Spiritualità di Madre Chiara

Dio sa quello che fa!

È certamente questa l’espressione più conosciuta di Madre Chiara Ricci, fondatrice delle Suore Francescane Angeline, che in questi anni ha suscitato, nei cuori di tanti giovani, il desiderio di conoscere meglio la sua spiritualità francescana, così ricca di fiducia in Dio.

Per molti di noi, infatti, Madre Chiara è un esempio luminoso di vita cristiana e religiosa, che intercede presso il Padre, insegnandoci a confidare sempre nella sua paterna bontà.

Certi che la sua esperienza abbia ancora tanto da dire alle nostre giovani vite, vogliamo soffermarci su alcuni aspetti della sua vita. Partiremo dalla Lettera Circolare che lei stessa scrive a tutte le sue figlie, per poter così cogliere il dono che ancora oggi è per noi giovani.

 


La lettera circolare #7

Mie amate figlie, con i ginocchi piegati a terra, col Crocifisso in mano, con le lacrime agli occhi vi prego a tenere a memoria questi cinque doveri ed insieme ricordi che io vi do per adempirli, che sono: 1° Obbedienza, 2° Povertà, 3° Buon esempio, 4° Carità, 5° Distacco da tutto. Da noi vogliono e aspettano cose grandi, Dio dal cielo, il nostro S. P. Francesco dal Paradiso, i Vescovi dal trono, i Superiori nostri dall’Ordine, le famiglie, le popolazioni, tutti attendono.

Siamo giunti alla conclusione della lettera circolare. Dopo aver affidato e spiegato alle sue figlie i cinque doveri che abbiamo percorso insieme, madre Chiara giunge alla chiusura della sua lettera. A prima vista potrebbe sembrare una semplice sintesi di quanto detto prima, ma non è così: in queste brevi righe la prospettiva si apre e appare con semplicità e profondità il suo amore non solo di madre, ma anche di figlia.

È un passaggio forse non scontato: i doveri già non bastano? Dopotutto Obbedienza, Povertà, Buon esempio, Carità e Distacco dal mondo ci sembrano già più che sufficienti per una vita santa. Eppure, manca l’ultimo passo. Fondamentale. Dopo aver guidato le sue figlie indicando loro gli strumenti per vivere pienamente la loro vocazione, madre Chiara le consegna alla Chiesa e nella Chiesa. Subito infatti, dopo aver ripercorso i doveri che ha loro affidato, ricorda alle suore che questi si declinano nella loro relazione con Dio, con i santi, con i ministri e con i laici: in estrema sintesi, con la Chiesa celeste e terrena.

Voi siete, sorelle mie, le prime pietre di questo novello Istituto di Terziarie Francescane Angeline. Ringraziamo tutte il Signore che in così poco tempo si degnò farlo crescere e dilatare anche fuori Diocesi.

Madre Chiara è contenta che il giovane istituto delle suore francescane Angeline sia cresciuto in poco tempo anche fuori dalla diocesi in cui è nato. Ma quello che la guida non è l’orgoglio: nella crescita e nel fiorire ella vede una conferma della bontà di questa nuova proposta di vita, il sigillo della volontà di Dio. Come san Francesco. Anche lui aveva chiesto al Papa di approvare la sua scelta di vita perché voleva essere nella Chiesa, desiderava che essa, come una madre, confermasse la sua interpretazione della volontà di Dio e lo abbracciasse come un figlio.

Ed è nell’essere Chiesa che la prospettiva si spalanca: da noi tutti attendono. Non è un peso, ma un trampolino di lancio. Solide degli strumenti che la madre ha donato loro, le suore possono vivere a pieno nella Chiesa, vivendo e sperimentando la bellezza di essere figlie (nella relazione con i superiori) e al tempo stesso madri (con coloro che sono loro affidati).

Tutte poi non dimenticate mai di pregare per il Romano Pontefice, Vicario di Gesù Cristo, per il nostro Vescovo, per i Protettori dell’Ordine, per il nostro Padre Generale, per il Direttore e Confessore e per me vostra indegnissima madre viva o morta ch’io sia. Vi prego in ultimo di fare una Comunione secondo la mia intenzione, e a tutte prego la benedizione del cielo.

Eccoci alla chiusura della lettera, una chiusura che ci può sembrare, questa sì, scontata, con un gusto di altri tempi. Ma madre Chiara non è mai scontata. Nella preghiera per la Chiesa e nell’affidare la preghiera per lei nella Chiesa, rinforza e conferma quanto abbiamo appena visto e ci mostra il suo volto non solo di madre, ma anche di figlia che riconosce la maternità della Chiesa e a lei si affida fiduciosa.

La lettera circolare #6

Di un quinto dovere sentomi il desiderio di parlarvi ancora, che è il distacco del mondo e dei parenti. Mie amate figlie, ora non siete più del mondo, ma di Dio […]

Solitudine e distacco dal mondoContinuiamo a leggere la lettera circolare ed arriviamo al quinto dovere: il distacco dal mondo. Questo paragrafo può sembrare duro alle nostre orecchie ed è forse quello che sembra più risentire dell’influenza del tempo in cui madre Chiara lo scrive.

Scorrendo le poche righe che lo compongono infatti sembra di leggere i consigli indirizzati a un monastero di clausura piuttosto che a un istituto la cui vita, per varie ragioni, ha molti contatti con il mondo.

Il vostro cuore, la vostra mente non deve pensare, non amare il mondo, ma essere rivolta a Dio. I vostri occhi più non guardino cose di mondo; le vostre orecchie non più sentano voci del mondo; la vostra lingua non più parli di cose terrene, ma di cose spirituali e Divine […] Non vi affezionate alle persone […] siano preti o secolari.

Cosa ci può dire oggi questo invito a non affezionarsi alle persone, a non lasciarsi coinvolgere dalle cose del mondo?

Forse più di quanto non sembri a una prima veloce lettura.

Ciò di cui parla madre Chiara è un’esperienza che da sempre viene offerta a quanti credono in Dio e che può avere diverse declinazioni.

L’esperienza del deserto che accomuna tanti personaggi dell’Antico Testamento ne è un esempio. Nella Bibbia il deserto è il luogo in cui avviene l’incontro con Dio, il luogo che spogliando l’uomo del superfluo lo mette in contatto con il divino e lo aiuta a entrare in dialogo.

Non ne facciamo esperienza anche noi quando, lasciando momentaneamente la nostra frenetica quotidianità, ci prendiamo del tempo per pregare e per nutrire il nostro rapporto con Dio?

L’esortazione di madre Chiara e i suoi consigli mirano esattamente a quello: abituare il nostro cuore e la nostra mente al dialogo con Dio e all’abbandono a Lui.

Chiara Corbella PetrilloL’errore nel quale spesso si cade è pensare che questa condizione sia data solo ai consacrati, ma non è così. Un esempio di questa attitudine è proprio una laica, moglie, mamma e serva di Dio: Chiara Corbella. Chiara Corbella è l’esempio di come si possa vivere nel mondo senza essere del mondo: vivere amando profondamente il proprio marito e i propri figli sapendo che non le appartenevano, accettando la volontà e il disegno di Dio sulla sua vita, certa dell’amore del Padre. Chiara diventa, grazie a questo amore, portatrice di speranza per tutti coloro che la incontrano e che ascoltano la sua storia. Una donna che, nel suo cammino di fede, ha imparato ad amare come Gesù, libera da legami e costrizioni.

Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono.

Chiara Corbella Petrillo

La lettera circolare #5

In ultimo vi ho da parlare della carità scambievole

Il quarto dovere che madre Chiara indica alle sue figlie (e che vedremo essere il penultimo e non l’ultimo) è la carità scambievole.

Madre Chiara non si dilunga in molte parole riguardo a questo punto che è forse il più sintetico di tutta la lettera circolare, ma non per questo meno importante. Lei stessa lo specifica dicendo che la carità è la maggiore, la principale, la regina di tutte le virtù.

E come sempre va dritta al punto:

Niente vale l’abito che portiamo, niente l’orazione, niente la meditazione, niente i digiuni, la povertà, la castità ecc. se non abbiamo la carità fraterna.

RelazioniL’analogia con l’inno alla carità di san Paolo, contenuto nella prima lettera ai Corinzi, inizialmente ci può far passare velocemente su queste parole come se esse fossero una semplice declinazione di quel brano biblico, un avvertimento scontato. Ma rileggendole salta agli occhi tutto il loro peso. Madre Chiara sta dicendo alle sue figlie che, se non sono nutrono la loro vita di carità, questa non vale nulla. Non vale nulla avere deciso di consacrarsi (l’abito che portiamo), non vale nulla tutto ciò che scandisce la loro quotidianità (l’orazione, la meditazione, i digiuni), non valgono nulla nemmeno i voti (la povertà, la castità).

Per le suore, così come per noi, il rischio è quello di dare tutto per scontato, sia le cose belle che quelle brutte. Imporsi una certa routine quotidiana (dettata da necessità come il lavoro e lo studio) e cercare di fare le cose senza preoccuparsi troppo del come le facciamo, con quale spirito e soprattutto con quale attenzione nei confronti delle persone che ci circondano (colleghi, familiari, amici).

Per questo è importante, credo, l’aggettivo che madre Chiara affianca a carità: scambievole. Un aggettivo relazionale perché è nelle relazioni che si esprime la carità.

E infatti, i consigli che seguono e che indicano la strada per vivere la carità fanno tutti riferimento alle relazioni.

In che cosa consiste questa carità? Nell’amarsi l’una con l’altra, nel compatirsi, nell’aiutarsi, nel pazientarsi, nel soffrirsi, e nello scusare la sorella quando mancò. Consiste nell’astenersi dalla mormorazione, e dal dir male l’una dell’altra, correggere modestamente, benignamente, prudentemente quelle che mancano. Consiste nel volervi bene, desiderarvi del bene, e pensare sempre bene delle vostre sorelle.

Queste righe fanno trasparire tutto la dolcezza materna di una madre che sa quanto le relazioni possano essere difficili e quanto il nostro cuore tenda a spazientirsi soprattutto con chi ci è più vicino, con le persone con cui passiamo più tempo. E come una madre indica i piccoli passi possibili perché le relazioni siano nutrite dall’amore e la nostra vita sia piena.

E noi? Come la viviamo la nostra vita? Come viviamo le relazioni?

La lettera circolare #4

Viene ora da intrattenerci un poco sul buon esempio. Il buon esempio lo vogliono le nostre sorelle, e lo vuole il mondo da noi

Veniamo quindi al terzo dovere: il buon esempio. Come sempre madre Chiara va dritta al punto: il buon esempio gli altri lo vogliono. Se lo aspettano.

Il buon esempio è sempre voluto, preteso. Lo chiede la mamma al maggiore dei suoi figli, lo chiedono gli insegnanti agli alunni più bravi. Dare il buon esempio. Il pensiero che forse associamo a questa frase potrebbe essere: perché devo darlo io il buon esempio? Per una volta non possono darlo gli altri?

Eh già. Il buon esempio sa sempre di predica. Ma forse sa di predica anche il modo in cui noi intendiamo “dare il buon esempio”. Spesso crediamo che dare il buon esempio significhi agire in modo costruito e controllato, ubbidire in modo forzato a ciò che gli altri si aspettano che noi facciamo. Insomma, dare il buon esempio vuol dire non essere se stessi.

Le parole di madre Chiara potrebbero essere interpretate così. Dopotutto lei parla di buon esempio nel parlare, nel camminare, nel procedere. Chiede alle figlie di dare il buon esempio in tutte le relazioni che vivono. Davvero pretende questo da noi?

Ma cosa intenda davvero madre Chiara con “buon esempio” si capisce dall’esempio che lei riporta subito dopo.

Il nostro P. S. Francesco un giorno, andando per la città di Assisi, con gli occhi bassi, mani composte, passo aggiustato, modesto contegno, disse che Egli credeva di aver fatto una predica fruttuosa.

AiutarsiL’episodio al quale fa riferimento madre Chiara narra di come san Francesco, uscito per predicare con un altro frate, girasse per la città sorridendo e salutando le persone che incontrava, accarezzando i malati, pregando in silenzio per quanti erano al lavoro; la sera, mentre rientravano in convento, il frate gli chiese che fine avesse fatto la loro predica e san Francesco rispose sorridendo che in realtà avevano predicato tutto il giorno.

San Francesco aveva dato il buon esempio semplicemente essendo se stesso e rivolgendosi agli altri con amore e carità. La gioia, la carità e la misericordia che sentiva di aver ricevuto dal Signore l’aveva a sua volta donata a quanti aveva incontrato quel giorno. È questo il segreto.

Il buon esempio è ciò che traspare all’esterno dell’annuncio che abbiamo ricevuto. Una vita è davvero virtuosa, santa e perfetta solo se ci viene naturale dare il buon esempio. Solo così questo non sarà più una “predica”, ma sarà il modo in cui annunceremo a nostra volta quanto abbiamo ricevuto.

La lettera circolare #3

Passiamo ora al dovere di Povertà

Continuiamo a leggere la lettera circolare che Madre Chiara Ricci indirizza alle sue amate figlie e vediamo insieme il secondo dovere: la povertà.

Beh, è abbastanza ovvio che la fondatrice di un ordine francescano richiami al dovere della povertà. Dopotutto anche lei stessa ricorda come questa virtù sia propria del carisma di san Francesco che la chiamò sua sposa.

Ecco, forse il termine virtù, associato a povertà, ci destabilizza un po’; soprattutto mette in crisi una parte di noi. Perché dovremmo chiamare virtù una cosa brutta? La povertà non è una cosa né piacevole, né bella. Gli stessi telegiornali ce lo ricordano quando riportano i dati relativi a quanti, nel nostro Paese o nel mondo, vivono “sotto la soglia di povertà”. Quando sentiamo la parola povertà la prima immagine che ci viene in mente, probabilmente, è una persona che vive in strada e chiede l’elemosina o un bambino africano denutrito: situazioni che sicuramente non vorremmo trovarci a vivere. Oggi poi ci sono tante povertà che fanno paura: non solo quella economica, ma quella digitale, quella sanitaria. La povertà indica sempre una mancanza, un handicap.

Cosa posso quindi guadagnare dalla povertà?

Madre Chiara non è un’idealista e sa bene quanto la povertà possa essere faticosa: lei stessa infatti la chiama “questa tanto disprezzata virtù”. È come se dicesse: “care figlie, so bene quanto la povertà possa apparire antipatica, ma – credetemi – essa è una virtù”. E come una madre le prende per mano mostrando loro piccoli passi possibili per abbracciare la povertà nel quotidiano: dà consigli riguardo ai vestiti, alle stanze, alle scarpe, al bere e al mangiare; mostra innanzitutto, con cuore di madre, che sposare la povertà è possibile. Questo forse sarebbe già abbastanza ma madre Chiara non si accontenta di un’adesione superficiale: vuole che le sue figlie, grazie alla povertà, facciano un percorso.

… questo buon Dio fin ora non ci ha riguardate con occhio di misericordia, non ci ha sempre provviste?

Solo chi è povero può davvero rendersi conto che non gli manca nulla e far fiorire nel suo cuore la gratitudine. La povertà è la virtù che sa rendere il cuore grato, riconoscente per tutto ciò che concerne i nostri bisogni materiali (che sono fondamentali tanto quanto quelli spirituali e affettivi).

La povertà quindi da dovere (parola sempre un po’ indigesta) diventa strumento che – paradossalmente – rende più ricca la nostra vita perché ci aiuta a gustare tutto il bene che Dio ha per noi a partire dalle cose più piccole. La povertà ci aiuta a fare spazio intorno e dentro di noi per renderci capaci di ascoltare, per non farci assumere atteggiamenti di superiorità che ci allontanano da Dio e dalle persone intorno a noi.

Ma come si vive la povertà? Noi forse non ci sentiamo chiamati a spogliarci come san Francesco di tutti i nostri beni. E va bene così. Perché la povertà sta innanzitutto nel nostro modo di rapportarci alle cose che possediamo, al modo in cui gestiamo ciò che abbiamo. Povertà è essere capaci di condividere con il desiderio di costruire un angolo di Regno di Dio sulla Terra, senza chiudere il nostro cuore nell’egoismo, capaci di ascoltare i bisogni di quanti camminano al nostro fianco certi che nulla di ciò che è necessario ci mancherà.

In questo tempo di Avvento, rivolgiamo lo sguardo al Presepe. Nella nostra tradizione ogni statuina porta tra le mani un dono per Gesù bambino: sono persone povere, che hanno ricevuto la notizia di una donna che (lontana da casa) ha partorito in una stalla; conoscono la povertà e subito avranno pensato a cosa – delle proprie poche cose – potevano condividere con questa famiglia nel bisogno. Forse saranno rimasti anche loro sorpresi rendendosi conto che, quella notte, il vero dono lo avevano ricevuto loro.

La lettera circolare #2

Nella lettera circolare indirizzata alle sue figlie e consorelle, madre Chiara Ricci richiama l’attenzione su cinque doveri attraverso i quali esse potranno ringraziare Dio per tutto il bene che dona loro. Il primo di essi è l’obbedienza

L’ubbidienza care sorelle per una religiosa è il tutto, perché è la base, il fondamento […]

Ubbidire. Un verbo un po’ scomodo. Lo colleghiamo a quando eravamo bambini, oppure a quelle situazioni, che oggi viviamo, in cui siamo costretti a fare ciò che gli altri ci dicono: ubbidire ai genitori, ai professori, sul lavoro. Quando ubbidisco significa che non sono libero e questo ci dà fastidio.

Cosa potrà mai dire questo verbo alla nostra vita? Partiamo dal suo significato: ubbidire deriva dal latino oboedire, derivato di audire (cioè ascoltare) al quale viene aggiunto il prefisso ob- che ha valore intensivo. Ubbidire quindi significa innanzitutto ascoltare. Ma chi devo ascoltare? Forse troppe persone vogliono impormi la loro volontà.

La fiducia in DioPer chi crede in Dio la prima obbedienza è quella alla volontà di Dio. E questo non è un semplice precetto teorico imposto dalla Chiesa perché per il cristiano ubbidire significa innanzi tutto seguire l’esempio di Gesù. Egli infatti è colui che in tutta la sua vita, e fino alla morte, ha sempre ubbidito alla volontà del Padre; in Gesù l’obbedienza non è un precetto, ma un evento.

Questa consapevolezza capovolge la prospettiva. Se io ho fiducia in Dio e credo che la sua Parola sia una Parola di bene per la mia vita allora ubbidire a Dio significa affidargli la mia vita e le mie decisioni perché io possa davvero sperimentare la bellezza del suo progetto su di me. Quando io decido di obbedire a Dio, Egli diventa “Signore”, colui che regge la mia vita e la indirizza. Ubbidire diventa un atto di fiducia.

La vostra ubbidienza sia pronta, esatta, semplice, allegra e pacifica

Gli aggettivi che madre Chiara lega al termine obbedienza fanno trasparire il desiderio di bene che lei ha nei confronti delle sue figlie spirituali. Un’obbedienza pronta, esatta, semplice, allegra e pacifica si esercita educando il cuore a ubbidire a Dio. E lei doveva saperlo bene. Come madre superiora sapeva che per saper comandare bisogna saper obbedire perché la vera fonte dell’autorità spirituale risiede nell’obbedienza a Dio. La sua vita è immagine di questo: l’attenzione che aveva nei confronti delle persone (sia le consorelle che le alunne dei vari istituti) e il desiderio di bene per la vita dell’altro fanno trasparire come madre Chiara radicasse le sue decisioni in Dio e nella preghiera trovasse la guida per ogni sua decisione.

E allora forse, questo verbo – ubbidire – può dire qualcosa anche alla nostra vita e diventa il primo dono che madre Chiara consegna nelle nostre mani.

La lettera circolare #1

Carissime sorelle e figlie, è già da tempo che la vostra madre sta pensando di scrivere a voi tutte insieme, per farvi avere ognora presente la sua voce …

 


 
Aprile 1886, quattro anni dall’arrivo delle suore a Castelspina e due anni dopo la fondazione delle suore Francescane Angeline: Madre Chiara, dalla casa madre di Castelspina, si rivolge alle suore e scrive loro una lettera.

Sono stati anni intensi, durante i quali la famiglia è cresciuta e sono state aperte ben cinque nuove case. Madre Chiara, con affetto fraterno e cura materna, serba nel cuore il desiderio di scrivere a tutte le Angeline per far sentire loro la sua voce: la madre si preoccupa che anche a coloro che vivono in altre case (e che non possono avere la sua presenza vicina) non manchino indicazioni su come vivere la propria vocazione nella quotidianità.

Sì, mie amate figlie; queste sono le parole che a voi tutte indirizzo in questa volta che con tutto il corpo vengo a visitarvi con la penna, con vero sentimento fraterno. Oh care figlie e buone sorelle, questo che vi scrivo leggetelo di frequente e meditatelo nel silenzio e nel ritiro innanzi al Santissimo Sacramento ove vi esorto a portarvi di frequente

Madre Chiara intende questa lettera come una visita alle sue amate sorelle e le esorta a meditare le sue parole e i suoi consigli di frequente. Queste ultime parole forse possono colpire, soprattutto oggi: viene da chiedersi se non ci sia da parte sua un’eccessiva considerazione del proprio ruolo nell’invito a rileggere frequentemente quanto scritto. Ma quanto segue chiarisce subito il dubbio: “nel silenzio e nel ritiro innanzi al Santissimo Sacramento ove vi esorto a portarvi di frequente”. Nulla vale più della preghiera e della preghiera di adorazione: madre Chiara esorta le sue figlie a meditare le sue parole illuminandole con la Parola, l’unica che valga la pena seguire. E doveva saperlo bene, lei che aveva deciso di lasciare le Terziarie del Monte per essere fedele alla regola che aveva professato; in quell’invito a meditare le sue parole davanti a Gesù Eucaristia sembra di scorgere lei stessa nei suoi momenti di discernimento.

Ma se grande, se immenso è il benefizio ricevuto da Gesù nella vocazione religiosa, grande ed immensa dev’essere la corrispondenza

Madre Chiara inizia la sua lettera con una constatazione: la propria chiamata, che condivide con le sue sorelle e figlie, è una grazia, un dono di Dio. Nel suo cuore di madre, vuole che le Angeline si ricordino innanzitutto della bellezza della propria vocazione. Solo se saranno grate di questa, allora sarà naturale per loro voler corrispondere a questo dono e ringraziare con la vita.

Ma con che corrispondiamo ai tanti benefizi? Potrebbe Dio volere da noi … [la] mortificazione. Potrebbe! Ma no care sorelle e figlie amatissime, Iddio non richiede e non vuole tanto da noi. […] Sapete cosa vuole Gesù, cosa desidero io? È che adempiate con precisione ai vostri doveri: di obbedienza, di povertà, di buon esempio, di carità scambievole e del distacco da tutto

Dio potrebbe volere la mortificazione, ma non la vuole. La risposta di madre Chiara è moderna, concreta e vicina alle sue suore: non dovete mortificarvi, ma adempiere i vostri doveri. L’immagine che traspare è quella di una donna attiva e concreta, che declina il suo modo di seguire Gesù e di ricambiare alla bellezza della propria chiamata attraverso gesti concreti e semplici: obbedienza, povertà, buon esempio, carità, distacco da tutto.

Nei prossimi mesi vedremo insieme che cosa intende madre Chiara con queste parole e in che modo la sua voce possa parlare anche a noi oggi, nella nostra vita quotidiana.