorio sebbene il cuore mi battesse pure mi sentii più calma e il Demonio forse era rimasto confuso in fondo alla salita.

Madre Chiara ricorda anche come la sera stessa il refettorio e il povero cibo le fecero effetto, ma tutto rimase nel sonno e al mattino mi sentii contenta di trovarmi in quel povero e santo luogo.

La scelta della povertà francescana è quindi una scelta consapevole che pone un forte stacco rispetto alla sua vita precedente nella quale gli agi e la ricchezza non le mancarono di certo. Colpisce quindi la sincerità e la sicurezza con cui madre Chiara decise di abbracciare questa scelta ed è forse proprio grazie a questa consapevolezza che ella farà di tutto per non venirne meno.

I mesi di postulato passano veloci: Caterina ha ormai 29 anni ed è una donna matura e intelligente in cui è chiaro e autentico il desiderio di consacrazione. Dopo soli 3 mesi le viene quindi proposto di entrare in noviziato e il 21 giugno 1863, festa di san Luigi, indossa l’abito francescano.

La sua autobiografia termina qui, nel ricordo gioioso del suo anno di noviziato:

Incominciai il mio noviziato, caro e benedetto anno! Non ne passai mai più uno eguale; le monache mi volevano bene.

L’autobiografia #1

Oltre alla lettera circolare, che abbiamo letto insieme, lo scritto più importante che ci ha lasciato madre Chiara è la sua autobiografia.

Si tratta in realtà di un testo piuttosto breve, scritto appunto da lei stessa, che narra della sua vita fino all’ingresso in noviziato. Madre Chiara la scrive nel dicembre 1898, a due anni dalla morte, in un momento particolarmente doloroso: solo un mese prima era stata deposta dall’incarico di Madre Generale e viveva probabilmente un periodo di particolare sofferenza, preoccupata per il futuro dell’Istituto da lei fondato, interrogandosi sulla sua missione e sul suo servizio alla Congregazione. Possiamo ipotizzare che sia stato il suo padre spirituale a invitarla a scrivere un racconto della sua vita.

Vediamo oggi insieme la prima parte, che copre la sua infanzia e giovinezza.

Castelspina, 8 dicembre 1898

Oggi otto Dicembre 1898 giorno dedicato a Maria Immacolata, intraprendo a scrivere queste memorie della vita, le più rilevanti che passai al secolo e in Religione.

Madre Chiara si trova a Castelspina, la casa dove ha fondato le Francescane Angeline, e inizia a scrivere la sua autobiografia il giorno dell’Immacolata. Forse è stata semplicemente una data causale, ma è facile pensare che abbia deciso di cominciare proprio quel giorno per una ragione: mettere sotto la protezione di Maria la sua narrazione, come aveva fatto quando aveva deciso di dedicare il novello Istituto alla Vergine degli Angeli.

Madre Chiara nasce a Savona il giorno 8 luglio 1834 ed è battezzata con il nome di Angela Caterina Maddalena Battistina Maria Albertina. Il nome usato in famiglia era Caterina, abbreviato in Nina. I primi paragrafi ci fanno immergere nella sua vita di bambina: una vita lieta e serena. Il padre, Giacomo Ricci, era proprietario di una fiorente impresa di spedizioni e la famiglia viveva un’esistenza agiata. Madre Chiara ricorda due episodi nella sua autobiografia che lasciano ben intendere le condizioni benestanti della famiglia che le permettevano di partecipare agli eventi più importanti della città: all’età di quattro anni (e per cinque volte di seguito) fu scelta per estrarre i numeri vincenti della lotteria cittadina e all’età di sei anni durante la visita del Re e della Regina portò ai reali una cartelletta con le poesie recitate in loro onore. Caterina cresce circondata dall’amore della sua famiglia, istruita nella fede, frequentando le migliori scuole di Savona.

Ma questa felicità non doveva durare a lungo: nel 1847 la mamma muore, lasciandola orfana a soli 13 anni. Caterina è costretta a lasciare la scuola e, in quanto sorella maggiore, a occuparsi della famiglia. Questo episodio lascerà un segno indelebile nella sua vita, tanto che a distanza di anni, nella sua autobiografia, ricorda con impressionante precisione la data della morte della madre.

Frequentai la scuola fino alla morte della mia povera mamma la quale avvenne il tre Dicembre 1847 lasciandomi orfana nell’età di anni 13 mesi cinque e giorni 25.

Tuttavia, pur profondamente provata dalla perdita, Caterina vive serenamente insieme al padre e alle sorelle e ai fratelli. Scrivendo infatti di quegli anni, li ricorderà come tranquilli.

Ma le sofferenze non erano finite.

Giunta all’età di ventun anni, il Signore nei suoi giusti e santi decreti volle amareggiarmi la vita disponendo che mio padre passasse a seconde nozze con una cugina prima di mia madre.

È un fulmine a ciel sereno, aggravato dal fatto che la seconda moglie ha solo un anno in più di lei. Per Caterina comincia un periodo difficile, durante il quale si vide costretta a rimandare ogni decisione sulla sua vita per aiutare la matrigna ad accudire i cinque figli nati uno dopo l’altro.

Madre Chiara non spende molte parole sugli anni in famiglia che seguono la morte della madre e il secondo matrimonio di suo padre: la prosa è sintetica e asciutta, lasciando trasparire tutto il dolore e la sofferenza provati. Eppure, se pensiamo alla sua vita da consacrata, non possiamo che vedere anche in questi anni i semi del suo carisma: un’attenzione all’educazione dei più giovani, una cura nel governo della casa, un forte senso di maternità speso sia nei confronti delle sue figlie spirituali che delle alunne dei vari istituti.

Spesso anche noi viviamo delle situazioni in cui la fatica e la sofferenza sembrano prendere il sopravvento, ma è proprio attraverso di esse che il Signore ci prepara al disegno che ha pensato per noi.