Spiritualità di Madre Chiara

Dio sa quello che fa!

È certamente questa l’espressione più conosciuta di Madre Chiara Ricci, fondatrice delle Suore Francescane Angeline, che in questi anni ha suscitato, nei cuori di tanti giovani, il desiderio di conoscere meglio la sua spiritualità francescana, così ricca di fiducia in Dio.

Per molti di noi, infatti, Madre Chiara è un esempio luminoso di vita cristiana e religiosa, che intercede presso il Padre, insegnandoci a confidare sempre nella sua paterna bontà.

Certi che la sua esperienza abbia ancora tanto da dire alle nostre giovani vite, vogliamo soffermarci su alcuni aspetti della sua vita. Partiremo dalla Lettera Circolare che lei stessa scrive a tutte le sue figlie, per poter così cogliere il dono che ancora oggi è per noi giovani.

 


La lettera circolare #4

Viene ora da intrattenerci un poco sul buon esempio. Il buon esempio lo vogliono le nostre sorelle, e lo vuole il mondo da noi

Veniamo quindi al terzo dovere: il buon esempio. Come sempre madre Chiara va dritta al punto: il buon esempio gli altri lo vogliono. Se lo aspettano.

Il buon esempio è sempre voluto, preteso. Lo chiede la mamma al maggiore dei suoi figli, lo chiedono gli insegnanti agli alunni più bravi. Dare il buon esempio. Il pensiero che forse associamo a questa frase potrebbe essere: perché devo darlo io il buon esempio? Per una volta non possono darlo gli altri?

Eh già. Il buon esempio sa sempre di predica. Ma forse sa di predica anche il modo in cui noi intendiamo “dare il buon esempio”. Spesso crediamo che dare il buon esempio significhi agire in modo costruito e controllato, ubbidire in modo forzato a ciò che gli altri si aspettano che noi facciamo. Insomma, dare il buon esempio vuol dire non essere se stessi.

Le parole di madre Chiara potrebbero essere interpretate così. Dopotutto lei parla di buon esempio nel parlare, nel camminare, nel procedere. Chiede alle figlie di dare il buon esempio in tutte le relazioni che vivono. Davvero pretende questo da noi?

Ma cosa intenda davvero madre Chiara con “buon esempio” si capisce dall’esempio che lei riporta subito dopo.

Il nostro P. S. Francesco un giorno, andando per la città di Assisi, con gli occhi bassi, mani composte, passo aggiustato, modesto contegno, disse che Egli credeva di aver fatto una predica fruttuosa.

AiutarsiL’episodio al quale fa riferimento madre Chiara narra di come san Francesco, uscito per predicare con un altro frate, girasse per la città sorridendo e salutando le persone che incontrava, accarezzando i malati, pregando in silenzio per quanti erano al lavoro; la sera, mentre rientravano in convento, il frate gli chiese che fine avesse fatto la loro predica e san Francesco rispose sorridendo che in realtà avevano predicato tutto il giorno.

San Francesco aveva dato il buon esempio semplicemente essendo se stesso e rivolgendosi agli altri con amore e carità. La gioia, la carità e la misericordia che sentiva di aver ricevuto dal Signore l’aveva a sua volta donata a quanti aveva incontrato quel giorno. È questo il segreto.

Il buon esempio è ciò che traspare all’esterno dell’annuncio che abbiamo ricevuto. Una vita è davvero virtuosa, santa e perfetta solo se ci viene naturale dare il buon esempio. Solo così questo non sarà più una “predica”, ma sarà il modo in cui annunceremo a nostra volta quanto abbiamo ricevuto.

La lettera circolare #3

Passiamo ora al dovere di Povertà

Continuiamo a leggere la lettera circolare che Madre Chiara Ricci indirizza alle sue amate figlie e vediamo insieme il secondo dovere: la povertà.

Beh, è abbastanza ovvio che la fondatrice di un ordine francescano richiami al dovere della povertà. Dopotutto anche lei stessa ricorda come questa virtù sia propria del carisma di san Francesco che la chiamò sua sposa.

Ecco, forse il termine virtù, associato a povertà, ci destabilizza un po’; soprattutto mette in crisi una parte di noi. Perché dovremmo chiamare virtù una cosa brutta? La povertà non è una cosa né piacevole, né bella. Gli stessi telegiornali ce lo ricordano quando riportano i dati relativi a quanti, nel nostro Paese o nel mondo, vivono “sotto la soglia di povertà”. Quando sentiamo la parola povertà la prima immagine che ci viene in mente, probabilmente, è una persona che vive in strada e chiede l’elemosina o un bambino africano denutrito: situazioni che sicuramente non vorremmo trovarci a vivere. Oggi poi ci sono tante povertà che fanno paura: non solo quella economica, ma quella digitale, quella sanitaria. La povertà indica sempre una mancanza, un handicap.

Cosa posso quindi guadagnare dalla povertà?

Madre Chiara non è un’idealista e sa bene quanto la povertà possa essere faticosa: lei stessa infatti la chiama “questa tanto disprezzata virtù”. È come se dicesse: “care figlie, so bene quanto la povertà possa apparire antipatica, ma – credetemi – essa è una virtù”. E come una madre le prende per mano mostrando loro piccoli passi possibili per abbracciare la povertà nel quotidiano: dà consigli riguardo ai vestiti, alle stanze, alle scarpe, al bere e al mangiare; mostra innanzitutto, con cuore di madre, che sposare la povertà è possibile. Questo forse sarebbe già abbastanza ma madre Chiara non si accontenta di un’adesione superficiale: vuole che le sue figlie, grazie alla povertà, facciano un percorso.

… questo buon Dio fin ora non ci ha riguardate con occhio di misericordia, non ci ha sempre provviste?

Solo chi è povero può davvero rendersi conto che non gli manca nulla e far fiorire nel suo cuore la gratitudine. La povertà è la virtù che sa rendere il cuore grato, riconoscente per tutto ciò che concerne i nostri bisogni materiali (che sono fondamentali tanto quanto quelli spirituali e affettivi).

La povertà quindi da dovere (parola sempre un po’ indigesta) diventa strumento che – paradossalmente – rende più ricca la nostra vita perché ci aiuta a gustare tutto il bene che Dio ha per noi a partire dalle cose più piccole. La povertà ci aiuta a fare spazio intorno e dentro di noi per renderci capaci di ascoltare, per non farci assumere atteggiamenti di superiorità che ci allontanano da Dio e dalle persone intorno a noi.

Ma come si vive la povertà? Noi forse non ci sentiamo chiamati a spogliarci come san Francesco di tutti i nostri beni. E va bene così. Perché la povertà sta innanzitutto nel nostro modo di rapportarci alle cose che possediamo, al modo in cui gestiamo ciò che abbiamo. Povertà è essere capaci di condividere con il desiderio di costruire un angolo di Regno di Dio sulla Terra, senza chiudere il nostro cuore nell’egoismo, capaci di ascoltare i bisogni di quanti camminano al nostro fianco certi che nulla di ciò che è necessario ci mancherà.

In questo tempo di Avvento, rivolgiamo lo sguardo al Presepe. Nella nostra tradizione ogni statuina porta tra le mani un dono per Gesù bambino: sono persone povere, che hanno ricevuto la notizia di una donna che (lontana da casa) ha partorito in una stalla; conoscono la povertà e subito avranno pensato a cosa – delle proprie poche cose – potevano condividere con questa famiglia nel bisogno. Forse saranno rimasti anche loro sorpresi rendendosi conto che, quella notte, il vero dono lo avevano ricevuto loro.

La lettera circolare #2

Nella lettera circolare indirizzata alle sue figlie e consorelle, madre Chiara Ricci richiama l’attenzione su cinque doveri attraverso i quali esse potranno ringraziare Dio per tutto il bene che dona loro. Il primo di essi è l’obbedienza

L’ubbidienza care sorelle per una religiosa è il tutto, perché è la base, il fondamento […]

Ubbidire. Un verbo un po’ scomodo. Lo colleghiamo a quando eravamo bambini, oppure a quelle situazioni, che oggi viviamo, in cui siamo costretti a fare ciò che gli altri ci dicono: ubbidire ai genitori, ai professori, sul lavoro. Quando ubbidisco significa che non sono libero e questo ci dà fastidio.

Cosa potrà mai dire questo verbo alla nostra vita? Partiamo dal suo significato: ubbidire deriva dal latino oboedire, derivato di audire (cioè ascoltare) al quale viene aggiunto il prefisso ob- che ha valore intensivo. Ubbidire quindi significa innanzitutto ascoltare. Ma chi devo ascoltare? Forse troppe persone vogliono impormi la loro volontà.

La fiducia in DioPer chi crede in Dio la prima obbedienza è quella alla volontà di Dio. E questo non è un semplice precetto teorico imposto dalla Chiesa perché per il cristiano ubbidire significa innanzi tutto seguire l’esempio di Gesù. Egli infatti è colui che in tutta la sua vita, e fino alla morte, ha sempre ubbidito alla volontà del Padre; in Gesù l’obbedienza non è un precetto, ma un evento.

Questa consapevolezza capovolge la prospettiva. Se io ho fiducia in Dio e credo che la sua Parola sia una Parola di bene per la mia vita allora ubbidire a Dio significa affidargli la mia vita e le mie decisioni perché io possa davvero sperimentare la bellezza del suo progetto su di me. Quando io decido di obbedire a Dio, Egli diventa “Signore”, colui che regge la mia vita e la indirizza. Ubbidire diventa un atto di fiducia.

La vostra ubbidienza sia pronta, esatta, semplice, allegra e pacifica

Gli aggettivi che madre Chiara lega al termine obbedienza fanno trasparire il desiderio di bene che lei ha nei confronti delle sue figlie spirituali. Un’obbedienza pronta, esatta, semplice, allegra e pacifica si esercita educando il cuore a ubbidire a Dio. E lei doveva saperlo bene. Come madre superiora sapeva che per saper comandare bisogna saper obbedire perché la vera fonte dell’autorità spirituale risiede nell’obbedienza a Dio. La sua vita è immagine di questo: l’attenzione che aveva nei confronti delle persone (sia le consorelle che le alunne dei vari istituti) e il desiderio di bene per la vita dell’altro fanno trasparire come madre Chiara radicasse le sue decisioni in Dio e nella preghiera trovasse la guida per ogni sua decisione.

E allora forse, questo verbo – ubbidire – può dire qualcosa anche alla nostra vita e diventa il primo dono che madre Chiara consegna nelle nostre mani.

La lettera circolare #1

Carissime sorelle e figlie, è già da tempo che la vostra madre sta pensando di scrivere a voi tutte insieme, per farvi avere ognora presente la sua voce …

 


 
Aprile 1886, quattro anni dall’arrivo delle suore a Castelspina e due anni dopo la fondazione delle suore Francescane Angeline: Madre Chiara, dalla casa madre di Castelspina, si rivolge alle suore e scrive loro una lettera.

Sono stati anni intensi, durante i quali la famiglia è cresciuta e sono state aperte ben cinque nuove case. Madre Chiara, con affetto fraterno e cura materna, serba nel cuore il desiderio di scrivere a tutte le Angeline per far sentire loro la sua voce: la madre si preoccupa che anche a coloro che vivono in altre case (e che non possono avere la sua presenza vicina) non manchino indicazioni su come vivere la propria vocazione nella quotidianità.

Sì, mie amate figlie; queste sono le parole che a voi tutte indirizzo in questa volta che con tutto il corpo vengo a visitarvi con la penna, con vero sentimento fraterno. Oh care figlie e buone sorelle, questo che vi scrivo leggetelo di frequente e meditatelo nel silenzio e nel ritiro innanzi al Santissimo Sacramento ove vi esorto a portarvi di frequente

Madre Chiara intende questa lettera come una visita alle sue amate sorelle e le esorta a meditare le sue parole e i suoi consigli di frequente. Queste ultime parole forse possono colpire, soprattutto oggi: viene da chiedersi se non ci sia da parte sua un’eccessiva considerazione del proprio ruolo nell’invito a rileggere frequentemente quanto scritto. Ma quanto segue chiarisce subito il dubbio: “nel silenzio e nel ritiro innanzi al Santissimo Sacramento ove vi esorto a portarvi di frequente”. Nulla vale più della preghiera e della preghiera di adorazione: madre Chiara esorta le sue figlie a meditare le sue parole illuminandole con la Parola, l’unica che valga la pena seguire. E doveva saperlo bene, lei che aveva deciso di lasciare le Terziarie del Monte per essere fedele alla regola che aveva professato; in quell’invito a meditare le sue parole davanti a Gesù Eucaristia sembra di scorgere lei stessa nei suoi momenti di discernimento.

Ma se grande, se immenso è il benefizio ricevuto da Gesù nella vocazione religiosa, grande ed immensa dev’essere la corrispondenza

Madre Chiara inizia la sua lettera con una constatazione: la propria chiamata, che condivide con le sue sorelle e figlie, è una grazia, un dono di Dio. Nel suo cuore di madre, vuole che le Angeline si ricordino innanzitutto della bellezza della propria vocazione. Solo se saranno grate di questa, allora sarà naturale per loro voler corrispondere a questo dono e ringraziare con la vita.

Ma con che corrispondiamo ai tanti benefizi? Potrebbe Dio volere da noi … [la] mortificazione. Potrebbe! Ma no care sorelle e figlie amatissime, Iddio non richiede e non vuole tanto da noi. […] Sapete cosa vuole Gesù, cosa desidero io? È che adempiate con precisione ai vostri doveri: di obbedienza, di povertà, di buon esempio, di carità scambievole e del distacco da tutto

Dio potrebbe volere la mortificazione, ma non la vuole. La risposta di madre Chiara è moderna, concreta e vicina alle sue suore: non dovete mortificarvi, ma adempiere i vostri doveri. L’immagine che traspare è quella di una donna attiva e concreta, che declina il suo modo di seguire Gesù e di ricambiare alla bellezza della propria chiamata attraverso gesti concreti e semplici: obbedienza, povertà, buon esempio, carità, distacco da tutto.

Nei prossimi mesi vedremo insieme che cosa intende madre Chiara con queste parole e in che modo la sua voce possa parlare anche a noi oggi, nella nostra vita quotidiana.