Una speranza che si fa Chiesa

La speranza non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato

(Rm 5,5)

 

Vogliamo lasciarci guidare da questa affermazione di san Paolo, che scrive ai romani ribadendo con forza un concetto fondamentale: la speranza non è qualcosa di personale! Se è vera, se è reale, la speranza chiede di essere condivisa. 

La speranza, cioè, richiede di essere testimoniata per diventare credibile; e, al contempo, tante volte chiede di essere accolta. Come? Con l’umiltà di chi sa di non poter far conto solo sulle proprie forze, ma di aver bisogno degli altri per poter continuare nel cammino. Ecco allora che gli altri (magari qualcuno che ci vive accanto, o qualcuno che non ci aspetteremmo mai!) diventano «la nostra speranza e la nostra gioia».

La speranza cristiana non ha quindi solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale.

Tutti noi speriamo; tutti noi abbiamo speranza. Siamo quindi chiamati a vivere la speranza come comunità, aiutandoci gli uni gli altri. E aiutarsi nella speranza significa sostenersi reciprocamente nella consapevolezza che il mondo e la storia appartengono a Dio. E’ Lui il Signore della nostra vita!

Quante volte nelle nostre giornate sentiamo frasi come “non c’è più nulla da fare!”, “peggio di così non poteva andare…”, “ma quale futuro?!”.

Quante persone camminano nella vita scoraggiate, tristi, deluse?

In questi casi, ciascuno di noi è chiamato a farsi segno tangibile della presenza del Padre: come Chiesa abbiamo il compito di testimoniare la speranza attraverso l’agire concreto. Una parola, una carezza, un gesto.  Perché la speranza cristiana non può esistere senza la carità; una carità vera e concreta.

 

Tutto questo ci porta a comprendere un aspetto fondamentale: non si impara a sperare da soli! Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile.

Se ripensiamo alla nostra vita, al nostro cammino, possiamo dare un volto a chi la speranza ce l’ha insegnata, testimoniata, trasmessa! Forse i nostri genitori o i nonni; un catechista o l’insegnante a scuola; un sacerdote o una consacrata.

Quanti sguardi abbiamo incrociato e ci hanno lasciato il sapore della possibilità. Quante voci (forse sussurrate) hanno ricordato al nostro cuore che la vera speranza è una Persona: Gesù Cristo, il Risorto!

 

Ma ricordiamoci: la speranza non è mai qualcosa di prorompente, di appariscente.

È la più umile delle tre virtù teologali, perché rimane nascosta,

ci diceva papa Francesco in un’omelia, nel 2013.

È una virtù che non delude mai: se tu speri, mai sarai deluso, è una virtù concreta, di tutti i giorni perché è un incontro. E ogni volta che incontriamo Gesù nell’Eucaristia, nella preghiera, nel Vangelo, nei poveri, nella vita comunitaria, ogni volta diamo un passo in più verso questo incontro definitivo.

(Omelia di Santa Marta, 23 ottobre 2018).

 

Ci lasciamo con alcuni stralci di un poema di Charles Peguy (scrittore e poeta francese, 1873-1914).

Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina.
Immortale.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.
Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.

La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo.
È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.
Ma la Speranza ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.
Per così dire, nel futuro dell’eternità.
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità.
Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
che la tengono per mano,
la piccola speranza avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare
e venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
e a far camminare tutti quanti.

Charles Péguy

(tratto da Il portico del mistero della seconda virtù – 1911)

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