“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20)

Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

(Vita prima, cap. XXX)

 

Benvenuti e bentornati a tutti in questa rubrica sui Centenari francescani, alla scoperta della bellezza che queste celebrazioni (che dall’anno scorso ci accompagneranno fino al 2026) raccontano.

Il primo Centenario, celebrato a novembre scorso, è quello della Regola bollata, documento che accompagna la vita di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, rimangono affascinati da san Francesco e dal suo carisma. Tra questi, ci siamo soffermati a parlare dei giovani francescani, o Gi.fra, un gruppo di ragazzi che cerca di andare in contro al Signore proprio seguendo le orme del poverello di Assisi.

Abbiamo approfondito, a partire dai primi tre pilatri racchiusi nello statuto della gioventù francescana (documento che ha la sua origine nella Regola scritta da San Francesco per il terz’ordine laico), alcuni tratti portanti del carisma francescano. Concludiamo oggi la nostra ricerca, nella bellezza della Regola bollata, con l’ultimo pilastro: “l’Eucaristia come centro”.

Questo pilastro, in realtà, nell’ordine sarebbe il primo, e non l’ultimo, tra i quattro. Proprio per questo lo tratteremo per ultimo, perché essendo l’Eucaristia un tratto assolutamente centrale della vita di san Francesco, di cui era fortemente innamorato, ci permette di fare un ponte con il secondo Centenario: gli ottocento anni dal Natale di Greccio.

Ma andiamo con ordine, cos’è l’Eucaristia? E perché Francesco ne era così attratto?

Non si può dare una risposta esauriente a questa domanda che, come tutte le cose che hanno a che fare con il Signore, restano sempre un po’ un mistero.

Il bello però, è che non abbiamo bisogno di sapere tutto per assaporare anche noi la bellezza enorme di questo sacramento (perché si, l’Eucaristia è un sacramento, come la Confessione, il Battesimo, la Cresima…). L’unica cosa di cui abbiamo bisogno, è il desiderio di contemplare qualcosa (o Qualcuno?) di sorprendentemente grande e vitale.

Perché dico questo? Ebbene, perché l’Eucaristia, come tutti i sacramenti, ha la sua origine nella Pasqua, ossia nella Passione, Morte e Resurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, che per Amore nostro ha decido di farsi uomo, Lui che era “solo” Dio, per venirci a salvare. E come ci ha salvati? Annunciandoci che agli occhi di Dio noi siamo figli amati, e non abbiamo alcun motivo valido per avere paura di Lui.

Anzi, il nostro cuore ha sete dell’Amore infinito che il Signore ha per noi, e non è appagato e felice fino a quando non l’ha incontrato! Perché si, se Dio è venuto sulla terra era per incontrarci uno ad uno, e ancora adesso (e forse più di allora) grazie allo Spirito Dio è incontrabile! Si può avere una relazione, un’amicizia con Lui! E quest’amicizia è l’unica che risponde pienamente al nostro desiderio di Amore incondizionato e di vita piena.

L’Amore di Francesco, e di tante altre persone, per l’Eucaristia, si innesta in questa amicizia profonda e bellissima. Perché, se è vero che abbiamo lo Spirito a permetterci una relazione con Dio (lo Spirito stesso infatti è egli stesso Dio), è anche vero che abbiamo un corpo, e con esso un desiderio grande di qualcosa che sia sempre anche fatto di “ciccia”, contatto, corporeità.

Ebbene, nell’Eucaristia il Signore si fa carne di nuovo ogni volta per noi! Si fa “toccabile”, “guardabile” e contemplabile per ognuno! In Essa, è l’Amore Suo dato sulla Croce che si fa di nuovo presente ai nostri occhi! In un pezzo di pane Dio ci dice di nuovo che di Lui possiamo fidarci e non aver paura, perché è nostro Papà e null’altro vuole per noi che non sia bene, felicità, vita piena con Lui!

Mangiando di quel pezzettino di Pane, poi, non solo possiamo guardare e toccare Dio, ma addirittura il Signore ci fa il regalo di poter per così dire “entrare” in Lui, diventandogli sempre più simili come all’origine di tutto. Facendosi Pane, ha annullato ogni distanza possibile tra il cielo e la terra, come quando circa duemila anni fa ha deciso di farsi Bambino solo perché di fronte ad un neonato, che ha bisogno di tutto e dipende in ogni cosa dalla mamma, noi possiamo non pensare che il nostro sia un dio padrone, ma renderci conto che Dio è Amore e che ci è Padre.

Per questo Francesco amava l’Eucaristia, perché era innamorato di Dio.

E per questo, quando nel Natale di ottocento anni fa, a Greccio, ha voluto vedere “con gli occhi del corpo” quanto è accaduto in quella notte Santa, dopo aver allestito tutta la scenografia (la capanna, l’asinello, il bue… il primo presepe della storia), l’unica cosa che ha chiesto ed a cui ha partecipato, è stata la celebrazione dell’Eucaristia sopra la mangiatoia preparata per l’occasione.

Emma

E se fosse una grazia?

E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino familiari tra loro reciprocamente. E ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare il suo fratello spirituale? E se uno di essi cadrà malato, gli altri frati lo devono servire come vorrebbero essere serviti essi stessi.

(Dalla Regola bollata, FF 91-92)

 

Eccoci al terzo appuntamento di questa rubrica sui Centenari francescani! Bentornati a tutti e, per ricordare di cosa stiamo parlando, dall’anno scorso al 2026 tutta la famiglia francescana festeggia, e festeggerà, gli ottocento anni da alcuni momenti molto significativi della vita di san Francesco e dell’Ordine.

Continuando la nostra ricerca nella bellezza di queste celebrazioni, approfondiamo un altro aspetto cardine del carisma francescano, riportato più volte, in varie forme, nella Regola bollata (documento che descrive il modo di vita lasciatoci da san Francesco, e primo centenario celebrato e festeggiato a novembre dell’anno scorso): la povertà e il servizio ai fratelli più soli e in difficoltà.

Questo tema accompagna il terzo pilastro della Gioventù francescana, gruppo di giovani che cerca si seguire il Signore proprio sull’esempio del poverello di Assisi, lasciandosi guidare anche dalla Regola nella propria ricerca di senso, di vita, di felicità… di Dio.

Senza svelare troppo, lasciamo la parola ad alcuni testimoni che hanno toccato con mano la povertà, mettendosi a servizio, e che nelle persone bisognose hanno riconosciuto dei fratelli ed incontrato, in e grazie ad essi, Cristo ed il Suo amore.

 

Ciao a tutti! Sono Gabriele, ho 21 anni e vivo a Terni.

La testimonianza che vi porterò oggi è basata su un tema ripreso da uno dei quattro pilastri della Gioventù Francescana (Gi.Fra), cammino di cui ora faccio parte, e questo tema è: “I poveri e gli ultimi come fratelli”.

Circa 3 anni fa, in un colloquio col mio padre spirituale, è venuta fuori una proposta che non mi sarei mai aspettato, ovvero trascorrere del tempo in una casa-famiglia presso San Fatucchio a Castiglione del Lago gestita, da Giovanni e Chiara.

Ero molto entusiasta di partire, così ci pensai un po’, ci pregai su e alla fine andai.

La mia esperienza è durata relativamente poco, una settimana circa, però è stato il tempo che Dio ha voluto per me.  Durante questa settimana ho conosciuto molte persone che mi hanno raccontato le loro storie (storie di tossicodipendenza, di depressione, di autolesionismo), che erano simili tra loro ma diverse, ed ho messo mano nella loro umanità e soprattutto nella loro fame e nel loro desiderio di riscatto. Un ragazzo in particolare mi ha colpito: Edison. Un ragazzo idrocefalo, che passava tutte le sue giornate a letto, e che doveva essere accudito e sorvegliato per tutto il giorno. Ecco, proprio lui è il cuore pulsante della realtà, un ragazzo che nel suo far, apparentemente, niente, fa tanto, molto, testimoniando la docilità nella sua situazione. Ho visto come il Signore agiva all’interno delle vite dei ragazzi, quelle vite che a volte hanno vissuto come spettatori. Ma poi, quando il Signore si è presentato dinnanzi a loro, senza far rumore, piano piano, li ha fatti uscire da quel buio da cui non riuscivano da soli. Qui ho trovato gioia, mi sono sentito accolto, amato, perché anche se per poco tempo, ho condiviso un piccolo pezzettino di vita ed ho trascorso intere giornate con loro, e con alcuni di loro siamo riusciti anche ad andare a fondo, a mettere da parte le armature e i pregiudizi e ad aprirci all’altro, all’ascolto, nella fiducia di un Dio che salva e che accoglie, ma soprattutto che valorizza ogni storia, anche quella più disperata. Questa esperienza ha fatto mettere mano anche alla mia umanità, perché nonostante questa bellezza e questa gioia, ho riscontrato delle difficoltà, dei limiti di me che non conoscevo e che in quel momento mi davano fastidio, ma che poi il Signore piano piano ha illuminato e maturato per poter divenire un uomo e un uomo di Dio.

Gabriele

 

 

Da quando ho iniziato a dedicarmi al servizio come animatrice del doposcuola per i più piccoli, ho potuto sperimentare in prima persona come la Regola di san Francesco continui a parlare ai giovani, specialmente attraverso il pilastro dei poveri e degli ultimi come fratelli.

Il nostro doposcuola ha radici umili, nato nel settembre del 2015 da un’iniziativa di quattro ragazzi che, ispirati dal loro professore di religione, facevano servizio alla mensa dei frati di Sant’Antonio. La scintilla che ha dato vita a questa idea è scaturita dall’osservazione dei tanti ragazzini e bambini che accompagnavano le loro famiglie nella fila della mensa per ritirare il pacco spesa. È stato un momento di profonda consapevolezza delle necessità della comunità e della chiamata a rispondere a quelle necessità.

Personalmente, sono entrata in contatto con questo servizio nel dicembre del 2015, grazie alla Gi.fra. È stato un invito che ho accolto con entusiasmo, guidata dalla volontà di mettermi al servizio degli altri.

Negli anni in cui ho svolto questo servizio, le mie emozioni sono state sempre contrastanti. C’è stato un mix di paura ed emozione che accompagna ancora oggi ogni incontro con i ragazzi del doposcuola. La paura, forse, di non essere all’altezza, di non riuscire a rispondere pienamente alle loro esigenze. Ma c’è anche l’emozione, profonda e sincera, di sentirsi utili per loro, di essere un punto di riferimento e di sostegno nelle loro vite.

In questo contesto, la Regola di san Francesco continua a illuminare il nostro cammino. L’esempio del Santo di Assisi, che abbracciava la povertà e si faceva fratello di ogni creatura, ci ispira a vivere la nostra missione con umiltà e amore. Ogni volta che ci troviamo di fronte ai nostri ragazzi, riconosciamo in loro la presenza di Cristo, e questo ci spinge a dare il meglio di noi stessi, con generosità e dedizione.

Il servizio al doposcuola per i più piccoli è molto più di un compito da svolgere. È un’esperienza di incontro e condivisione, che ci arricchisce e ci trasforma. Attraverso la nostra dedizione quotidiana, cerchiamo di trasmettere ai ragazzi i valori dell’accoglienza, della solidarietà e della fraternità, proprio come ci ha insegnato San Francesco. E, in questo modo, speriamo di contribuire a costruire un mondo più giusto e più umano, dove ogni persona possa sentirsi amata e valorizzata, indipendentemente dalle proprie difficoltà e fragilità.

Ludovica

 

 

Poveri e ultimi come fratelli.

Io ho avuto la benedizione di poter vivere questo pilastro nella carne fin dal pancione materno… condiviso da ben due inquiline!

Infatti, sono gemella della mia bellissima Cecilia la cui povertà porta il nome della sua disabilità: Tetraplegia spastica e disfagia dovuta a un’anossia cerebrale peri-natale. Ciò l’ha resa da subito dipendente dalle cure dell’altro. Ceci vive di relazioni e di RELAZIONE. 

E la nostra storia si basa proprio su questo: costruire giorno dopo giorno il nostro stare insieme e il nostro ‘Si, eccomi’ detto anche, e oserei dire soprattutto, di fronte alla ferita del nostro vissuto e alla fatica della nostra quotidianità. 

Ferite e fatiche che – e quanto sto per dire è stato uno dei primi grandi miracoli pensati per la mia vita- sono state abitate dalla grazia e dalla delicatezza di Dio e che ancora oggi Lo riflettono. Una relazione dunque BENE-DETTA non perché sradicata da ogni difficoltà, ma perché vegliata e accompagnata in ogni sua fase e passaggio, dall’ infanzia ad adesso. 

Credo fermamente che il Signore ci abbia volute in due e scelte così come siamo perché tramite i nostri incastri fatti di mancanze e doni potessimo essere l’una per l’altra via per la salvezza e strumento tramite cui lasciarci incontrare da Egli stesso: 

mi ha affidato mia sorella affinché io potessi imparare ad amare; sono stata affidata alla mia gemella affinché lei mi mostrasse come lasciarmi amare. Ci ha credute capaci di questo, e poi ci ha rese tali da poterlo realizzare.

E così le povertà dell’una sono diventate germoglio e frutto per l’altra portandomi a comprendere come le infermità fisiche di Ceci mi siano state donate per guardare e curare le mie di infermità, ovvero per rendere il mio cuore più ampio e più docile, per lasciarmi accarezzare in quelle zone d’ ombra che non sempre riesco a raggiungere e illuminare.  

Penso quindi che alla fin fine il senso di ‘poveri e ultimi come fratelli’ stia proprio in queste cose:

nel riconoscerci e nello svelarci, tutti, sia poveri che ultimi e vederci pertanto con misericordia trovando così il coraggio di chiedere la grazia a Dio di saperci donare all’ altro sempre più completamente;

È scegliere, come la splendida Maria, di essere sempre più capienti per custodire le disabilità e le preziosità dell’altro;

È dire, come fece il nostro umile san Francesco, con tutta la predisposizione del corpo, della mente e dello spirito che abbiamo: ‘questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore’;

È offrire quello che possiamo e quello che siamo, confidando nel fatto che dove non arriviamo noi, arriva il nostro dolcissimo Sposo.

Benedetta

Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre (Salmo 131)

Bentornati a tutti!

Continuiamo la rubrica sui Centenari francescani che, dal 2023, ci accompagneranno fino al 2026. Il primo, la cui ricorrenza era a novembre dell’anno scorso, è stato quello degli ottocento anni dalla Regola bollata. Nel cercare di capire come questo documento parli ancora agli adulti e, soprattutto, ai giovani di questi tempi, analizzeremo i quattro pilastri della gioventù francescana. Siamo partiti il mese scorso dal “Vangelo come guida”. Il secondo pilastro che prenderemo in considerazione è “La Chiesa come Madre”.

Ma che significato ha questo pilastro?

Per rispondere, cerchiamo di capire insieme cos’è la Chiesa. Non c’è tempo migliore di questo per farci questa domanda perché siamo nel tempo di Pasqua, momento dell’anno liturgico in cui si ricorda proprio come la Chiesa abbia avuto inizio! Per capire, dobbiamo tornare all’evento più importante della fede cristiana: la Passione, morte e Resurrezione di Gesù. È stato un momento drammatico nella vita del Signore e dei suoi primi discepoli. Questi ultimi in particolare, tutti tranne il discepolo amato, che la tradizione identifica in Giovanni ed alcune donne, si ritrovano a scappare per paura di morire, e ad abbandonare colui che per gli ultimi tre anni avevano amato e in cui avevano creduto e sperato. Dopo questo evento, sotto il peso del fallimento e di tutte le loro fragilità, si ritrovano delusi e si nascondono per paura della morte. Temono che possa capitargli quanto è successo a Gesù! E nello stesso tempo vorrebbero essere stati in grado di rimanere sotto la Croce. Son talmente tanto frastornati dall’accaduto che, quando qualcuno viene a dirgli che Cristo è Risorto, non ci credono. Ma come?!?! Avevano visto Gesù resuscitare Lazzaro! L’avevano sentito parlare della Sua morte e Resurrezione svariate volte! E non credono?! No. Anche loro, come la Chiesa di oggi, erano fragili e perfettamente umani.

E allora la Chiesa cos’è se non è un esercito di persone che dovrebbero essere perfette?

Andiamo avanti nel nostro racconto.

Abbiamo detto che i discepoli non credono. E cosa fa Gesù? Li va a cercare. Entra nei posti dove sono rintanati, con le porte sbarrate e la paura nel cuore, e si mostra loro. Si fa riconoscere mostrando le Sue ferite. E li perdona tutti. Continua a fidarsi dei suoi! Li sceglie tutti nuovamente come aveva fatto all’inizio della sua vita pubblica. Li ama uno per uno e, nel giorno di Pentecoste, manda su di loro lo Spirito e li invia nel mondo. Quel giorno è nata la Chiesa!

Ma ancora non abbiamo risposto alla nostra domanda: cos’è la Chiesa?

Siamo tutti noi, che dal giorno del nostro Battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito. Da quel giorno siamo diventati figli di Dio e fratelli l’uno dell’altro perché tutti figli di uno stesso Padre. Da quel giorno siamo parte di una stessa comunità e famiglia, e se anche uno solo di noi manca, c’è differenza. Come in famiglia si sente se qualcuno è lontano, così la Chiesa è Madre dei suoi figli e li aspetta e cerca tutti, vicini e lontani, per portarli al Papà che è sorgente della vita e della felicità. Nella Chiesa abbiamo lo Spirito (specialmente attraverso i sacramenti), e con esso la possibilità di conoscere personalmente il Signore. È una Mamma che ci accoglie e ci mostra il suo tesoro prezioso!

Nella Chiesa, infine, riceviamo anche noi, come i discepoli a Pentecoste, il mandato per andare ad annunciare a tutti, fratellini vicini e lontani, la bellezza che abbiamo ricevuto: la vita piena nell’Incontro con Gesù.

Per questo motivo, la promessa dei nostri giovani francescani (che dura un anno ed è un impegno a cercare di vivere secondo i quattro pilastri e quanto scritto nel loro statuto), è un atto pubblico che si svolge durante la Messa alla presenza di tutta la comunità. Dopo aver ricevuto l’Amore da parte della Mamma, è bello impegnarsi pubblicamente a cercare, nei limiti delle proprie possibilità, di restituirlo divenendo parte attiva di questa Madre che cerca per amore tutti i suoi figli.

Emma

A tu per Tu con Dio!

Art. 5 – Il Vangelo come guida

La scelta di vita dei giovani francescani è il Vangelo: in ogni sua Parola così come in ogni uomo essi sanno di incontrare Gesù Cristo; per questo si impegnano assiduamente “a passare dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo” (Regola OFS, art. 4).

Così recita lo statuto del gruppo dei giovani francescani; così inizia anche la Regola bollata di San Francesco, indirizzata ai suoi frati e a quanti si sentono affascinati dal suo modo di vivere la fede e la vita in genere. Tale documento, fondamentale per tutti i frati, le suore ed i laici appartenenti all’Ordine, veniva approvato da Papa Onorio III il 29 novembre 1223, ossia poco più di ottocento anni fa.

Il 29 novembre 2023, quindi, si sono aperti, per tutti coloro che sono attratti dalla spiritualità francescana, i cosiddetti “Centenari francescani”, che a partire da quello della Regola ci accompagneranno fino al 2026 quando celebreremo gli ottocento anni dal Transito del Serafico padre.

Per tale motivo, oggi inauguriamo una nuova rubrica, per cercare di entrare un po’ di più, nella bellezza che questi centenari celebrativi raccontano.

Tornando alla Regola bollata, verrebbe da chiedersi: cosa ha a che fare con i giovani amici di Madre Chiara? Ebbene, tale documento, che racconta molto di San Francesco e del suo stile di vita, affascinò anche la fondatrice delle suore francescane angeline, tanto che, quando l’istituto dove era entrata originariamente (suore del monte di Genova) si trovò privato del suo legame al carisma francescano, lei non volle restarvi e diede vita alle suore angeline.

Questo documento, come è accaduto per Madre Chiara, ha continuato ad attrarre e affascinare molti giovani negli ultimi otto secoli, fino a spingere molte persone a cercare di concretizzare quanto in esso è riportato anche nella propria vita quotidiana. Se ciò è evidente per tutti i consacrati dell’Ordine dei frati minori e per le suore del terz’Ordine francescano, comprese anche le nostre amate angeline, è altrettanto vero per tanti giovani, tra cui i giovani francescani (Gi.fra). Essi sono un gruppo di giovani tra i 18 e i 30 anni appartenenti anch’essi al terzo ordine francescano. Hanno come Regola di vita uno statuto, dal nome “In nostro volto” (la cui revisione è stata approvata da poco!), che trova la sua origine proprio nella Regola bollata di San Francesco, e nella Regola dell’ordine francescano secolare. In tale statuto è racchiusa un po’ l’identità francescana della Gi.fra, e quanto ogni gifrino dovrebbe provare a vivere nella propria vita di fede e nei rapporti con Dio, con la Chiesa e con i fratelli.

Tutto si fonda su quattro “perle” messe a fondamento di tutto lo statuto e che prendono il nome di “pilastri Gi.fra”. Il primo fra tutti è “il Vangelo come guida”, sul quale si legge quanto riportato all’inizio. Questo pilastro, così apparentemente banale, è messo a fondamento dell’Ordine tutto proprio da San Francesco, nel capitolo primo della Regola, la quale recita: “[75] La regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo.”

Ebbene, Francesco aveva capito che leggere il Vangelo equivale a dialogare con Gesù in persona, il quale è il Verbo del Padre fatto carne. Leggere il Vangelo significa entrare in intimità con il Signore, in una relazione d’amore che ridà vita alle nostre morti e luce alle nostre tenebre. Francesco aveva trovato in Esso la risposta a tutte le sue inquietudini. E tramite la Parola si era innamorato di quel Dio che è sceso sulla terra, morto in Croce e Risorto (mistero che ci apprestiamo a celebrare della Pasqua) “solo” per dirci quanto ci ama. Per lui il Vangelo era rifugio sicuro e guida per fare la volontà del Padre nostro; infatti, proprio attraverso una Sua Parola ascoltata durante una celebrazione capì come voleva vivere: da frate minore…

Per questo volle mettere il vangelo all’inizio della Regola di vita dei suoi amati frati; per questo, sul suo esempio, i giovani francescani scelgono di mettere il Vangelo a fondamento delle proprie vite.

Emma